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lunedì 4 maggio 2015

Ricordando Duranti: Il primo giornalista Caduto nella Grande Guerra. Relazione

Ancona 8 maggio 2015
La Rossa Avanguardia delle Argonne
Di
 Massimo Coltrinari
(massimo.coltrinari@libero.it)

 Bozza-guida

Il 2 agosto 1915, quindi, l’Italia proclama la sua neutralità. Ma è una neutralità che non può rimanere statica in attesa degli eventi. Venerdì 2 Agosto a Rimini è convocata una riunione privatissima congiunta della Commissione Esecutiva, del Comitato Centrale, del Gruppo parlamentare e di personalità del partito, ed il giorno dopo, lo stesso durante il quale il Governo Italiano annuncia la neutralità italiana, pubblica l’ordine del giorno di detta riunione in cui si ribadisce l’opposizione a qualsiasi fiancheggiamento degli Imperi centrali.
Nel campo della sinistra antimilitarista e repubblicana immediatamente ci si muove in quella direzione che sarà la novità essenziale del finire del 1914 e dell’inizio del 1915: ovvero la partecipazione alla guerra contro l’Austria-Ungheria, nel solco del primo risorgimento. In questa visione chiara e definita, gli uomini della sinistra repubblicana, passarono subito all’azione costituendo un Comitato Segreto, che quasi immediatamente articolò il suo operato su tutto il territorio nazionale. La prima riunione di questo Comitato si tenne a Milano l’11 agosto 1914. Al termine lancia il primo proclama a favore della guerra all’Austria-Ungheria, proclama che porta la parola d’ordine, divenuta famosa, concepita e scritta da Arcangelo Ghisleri “O sui campi di Borgogna per la sorella latina o a Trento e Trieste”.
E’ l’interventismo in tutta la sua portata storica. Praticamente la fine della “Settimana Rossa” nei suoi contenuti di rivolta sociale e antimonarchica. D’ora in avanti Governo e Re, monarchia e classi conservatori sono in parallelo con la sinistra repubblicana e socialista, in un rinnovato spirito unitario nazionale.
Il manifesto con l’indicazione di Ghisleri è stampato in migliaia di copie e diffuso in tutta Italia; sequestrato a ripetizione ed immediatamente ristampato. I membri del Comitato, individuati, vengono denunciati penalmente (saranno scagionati con l’amnistia proclamata al momento della dichiarazione di guerra).

Cesare Briganti e Carlo Bassi ricevono mandato per contattare le autorità militari francesi per avere l’appoggio della flotta d’oltralpe per un colpo di mano su Trieste, che si voleva mettere in atto da volontari garibaldini, che si sarebbero concentrati in Romagna.
A Senigaglia, per iniziativa di Giuseppe Chiostergi, il 10 agosto si da avvio alla costituzione di un battaglione di volontari per la difesa costiera; il 23 agosto il Partito Repubblicano Italiano, anche se frena sugli arruolamenti, è sempre più deciso ad opporsi alla guerra a fianco della Germania e qualora si addivenisse a questa risoluzione, non esita a dichiarare che sarà la rivoluzione, per impedire alla Monarchia una guerra a fianco dei Tedeschi.
Su iniziativa dei deputati repubblicani Chiesa, Ceppa, Colajanni, Acà, Sighieri, Pansini, Mazzolari, Saraceni, Auteri, Beretta, a cui si associa il socialista De Felice Giuffrida chiedono la convocazione del Parlamento, a cui Salandra, primo Ministro, risponde che il governo non vede che ci siano fatti tali da riaprire la Camera.
Iniziative ancora più concrete sono prese a Parigi da alcuni italiani che firmarono, in un caffè del Boulevard de Strasbourg, un invito ai propri connazionali di costituire un corpo di volontari da mettere a disposizione del Ministero della Guerra Francese. Il giorno dopo, 1 agosto 1914, circa tremila italiani si trovano nel luogo convenuto. Al termine della manifestazione viene scritto un proclama, in cui tra l’altro si legge:

Dobbiamo tenerci pronti a marciare.. se la Germania dichiarala guerra. E se l’Italia, alleata della Germania, marcia al suo fianco, sappia che troverà più di quarantamila italiani alla frontiera delle Alpi Marittime, che l’attendono a braccia incrociate e che essa dovrà marciare sul petto dei suoi figli prima di entrare in Francia”.

Questa manifestazione è il primo nucleo della futura Legione Garibaldina.
Sul finire di agosto, la Direzione del Partito Repubblicano Italiano aveva stabilito contatti ed intese con il Governo Francese ed il 23 agosto Peppino Garibaldi, figlio di Ricciotti, si mette a disposizione. Il 5 settembre il ministro della guerra francese, Millerand, autorizza la costituzione di una Legione Italiana che si concentrerà a Marsiglia.[1] In questa città si costituì quasi subito un primo nucleo, che fu definito “Compagnia Mazzini”.
La situazione era, dal punto di vista politico, molto confusa. Il Governo francese, che, sì accettava i volontari italiani, non aveva intenzione, però, di impiegare la compagnia ed i volontari italiani sul confine italiano, come desiderava il Partito Repubblicano e tutti i volontari, per non fare pressioni sul Governo Italiano.
Sulla base di questa situazione, la “Compagnia Mazzini”, su disposizione della direzione del Partito Repubblicano Italiano riunita a Firenze, fu sciolta ed i volontari lasciati liberi.
Nel contempo, però, senza una “etichetta” di partito e politica si stava costituendo la Legione Garibaldina, con a capo Peppino Garibaldi, con il I ed il II battaglione a Montelimar, mentre il III a Nimes. Era una unità apolitica e solo espressione del “garibaldinismo” e quindi vista di buon occhio dal Governo Francese, che non doveva affrontare implicazioni politiche con l’Italia. Rimanevano a rappresentare il Partito Repubblicano presso lo Stato Maggiore della Legione Cesare Briganti, Ernesto Re e Carlo Bazzi.
Se la Legione non avesse potuto agire liberamente in Francia, il Partito Repubblicano si era impegnato con Peppino Garibaldi a fornire ogni aiuto per poter combattere contro l’Austria, evidentemente in appoggio all’Esercito serbo.
I Volontari garibaldini furono inquadrati, dopo trattative tra lo stesso Peppino Garibaldi e il Ministero della Guerra francese, nelle fila dell’Esercito francese, secondo le norme in vigore per la Legione Straniera[2], scartando l’idea di costituire un Corpo Franco o altro similare. Al termine di queste trattative fu costituito Il 4° Reggimento di Marcia del 1° Reggimento Straniero (reggimento garibaldino) dal Ministero della Guerra con telegramma in data 5 novembre 1914.[3] Con i quadri già nominati, venivano definitivamente costituiti e resi operativi i depositi di Nimes e Montelimar che, con ordine ministeriale del 3 novembre, costituirono il predetto 4° Reggimento di marcia del 1° Reggimento Straniero, chiamato Reggimento garibaldino in termini di burocrazia militare.
Le compagnie avrebbero dovuto contare 250 uomini ed il reggimento quattro battaglioni di quattro compagnie ciascuno per un totale di 4000 uomini. Ma al momento dell’impiego in linea i battaglioni erano tre con una forza effettiva media di 800 uomini. Ovvero la Legione Garibaldina consisteva in 2400 volontari in tutto sui 4000 che si pensava di avere.[4] Pertanto la “Rossa avanguardia delle Argonne” consisteva in 2400 italiani volontari.[5]
I Volontari ebbero un intenso addestramento che durò per tutto novembre e metà dicembre. Chiostergi e tanti volontari marchigiani sono inquadrati nel reggimento e Chiostergi, che aveva rifiutato i gradi di Ufficiale[6] fu assegnato come soldato di 2a classe nel 4° Reggimento di Marcia nel 1° Reggimento Stranieri, I Battaglione, 4a compagnia.
La vita del volontario è dura e l’addestramento ha termine nella terza settimana di dicembre. La Legione Garibaldina viene deciso di inviarla in linea. Il 24 dicembre, lasciati i quartieri di addestramento, la Legione giunge alla Maison Forestière ed il Natale è passato sotto tenda. Ed entra in linea, nel settore del V Corpo d’Armata, 10a divisione.
Nel Diario di Camillo Marabini si legge:

Pierre Croisè, 25 dicembre sera. Natale tragico. Le compagnie sono collocate in linea spiegata a ridosso della collina, a pochi metri dal costone. E ciò perché i proiettili dell’artiglieria nemica non possono farci danno. Infatti o il tiro dei cannoni tedeschi è corto ed allora… non ne parliamo; se l’obice passa e, in questo caso, per quanto rasenti la cima, non può che cadere una cinquantina di metri dietro di noi”[7]

L’attacco è per il 26 dicembre: è la battaglia di Bolante, che così viene descritta:

Raggiunsero i garibaldini il 26 dicembre gli obiettivi a loro assegnati? Evidentemente no. La trincea nemica non fu conquistata. Perchè? Perché il lavoro preparatorio che il Genio avrebbe dovuto compiere nella notte antecedente all’attacco non fu eseguito. I reticolati che impedivano l’avanzarsi verso la trincea tedesca non sono stati tagliati. Gli scalini d’uscita delle trincee non sono stati costruiti. Sicchè i soldati dovettero arrampicarsi con molte difficoltà per uscire da trincee alte due metri. Inoltre il Comando della 10a divisione cambiò il terreno all’ultimo momento. Di modo che i Garibaldini si lanciarono alla baionetta contro una trincea che credevano tedesca, e, invece, si trovarono innanzi una trincea francese vuota. Fu proseguito l’attacco per ordine del colonnello Valdant, comandante la Brigata, contro la linea nemica e, per attraverso terribili difficoltà, in certi punti si addivenne a furiosi corpo a corpo. Ciò è dimostrato da coloro che furono feriti d’arma bianca tedesca. A questo punto sorgono due versioni: c’è chi sostiene che il nemico sia rimasto sulle sue posizioni. C’è chi giura che i tedeschi abbiano fatto saltare la loro trincea. Certo fu udito ad un certo punto un terribile scoppio e vi fu lancio di pietre e sommovimento di terra. Ma erano bombe a mano? La grossa artiglieria francese che bombardava? Senza dubbio la prima linea nemica fu ridotta in malo modo.”[8]

In questo combattimento, che è per i volontari italiani fu il battesimo del fuoco, cade Bruno Garibaldi e la notizia immediatamente giunge in Italia, avendo ampia risonanza.
Ma le operazioni proseguono e il 5 gennaio 1915 la Legione Garibaldina è impegnata nella battaglia di Courtes Chaussées e di Four de Paris.[9] Il comunicato della Stefani del 7 gennaio così riporta la battaglia:

Il combattimento impegnato il 5 gennaio corrente del reggimento comandato del colonnello Giuseppe Garibaldi e durante il quale è caduto l’aiutante Costante Garibaldi si è svolto nelle condizioni seguenti:
Nella notte del 4 e 5 gennaio il reggimento fu mandato ad occupare le trincee nella foresta delle Argonna a nord del villaggio di Le Caen. Dinanzi tre trincee francesi se ne trovavano tre occupate dai tedeschi: la distanza tra le due prime trincee nemiche era di 60 metri. Tra le stesse trincee corre uno stretto sentiero della foresta. Le trincee francesi furono occupate dal primo e dal terzo battaglione del reggimento volontari italiani mentre il secondo battaglione si stendeva a sinistra della trincea stessa ed era collegato al resto del reggimento per mezzo delle truppe coloniali francesi. Entrati in trincea alle due del mattino del 5 corrente i volontari italiani intrapresero subito gli scavi per portarsi sotto le trincee nemiche e minarle. Alle 6 del mattino le operazioni erano compiute e la metà della trincea tedesca saltava in aria mentre i Garibaldini sbucando improvvisamente assalirono l’altra metà della trincea.
La resistenza fu accanitissima ma i tedeschi dovettero ritirarsi. Fu in questo momento che, colpito da una fucilata alla gola, cadde l’aiutante Costante Garibaldi. Raccolto dal fratello, capitano Ricciotti e da due volontari egli fu trasportato in una ambulanza vicina ove morì dopo quindici minuti.
Intanto il primo ed il terzo battaglione continuando l’attacco impetuoso, si slanciarono sulla seconda trincea tedesca e dopo un lungo violentissimo combattimento riuscirono ad impadronirsene, uccidendo e fugando i numerosissimi soldati che la difendevano. Nel tempo stesso il secondo battaglione del reggimento si trovava a sinistra delle trincee fu attaccato insieme con le truppe francesi che gli stavano al fianco da una forte colonna tedesca, la quale, dopo una vivacissima lotta, fu respinta con un vigoroso assalto alla baionetta e con gravi perdite.
Durante queste due azioni l’artiglieria francese cannoneggiava con fuoco rapidissimo il terreno retrostante alla trincee nemiche rendendo difficile l’avanzata di rinforzi.
I legionari italiani furono poco dopo sostituiti nelle trincee da essi acquistate con le truppe francesi, e si recarono per riposarsi dal lungo combattimento, nel villaggio di La Claon, salutati lungo tutto il tragitto dalle acclamazioni dei soldati francesi. Il reggimento dei volontari italiani fece 250 prigionieri; due mitragliatrici tedesche andarono distrutte nella esplosione della prima trincea; altre tre mitragliatrici e due lanciamine furono presi nella seconda trincea tolta al nemico.”[10]

Il comunicato tedesco  così riassume la battaglia: “Nella parte occidentale della foresta dell’Argonna le nostre truppe hanno guadagnato terreno. L’attacco annunciato il 5 gennaio nella parte orientale della foresta dell’Argonna, nel bosco di Courtes Chaussées, si è sviluppato fino alle nostre trincee, ma il nemico è stato respinto dalle nostre posizioni su tutta la linea, con gravi perdite. Le nostre perdite sono state relativamente minime.”[11]

Nel momento che cade Costante Garibaldi è ferito anche Giuseppe Chiostergi.
Scrive Camillo Marabini riguardo Chiostergi:

Un’altra torma della quarta compagnia ha seguito Costante. Egli è saltato in piedi, sul parapetto di una trincea, deve aver visto qualche cosa che avveniva avanti a noi, perché, concitato ha urlato ai suoi: - Presto di qui! – E s’è slanciato in avanti. Lo hanno seguito Chiostergi, Guardati, Pavolini, Guarini, Cannas, Montanari, Rovida, il maresciallo Cravino. Il caporale Pacini. La terza trincea è stata presa, ma i volontari non ci sono entrati. Si sono distesi dietro il parapetto che loro serviva magnificamente da scudo facendo fronte al nemico. I Tedeschi avanzano ancora, la trincea è difesa soltanto da un pugno di uomini perché molti sono andati indietro a portare i prigionieri. Avviene così che siamo costretti a ripiegare sulla seconda trincea. Montanari e Pacini cercano di sollevare Chiostergi. E’ impossibile. Chiostergi esorta i compagni ad andarsene. Pacini ubbidisce, ma Montanari no, rimane vicino all’amico.”[12]

Chiostergi, ferito ed impossibilitato a muoversi, cadde prigioniero dei tedeschi e per mesi della sua sorte non si seppe nulla; in molti lo davano Caduto. I quotidiani del 5 gennaio in Italia lo davano per Caduto e compaiono articoli, anche nei giorni seguenti, in cui si commemora la sua figura e la sua azione. Il Partito Repubblicano Italiano a Senigallia pubblica un manifesto in onore della morte di Chiostergi. Il 9 gennaio esce il manifesto del Comune di Senigallia, a firma del sindaco Aroldo Belardi.
Tra le perdite contate tra i volontari oltre ad altri e a Costante Garibaldi, vi è la dolorosa perdita dell’anconetano Lamberto Duranti.
Anche le ultime ore di vita, oltre del senigagliese Chiostergi dell’anconetano Lamberto Duranti sono descritte da Camillo Marabini:

“Four de Paris 5 gennaio 1915 Ore 08.00. Alle tre siamo arrivati nella prima linea di trincee. Per giungerci essa è sul ciglione della collina, abbiamo camminato con l’acqua fino ai ginocchi. Ogni tanto un colpo secco nell’aria acuto e mille echi: una fucilata. Dall’una e dall’altra parte, da quattro mesi si spara sempre. Le sentinelle sparano così per ingannare il tempo. E’ una guerra che non conosce soste. Dispongo gli uomini in gruppi, avanti alle scalette, pronti ad uscir fuori, la baionetta inastata. Fa freddo. Tre ore ancora, immobili così. C è da gelare. Poi, man mano, il cielo si rischiara lassù in alto. Faccio un ultimo giro di ispezione. Mi aiuta il buon Zanotti. Ma Duranti non viene. Gliel’ho raccomandato quando mi è passato accanto e mi ha detto:”Ritornerò qui” Ma invece non si vede. Sono le 5 e mezza. L’artiglieria ora accelera il tiro. E’ un inferno. L’aria si scuote si sposta come fosse acqua smossa da un bastone in una tina. Dicono che ora piombino oltre cinquecento granate al minuto sulla trincea tedesca che è a settanta metri innanzi a noi. Le “marmitte” passano rasentando le nostre teste. Poi uno schianto ed un tonfo. I fischi, il frastuono, i lampi, è un inferno. Siamo storditi. La mente è tutta un’eco di sibili, di miagolii, di scosse. Poi ad un tratto un silenzio cupo. Si ha l’impressione stessa che si prova e s’inabissa, quando navigando, il vapore ha la prua nel vuoto e s’inabissa nell’onda. Uno spasimo nelle viscere. Una nausea nella gola. Poi un urlo indistinto. Ah la mitragliatrice! Conosco la tua voce. E le palle che sibilano ed i soldati che cadono. Ah, ci siamo. A terra! Si spara. Quanto? Ecco Cappabianca che viene, correndo, verso di me:
-          Marabini, Duranti è ……morto
Ho l’impressione di una mazzata sul capo. Rispondo…non è vero!”
………
Four de Paris 5 gennaio 1915 Ore 10.00.
“Si, è vero. Duranti è morto. Ha ricevuto l’ordine di attaccare; non ha mosso ciglio. Anche lui ha chiesto l’ordine scritto. L’ultima ribellione di chi sa di condurre i suoi uomini alla morte sicura. Avutolo, cava il taccuino, straccia un foglio e scrive con il lapis “Per Marabini: in caso di disgrazia telegrafi ad Annibale Marinelli ed Enrico Schiocchetti. Via Cialdini 24, Ancona.”[13]
Poi gli sovviene, certo, di avermi promessa una sua fotografia per il Giornale d’Italia. Ne prende una dalla tasca della “vareuse”, la mette in mezzo al biglietto piegato, scrive sul dorso “la fotografia  per il giornale” e passa il tutto al Capitano Cappabianca: “Dallo a Marabini.”
E monta risolutamente sulla scala. Giunto in sommità si rivolge agli uomini che lo seguono:
“Venite a vedere come muore un garibaldino.”
Si avanza sparando la rivoltella. Una palla lo prende nel cuore. Il corpo viene portato in trincea.
“Cosa hai? Gli dice Cappabianca.
“Sono ferito.. datemi da bere”
Cappabianca gli porge la fiaschetta.
“..Ah..muoio muoio per la repubblica” e spira.
Un soldato… Catella, che gli è accanto e che è ferito gravemente ad una coscia, respinge gli infermieri gridando:“Salvatemi il mio tenente. Io non ho nulla”E sviene dallo spasimo.” [14]

Le vicende di Chiostergi e di Duranti sono la testimonianza del fatto che le Marche, e l’area dell’anconitano, in particolare già erano nel clima della Guerra. A Senigallia e ad Ancona la notizia della loro morte, o presunta morte, ebbe una vasta eco, ed alimentò ancor più l’adesione di sinistra dell’interventismo.
Sul piano militare la Legione Garibaldina venne ulteriormente impiegata l’8 ed il 9 gennaio in un altro duro combattimento che ha il suo centro al Ravin des Maurissons, al Fille Morte ed al Bas Jardinet.
Marabini così descrive questa battaglia:

“La Battaglia di Maurissons, Fille Mort e Bas Jardinet. Della battaglia dell’8 e 9 gennaio 1915 non si ebbero lodi nel comunicato ufficiale. E la ragione è ovvia. In quei giorni i tedeschi parlavano di strepitose vittorie nelle Argonne, di 3500 prigionieri ecc. e non bisognava dare in pasto al pubblico che i reggimenti 46° e 89° fanteria erano stati terribilmente provati e che, per qualche ora, le condizioni dell’Esercito francese, in quella zona, erano state seriamente critiche. Ma quella dell’8 e del 9 fu gennaio la più fulgida delle battaglie garibaldine dell’Argonne. La mattina dell’8 gennaio, il nemico in forze preponderanti, aveva sfondato tre linee di trincee francesi ed aveva rapidamente guadagnato due chilometri di terreno sorpassando la località detta dei Sette Camini. L’artiglieria pesante francese veniva così, improvvisamente, messa in pericolo. Di fanteria c’è n’era pochissima. Se i Garibaldini non avessero prontamente fatto argine, eppoi vigorosamente contrattaccato il nemico sulle sue primitive posizioni e mantenendovelo per ventiquattro ore di seguito, il tempo cioè perché i rinforzi giungessero, tutta la linea che va da Four de Paris a Vanquis avrebbe corso grave pericolo. Boureilles così a caro prezzo conquistata da francesi sarebbe stata minacciata nelle sue basi. E che più importa il “defilè des Islettes” la via ferrata cioè che da Sainte Menehould per Les Islettes e Clermont va a Verdun avrebbe corso l’alea d’essere messa sotto il fuoco dell’artiglieria nemica che si fosse piazzata sulle posizione conquistate. Verdun stessa, dunque, avrebbe potuto vedere bombardata la sua linea di rifornimento. Ma se pubblicamente lo Stato Maggiore francese non potè fare le lodi ai Garibaldini non mancarono mille  e mille forme di applauso e d’entusiasmo.”[15]

Mentre si sviluppavano queste avvenimenti, il 7 gennaio 1915 giunse a Roma la salma di Bruno Garibaldi: durante le esequie al Verano, giunge durante la cerimonia funebre la notizia che anche Costante è caduto in combattimento. E’ un momento di estrema commozione e dolore.
Cesare Briganti, con lo scultore Faino, accompagna a Roma le salme d Costante e di Lamberto Duranti. Questa ultima salma prosegue, poi, per Ancona, dove il 20 gennaio si svolgono imponenti funerali con la partecipazione di oltre 20.000 persone, segno che l’interventismo stava prendendo sempre più campo. Elena Fussi, la fidanza di Chiostergi accorre, a Roma per ricevere la salma di Chiostergi, ma ha la conferma che il suo corpo non è stato trovato. Costanza Garibaldi prega Briganti di raccomandare la prudenza ai quatto figli rimasti sulla linea del fuoco; ma Ricciotti, rivoltosi amorosamente alla moglie, le dice: “Tu, in queste cose non centri” e rivolto a Briganti “Dica ai miei figli di continuare a fare il loro dovere”[16]
Nonostante le raccomandazioni di Ricciotti Garibaldi, di continuare a fare il proprio dovere, consiglio che fu seguito dai suoi figli a da tutti i Garibaldini, la situazione della Legione, dopo i tre combattimenti di fine dicembre e inizio gennaio, non era delle migliori. Dopo i combattimenti del 9 gennaio la Legione fu ritirata dalla linea ed inviata a riposo a Grange Lecomte presso Clermont, nelle Argonne. Le perdite erano state estremamente pesanti. Risultarono circa 300  uomini tra morti  e dispersi e circa quattrocento feriti. A questi settecento mancanti si devono aggiungere un mezzo migliaio di malati. La Legione si era ridotta a poco più di mille uomini, ovvero aveva una forza pari a quella di un battaglione. Qui emerse uno dei problemi irrisolti della Legione, che è comune a tutte le formazioni di volontari. Nonostante i due depositi in funzione, non giungevano dall’Italia nuovi volontari: quindi le perdite non potevano essere colmate con nuovi complementi. In Italia, nonostante tutti gli sforzi, non si riusciva ad arruolare come volontari che pochi uomini, anche perché  il Regio Esercito Italiano aveva iniziato a chiamare alle armi le classi dal 1890 al 1888 ed era attento ad ogni forma di arruolamento volontario; inoltre il Governo francese era preoccupato della ripercussione che si sarebbe avuta in Italia ove fosse giunta la notizia di altri Italiani morti nel volgere di pochi giorni. La Legione Garibaldina fu ritirata definitivamente dalla zona d’operazioni ed inviata a Bar sur Aube. Su iniziativa di Peppino Garibaldi, in considerazione che ormai in Italia in molti erano convinti che la neutralità stesse per terminare e che la guerra all’Austria fosse più che probabile, si avanzò la proposta di sciogliere la Legione, tornare in Italia e mettersi a disposizione delle Autorità Militari italiane. Questa proposta fu accolta ed ai primi di marzo la Legione fu sciolta.[17]
Sul versante dell’interventismo la azione della Legione Garibaldina e del volontariato repubblicano e risorgimentale aveva ben svolto il suo compito di orientare il governo italiano verso precisi obiettivi, primo fra tutti la guerra all’Austria per completare il processo risorgimentale. L’arrivo in Italia delle salme di Bruno e Costante Garibaldi e quelle di altri volontari Caduti come Butta, a Sassari, e Duranti ad Ancona diedero luogo a manifestazioni solenni e grandiose, manifestazioni che danno un preciso segnale al Governo ed al Re. La Legione ha ben meritato di essere chiamata “avanguardia”, per quello che poi succederà nella primavera de 1915, con il Patto di Londra e l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria.



[1] In contemporanea in Italia si avranno delle denuncie penali contro coloro che operano in questo senso, ovvero di arruolare militari e volontari a favore di una potenza straniera. In particolare è denunciato il segretario del Partito Repubblicano Italiano, il quale era anche accusato di essere in collegamento con agenti francesi in Italia, accusa fermamente respinta.
[2]I Volontari italiani sottoscrivevano solamente un impegno non già per cinque anni come è in uso nella legione straniera, ma per la durata della guerra (con l’intesa che se l’Italia fosse intervenuta nella guerra anche questo obbligo sarebbe stato sciolto) né contraevano assolutamente alcun obbligo relativo alla cittadinanza francese. Nessun premio di indennità  d’arruolamento veniva stabilito per i volontari italiani ed il loro stipendio veniva fissato a centesimi cinque al giorno anche sulla linea del fuoco. Per gli ufficiali lo stesso soldo degli ufficiali regolari francesi.”
[3] Con Decreto 20 settembre 1914 (Journal Officiel 30 settembre 1914 pag. 8116/7), furono nominati a titolo straniero e per la durata della guerra:
.al grado di Tenente Colonnello: Garibaldi Giuseppe,
.al grado di Maggiore: Orlandi Cadini (Antonio); Longo (Camillo)
.al grado di Capitano: Garibaldi (Ricciotti); Raffo (Carlo); Evamgelisti (Giuseppe); Pisani (Luigi); Cappabianca (Alberto); Bruera (Alberto); Canudo (Ricciotto); Angelazzi (Ildebrando); Finzi (Gino); Benucci (Mario Aroldo);
. al grado di Tenente. Pondichy (Alessandro); Marabini (Camillo); Carola (Raffaele); Duranti (Lamberto); Bazzi (Emilio); Butta (Ernesto); Oggero (Alfredo); Garibaldi (Sante); Marfello (Michele); Defner (Saverio); Trombetta (Gregorio);
. al grado di Sottotenente: Zonaro (Fausto); Fiaschi (Unico); Odevaine (Alfredo); Taraschi (Guido); Zambrini (Fausto); Roberto (Pasquale); Arizio (Angelo); Greco (Mario); Palarino (Antonio); Peloso (Giuseppe); Massa (Antonio); Garibaldi (Bruno); Rama (Pietro); Rovelli (Francesco);
. al grado di Capitano medico: Mari (Alessandro);
. al grado di Tenente medico: Largo (Alessandro), Cristini (Umberto). Cfr. Marabini C., La Rossa avanguardia dell’Argonna, Milano, Ravà & C. Editori, 1915 pag. 228.
[4] Ibidem
[5] I nomi degli appartenenti di questa “Avanguardia” sono nell’ ”Elenco degli appartenenti al “Reggimento Garibaldino” nel giorno della partenza da Mailly-le-Camp per il fronte, il 12 dicembre 1914” pubblicato in Marabini C., La Rossa avanguardia dell’Argonna, cit.,  pag. 302.
[6]So quanto sia difficile la vita del volontario; devo quindi essere semplice soldato se voglio aiutare i miei compagni a sopportarla” Cfr. Chiostergi G., Diario garibaldino ed altri scritti e discorsi, Milano, Associazione Mazziniana Italiana, 1961. pag. 23.
[7] Cfr. Marabini C., La Rossa avanguardia dell’Argonna, cit., pag. 87.
[8] ibidem
[9] Il Comunicato dello Stato Maggiore Francese delle ore 15 del 6 gennaio è il seguente:
Nelle Argonne presso il burrone Courtes Chaussées ove abbiamo fatto saltare con le mine le trincee tedesche, il reggimento italiano comandato dal tenente colonnello Peppino Garibaldi, ha vigorosamente attaccato nella breccia aperta dalla esplosione. Esso ha fatto 120 prigionieri di cui 12 sottufficiali, ha preso una mitragliatrice ed un cassone. L’aiutante capo Costante Garibaldi, fratello del tenente colonnello, è rimasto ucciso nell’attacco” Cfr. Cfr. Marabini C., La Rossa avanguardia dell’Argonna, cit., pag. 285.

[10] Cfr. Cfr. Marabini C., La Rossa avanguardia dell’Argonna, cit., pag. 277.
[11] Chiostergi G., Diario garibaldino ed altri scritti e discorsi, cit., pag. 24.
[12] ibidem
[13] L’Accademia di Oplologia e Militaria, che ha promosso le cerimonie per ricordare Lamberto Duranti nella data centenaria della sua morte, ha sede in Ancona in Via Cialdini 26, accanto alla abitazione indicata da Duranti nella comunicazione a Marabini.
[14] Cfr. Cfr. Marabini C., La Rossa avanguardia dell’Argonna, cit., pag. 277
[15] Cfr. Cfr. Marabini C., La Rossa avanguardia dell’Argonna, cit., pag. 279
[16] Chiostergi G., Diario garibaldino ed altri scritti e discorsi, cit., pag. 27
[17] Questo è l’ordine del giorno dello scioglimento della Legione:
Deposito del Primo Stranieri. Legione Italiana. Avignone. Urgentissimo. Avendo il Governo Italiano richiamato alle armi i suoi connazionali, il Ministero della Guerra ha deciso che i volontari italiani incorporati al 4° Reggimento di marcia del 1° Reggimento stranieri siano lasciati liberi di considerare sciolto il loro ingaggia mento o di restare. La stessa libertà sarà lasciata ai signori ufficiali di nazionalità italiana i quali potranno domandare di essere considerati liberi  sia d’essere mantenuti nei quadri della Legione straniera. Nella speranza che la Francia e l’Italia sorelle latine, siano oggidì più che mai unite, per interessi ed affetti, a combattere la Germania e l’Austria, le quali hanno meditato di distruggere con il fuoco e con il sangue la libertà e la fratellanza dei popoli, il signor………sollecita dal Signor Ministero della Guerra l’alto favore di …………* Avignone 9 marzo 1915
*Andare a combattere con l’Esercito italiano o combattere nell’Esercito francese.
Cfr. Cfr. Marabini C., La Rossa avanguardia dell’Argonna, cit., pag. 292.

giovedì 30 aprile 2015

Accademia di Oplolgia e Militaria e la Grande Guerra

Programma provvisorio di conferenze tenute dal ns. Socio 
Massimo Coltrinari 
con l'intervento di altri Soci e Personalità
nell'ambito di
“ANCONA NELLA GRANDE GUERRA” - 
Polveriera Castelfidardo - Parco del Cardeto 2015/16

13 giugno   - L’interventismo ad Ancona nel 1914-1915: Nenni, Mussolini e la guerra 
                      al nemico ereditario
27 giugno   - Dall’illusione alla tragica realtà.
                      Le prime quattro battaglie dell’Isonzo: 24 maggio–8 dicembre'15
25 luglio     - Dalla Legione Garibaldina nelle Argonne alla Brigata Alpi.
                      Il movimento garibaldino dall’interventismo alle trincee
12 settembre - Camillo Milesi Ferretti e i primi caduti marchigiani.
1 novembre - Gli anconetani illustri nel famedio di Ancona.
5 dicembre  - Presentazione del libro: “Le Marche e il 1914. Le brigate di fanteria
                       marchigiane”, di Massimo Coltrinari, ed. Nuova Cultura. Università
                       La Sapienza, (www.nuovacultura.it) 
23 gennaio  - Emilio Bianchi. Un eroe anconetano, medaglia d’oro al valor militare.
20 febbraio - La brigata Marche in linea. Comunicare dalla trincea. Il servizio 
                      telegrafico, postale, radiotelegrafonico, telefonico e telegrafico.
5 marzo      - La Grande guerra e la donna. Il quadrilatero rosa: volontaria, infermiera,
                      spia e prostituta.
19 marzo    - La Brigata Ancona in linea. Sopravvivere in trincea. Il servizio sanitario.
23  aprile    - Le brigate Piceno. La nuove brigate e l’adesione alla guerra del popolo
                      italiano.
21 maggio  - Dopo un anno di guerra, l’affermazione dello stallo tattico.
                      Presentazione del volume Le Marche e il 1915. In prima linea, 
                      di Massimo Coltrinari 

lunedì 13 aprile 2015

Ancona: altri Terremoti in vista?

Energia, idrocarburi
Esplorazione: nuovo dinamismo nel Mar Adriatico 
Chiara Proietti Silvestri
12/04/2015
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Il Mar Adriatico è oggetto di un rinnovato interesse nell’esplorazione di idrocarburi. Dopo la fase storica italiana, che portò negli anni del dopoguerra alla scoperta da parte dell’Agip di importanti giacimenti di petrolio e gas, è ora la volta dei Paesi dei Balcani, impegnati nell’assegnazione di licenze e in nuovi bid round.

In prima linea, la Croazia seguita da Albania, Montenegro, Grecia. Mentre l’Italia sembra ancora in bilico tra una politica di valorizzazione delle potenzialità minerarie e le spinte delle opposizioni che puntano ad ostacolare le attività di esplorazione.

Lo sfruttamento delle risorse energetiche interne non è solo rilevante per le economie dei paesi interessati, ma è strategico per tutta l’Europa che, in vista della creazione di un’Unione dell’Energia, ha sottolineato il principio della sicurezza energetica quale cardine della politica europea, specie nell’attuale contesto di gravi rischi per le forniture di metano.

Riprende la caccia al tesoro
La scoperta di importanti giacimenti nel Mar Adriatico è impresa tutta italiana che risale agli anni del dopoguerra, quando l’Italia - pioniera nell’attività mineraria offshore in Europa - avviò le operazioni di ricerca al largo delle coste dell’Emilia Romagna, delle Marche e dell’Abruzzo.

Tuttavia, dalla seconda metà degli anni ’90,si è assistito ad una progressiva diminuzione delle attività di ricerca, accentuata dagli interventi normativi conseguenti all’incidente di Macondo, nel Golfo del Messico. Una tendenza marcata specie per le attività in mare: tra il 2009 e il 2013 non è stato perforato un solo metro a fini esplorativi nell’offshore italiano.

All’opposto dell’Italia, i paesi dei Balcani - a una distanza di 150 km dalle nostre coste - stanno intraprendendo una politica di rilancio del potenziale minerario nazionale per sostenere lo sviluppo economico interno, attrarre capitali esteri, accrescere la sicurezza energetica.

La Croazia ha lanciato un programma di ricerca e produzione degli idrocarburi nell'Adriatico su una superficie di 36.800 km2 suddivisa in 29 blocchi, un’area dove in passato non era mai stata svolta attività di produzione. Il governo di Zagabria ha assegnato ad inizio anno 10 licenze oggetto di una gara indetta nel 2014; tra le compagnie che hanno partecipato c’è anche Eni che ha vinto, in partnership con Rockhopper, la licenza per uno dei blocchi.

Anche altri Paesi pianificano di avviare, seppur in aree di minore dimensione, attività di esplorazione in Adriatico: l’Albania, che intende lanciare una gara per esplorazione di 13 blocchi, di cui uno offshore; il Montenegro, che ha avviato le negoziazioni con le compagnie interessate all’assegnazione di sette blocchi offshore offerti in una gara lo scorso anno; la Grecia, dove è in corso un bid round per la concessione di 20 blocchi al largo delle coste occidentali e a sud di Creta.

Corsa ad ostacoli
Intanto, in Croazia le associazioni ambientaliste hanno lanciato la campagna regionale “SOS per l’Adriatico” mobilitandosi non solo per l’abbandono del progetto di esplorazione croato ma di tutta la sponda orientale, auspicando una rapida chiusura della produzione anche sul versante italiano. Le opposizioni hanno portato il premier croato Zoran Milanović a decidere di indire un referendum sulla questione, di cui non si conoscono ancora i dettagli.

Nel frattempo, l’Italia ha deciso di seguire da vicino le vicende croate, richiedendo di partecipare alla Valutazione ambientale strategica (Vas), come previsto dalla Direttiva 2001/42/CE e dalla Convenzione di Espoo. Un passo che rallenta la corsa all’esplorazione di Zagabria: la firma dei contratti con le compagnie vincitrici, prevista entro il 2 aprile, dovrebbe slittare per permettere la conclusione delle consultazioni transfrontaliere.

La posizione europea
La posizione europea sullo sfruttamento delle risorse domestiche di idrocarburi non può prescindere da un dato: l’Europa importa quasi il 90% di greggio e circa il 66% di gas. Ad aggravare il quadro, il contesto di instabilità politica dei paesi fornitori, come indicano l’acuirsi del conflitto russo-ucraino e la guerra civile in Libia.

Il fatto che Russia e Nord Africa (Algeria e Libia) complessivamente coprano circa il 60%(dato 2013) delle importazioni di gas europee pone come priorità d’azione la sicurezza energetica, di cui uno degli elementi principali è lo sviluppo delle risorse domestiche.

La Commissione l’ha chiarito nel 2014 con la European Energy Security Strategy. E l’ha ribadito di recente il Consiglio europeo. Tra i pilastri della strategia energetica europea spicca il potenziamento dell'uso di fonti interne, specie le rinnovabili e la produzione sostenibile di fonti fossili, gas metano in primis.

Dilemma italiano
Anche la dipendenza dell’Italia dall’estero è questione ormai nota e particolarmente rilevante nel dibattito pubblico odierno, dal momento che Russia e Nord Africa coprono oltre il 60% del consumo annuale di gas nel 2014. La dipendenza da Russia e Libia, diversamente da quanto poteva ritenersi auspicabile, è andata accentuandosi tra 2012 e 2014: passando dal 24% al 41% dei consumi interni per il gas russo e dal 9% al 10% per quello libico.

Lo “Sblocca Italia” sembrava aver riaperto la partita italiana nell’Adriatico, promuovendo una politica di rilancio della produzione nazionale, a discapito delle importazioni.

Tuttavia, l’approvazione al Senato dell’emendamento relativo al disegno di legge sugli eco-reati, che vieta l’utilizzo della tecnica dell’airgun, universalmente utilizzata in altre attività, rappresenta un duro colpo per il settore: se dovesse ottenere il via libera della Camera, impedirebbe di fatto l’attività di esplorazione in mare.

Il dibattito italiano sullo sfruttamento delle risorse in Adriatico ha raggiunto livelli di conflittualità che devono essere affrontati per dare coerenza ad una politica energetica in grado di dare risposte alle problematiche di sicurezza energetica, sostenibilità ambientale e competitività economica.

In un contesto di instabilità dei paesi fornitori e rallentamento dell’economia, l’Italia non dovrebbe perdere l’opportunità di attrarre investimenti, nazionali o esteri, quantificabili nell’ordine di 15-20 miliardi euro; valorizzare il potenziale energetico nazionale; rilanciare le imprese dell’indotto para-petrolifero, riconosciute grandi eccellenze all’estero, ma poco conosciute in patria.

Chiara Proietti Silvestri è analista di Relazioni internazionali. Collabora con il Rie di Bologna.

giovedì 26 marzo 2015

Anteprima del volume "Le Marche e la Prima Guerra Mondiale: il 1914. Piave o Adige?

Sta per essere pubblicato il volume n. 21 della Collana Storia in Laboratorio"
 dal titolo
 "Le Marche e la Prima Guerra Mondiale: il 1914"
Le Brigate di fanteria "marchigiane"
Brigate "Marche" "Ancona","Macerata", "Piceno", "Pesaro"

Copertina provvisoria soggetta a variazioni
Proponiamo un paragrafo del volume dedicato ad uno dei temi più scottanti relativi alla preparazione della Prima Guerra Mondiale

DIFENDERSI SUL PIAVE O SULL’ADIGE

1.4. La difesa del confine orientale.

Nelle memorie del gen. Cadorna emerge chiaramente come il patto di Londra dell’aprile 1915 e le sue clausole sia stato predisposto e negoziato nella assoluta non conoscenza e partecipazione dello Stato Maggiore dell’Esercito.
Cadorna lamenta che nulla era stato preventivamente concordato e coordinato, tanto che ancora nella primavera del 1915 l’Esercito era orientato sia ad una guerra alla Francia che una guerra ai confini orientali. E fu, quindi, perso tempo prezioso.
Questo scollamento tra diplomatici e militari è grave in quanto la questione  di una guerra ai confini orientali era sul tappeto da tempo. Mancavano i dettagli, ma nelle sue linee generali lo Stato Maggiore aveva predisposto piani per una guerra all’Austria già dal 1882.

a. Il piano di difesa di Ricotti Magnani 1870 - 1885
Al momento della stipulazione della Triplice Alleanza l’Italia era schierata decisamente con Germania e con l’Austria; l’alleanza stava a significare un preciso atteggiamento antifrancese. Tutti gli studi  erano orientati ad occidente, sul confine con la Francia e con la Svizzera. Ma non si credeva opportuno limitarsi a studiare piani in funzione antifrancese. In via cautelativa si iniziò a predisporre piani anche verso il confine orientale e predisporre le misure più idonee nel caso di una guerra isolata con l’Austria-Ungheria.
Nel 1870 l’idea generale di difesa era quella messa in atto dal gen. Ricotti-Magnani, che aveva individuato nella zona di Piacenza-Stradella, in cui radunare tutto l’Esercito, centrale, nella Pianura Padana, per poter fronteggiare la minaccia, da nord, da qualsiasi direzione provenisse.
Il documento fondamentale a firma di Ricotti-Magnani ha titolo “Relazione alla Commissione per lo studio della sistemazione a difesa nel teatro di guerra  a nord-est”, relazione presentata alla Camera nella seduta del 25 novembre 1870.
Era una concezione che resistette tra il 1870 ed il 1880. Con la costituzione della carica di Capo di Stato Maggiore nel 1882[1], dopo le manovre in Umbria, con baricentro Foligno, che vide l’impiego a partiti contrapposti di ben due Corpi d’Armata, con oltre 60.000 uomini. La situazione era mutata e si sentiva la necessità di mettere in essere studi su altri approcci concettuali.
I nuovi piani sono interessanti in quanto avranno importanza ed incidenza fino al piano generale di operazioni formulato da Cadorna nel maggio 1915, con cui entrammo nella Grande Guerra. I presupposti di questi nuovi studi erano dettati dal fatto che, nonostante l’Alleanza in essere, l’Austria era pur sempre quello che la tradizione risorgimentale definiva il “nemico ereditario”; inoltre, cosa a dire il vero alquanto inquietante, l’analisi dettagliata del trattato che legava l’Italia alla Germania ed all’Austria non era stato dotato di alcuna clausola militare, clausola o clausole che stabilissero in termini chiari gli impegni da prendere, e quindi, l’entità delle forze ed i loro schieramenti. Occorre dire che vi furono intese a partire soltanto dal 1888, come già si è visto.

!916. Dedica del Generale di Brigata Pietro Badoglio alla Brigata "Ancona"


b.Il piano di difesa di Enrico Cosenz  1885-1889
Infatti in quel 1882 il primo Capo di Stato Maggiore[2], gen. Enrico Cosenz, fece predisporre un piano[3] particolareggiato dal ten. col. Viganò.[4] E’ il primo studio organico di difesa del confine orientale, ma soprattutto è importante perché il Trattato della Triplice Alleanza, firmato solo tre anni prima, non prevedeva alcuna intesa militare, che stabilisse, in termini concreti, gli impegni assunti e quindi l’entità delle forze e il loro schieramento.

Il piano, era su sette paragrafi: a) condizioni generali dell’Italia di fronte all’Austria; b) condizioni iniziali dell’offensiva all’Austria; c) compito del Corpo Speciale; d) radunata dell’Esercito e successivi spostamenti; e) condizioni di lotta durante il primo periodo delle operazioni e passaggio dalla difensiva alla offensiva; f) ritirata dell’Esercito in caso di rovescio sul Piave; g) svolgimento dell’offensiva italiana verso Est. (Una di queste prevedeva anche l’arretramento e la resistenza sul Piave, nella convinzione che il confine, nella sua linea pedemontana, era indifendibile).
In pratica il piano prevedeva una iniziativa austriaca, con l’ipotesi di una resistenza iniziale sul confine, poi sul Piave; qualora questa fosse stata non sufficiente, si pensava di appoggiarsi a sinistra sulla piazzaforte di Venezia, e appoggiarsi alle piazzaforti come Cittadella e Bassano ed il centro avrebbe resistito sempre più in posto.
Lo studio poi prevedeva l’ipotesi di operazioni offensive e controffensive verso est, che prevedeva ipotesi che avrebbero permesso di assolvere il compito avuto, cioè di difendere il confine orientale. Negli anni successivi le singole fasi del Piano vennero sottoposte a sperimentazione mediante esercitazione per i quadri, previste nell’ambito degli studi per gli ufficiali di Stato Maggiore.
Lo studio del Cosenz venne via via perfezionato fino al 1889.

c.Il piano di Tancredi Saletta 1889 -1909
 Negli anni successivi le singole fasi del Piano Cosenz vennero sottoposte a sperimentazione mediante esercitazione per i quadri, previste nell’ambito degli studi per gli ufficiali di Stato Maggiore. Con l’assunzione alla carica di Capo di Stato Maggiore del gen. Tancredi Saletta, il piano Cosenz fu sottoposto, a radicale revisione, anche se parziali modifiche erano già state apportate a partire dal 1889. Tancredi Saletta lo aggiorna e predispone un nuovo piano nel 1904, che nelle sue linee generali è sempre imperniato sul concetto di una difesa dalla minaccia austriaca, cioè ha un impronta totalmente difensiva. Nonostante il rinnovo del Trattato della Triplice, i piani sono sempre aggiornati. Sono i tempi, come detto, che il Conrad voleva una guerra preventiva contro l’Italia ed il nostro Stato Maggiore non era insensibile a questa minaccia.

Nel dettaglio, appena nominato capo di Stato Maggiore,  il gen. Saletta mise a verifica, attraverso numerose esercitazioni con i quadri, le diverse ipotesi operative prese in considerazione dal generale Enrico Cosenz, in quanto appariva a tutti evidente che dovevano essere aggiornate.
Una prima innovazione fu quella di assicurare una maggiore difesa delle coste italiane, ritenendo opportuno schierare alcuni reparti rafforzando, nel meridione, alcuni punti ritenuti essenziali per la difesa del Paese. Una divisione fu posta alla difesa di Roma, una divisione fu inviata in Sicilia, un Corpo d’Armata in Puglia. Fu sciolto il Corpo d’Armata Speciale, incaricato di operare ad ovest del Tagliamento,  e le sue funzioni date a tre divisioni di cavalleria. Sul Piave si dovevano attestare la 2a e la 3a Armata, che dovevano spingere tre Corpi d’Armata tra Piave e Tagliamento, ed un quarto Corpo d’Armata si doveva spingere verso Belluno.
La riserva, a livello di Armata, venne dislocata più a nord rispetto allo studio Cosenz, nella zona di Padova, Lonigo-Rovigo.
Era questo uno studio innovativo che prevedeva, se tradotto, come fu, in piano operativo, una radicale revisione di tutta la predisposizione per la radunata e per la mobilitazione. La materia non fu di pertinenza del solo Stato Maggiore, ma anche di vari ambienti politici, diplomatici ed economici e soprattutto fu centrale nelle discussioni nei circoli militari italiani dell’epoca. Il dibattito sulla difesa del confine orientale divenne oggetto di conferenze, dibattiti e polemiche, spesso anche di qualche spessore. Appariva evidente che occorreva dare una concreta risposta alla ipotesi, prima nemmeno formulata, di una eventuale guerra con l’Austria-Ungheria. Anche il Parlamento non rimase estraneo al dibattito e nelle tornate del 1899 e 1900 ribadì che si doveva dare una concreta attuazione alla difesa del confine orientale.
Gli studi di Stato Maggiore si infittirono. Si pose come cardine di ogni studio che, data la potenza dell’Austria-Ungheria, l’Italia non poteva che assumere solo atteggiamenti difensivi. Dibattiti sorsero in merito alla valutazione da dare alle possibilità di difesa del Tagliamento: alla fine si arrivò alla conclusione che questo fiume non poteva, per le sue condizioni idro-geografiche, essere un ostacolo degno di nota su cui imbastire la difesa ad oltranza. Il fiume più adatto a questa funzione si ritenne fosse il Piave, ricco d’acqua, almeno in quegli anni, con sponde sopraelevate, ed appoggiato a due ostacoli naturali molto efficaci, quali il Montello a nord e la laguna veneta a sud; inoltre questo corso d’acqua era vicino ad importanti terminali ferroviari. Si concludeva, in quei anni, la discussione, iniziata con Ricotti – Magnani, che la difesa doveva essere imperniata non sull’Adige, ma sul Piave.
Il nuovo piano di guerra aveva le seguenti caratteristiche e peculiarità:
. ulteriori 150.000 uomini destinati alla difesa delle coste;
. la difesa del saliente trentino-tirolese, si organizzò in due settori: l’occidentale, dallo Stelvio al Lago di Garda, affidato ad un Corpo d’Armata autonomo su tre divisioni, con aliquote di truppe alpine; l’orientale, alla 1a Armata, costituito da quattro Corpi d’Armata;
. la riserva, costituita dalla 4a Armata concentrata tra Monselice e Padova;
. sul Piave vi era il nerbo delle forze italiane costituite dalla 2a e dalla 3a Armata;
. contro gli sbarchi lungo le coste della penisola si lasciava un Corpo d’Armata in Puglia ed una divisione a Roma.
Questo piano fu definito in tutti i suoi particolari e si provvide alla diramazione a tutti i livelli; completati e distribuiti anche i documenti di mobilitazione e di radunata.[5]

Francesco Aloe del 70 Reggimento Fanteria "Ancona", Brigata Ancona


d. Il piano di Alberto Pollio 1909 -1914
Alberto Pollio subentrò a Tancredi Saletta nel 1909. Sotto la direzione del gen. Pollio, l’Esercito uscì dalla sua impasse. La situazione politica internazionale procedeva sempre più evidentemente verso una maturazione che non lasciava adito a dubbi nei riguardi di una soluzione bellica dei gravi e inconciliabili dissensi esistenti fra le maggiori Potenze Europee. Al generale Pollio si poneva, perciò, il problema di una sollecita preparazione dell’Esercito, in vista di un conflitto nel quale sarebbe stato coinvolto. Numerosi provvedimenti, di vasta portata, e di notevole impegno, furono avviati a realizzazione: un consistente aumento della forza bilanciata, l’impianto di fortificazioni a sbarramento della linea del Tagliamento, della Carnia, del Cadore; l’ammodernamento delle artiglierie, alcune delle quali erano superate ed antiquate; la costituzione di notevoli scorte di munizioni e di tutti gli altri mezzi materiali occorrenti per una guerra che sarebbe stata di vaste proporzioni; il miglioramento del sistema ferroviario nazionale la cui situazione limitava alla linea del Piave  le possibilità di radunata dell’Esercito di campagna. A questi problemi di natura logistica si affiancava quello prettamente operativo che richiedeva, quale base primordiale, la revisione dell’intera dottrina tattica alla luce delle evoluzioni intervenute in Europa negli ultimi tempi. Furono affrontati, definiti o avviati a decisiva soluzione problemi organizzativi e di potenziamento, quali:
. la sistemazione difensiva della frontiera con l’Austria, che era stata esclusa, nei periodo precedenti, dalle predisposizioni fortificatorie in base alla situazione politica dell’alleanza in atto. Tale decisione si adeguava esattamente alle condizioni del momento determinante dall’atteggiamento austriaco ed era indice preciso di una evoluzione dei concetti e degli orientamenti politici italiani sul piano internazionale.
. l’adozione della ferma biennale per tutte le armi, ad esclusione dei Carabinieri,  con estensione dell’obbligo di leva a tutti i cittadini;
. incremento degli stanziamenti ordinari di bilancio mediante assegnazioni straordinarie  (che raggiunsero la cifra di 553 milioni) ripartite in più esercizi;
. l’integrazione con mitragliatrici dell’armamento della Fanteria e della Cavalleria;
. la progressione sostituzione del traino animale con il traino meccanico, entro i limiti dell’ancora scarso sviluppo di questo nuovo  e modernissimo mezzo tecnico;
. una prima creazione di una organizzazione aerea;
. l’ammodernamento e il potenziamento organico delle varie specialità di artiglieria (da campagna, a cavallo, da montagna, pesante campale, d’assedio);
. l’organizzazione, su razionale pianificazione, dei servizi di campagna.
Sul piano operativo i termini operativi di debolezza erano quelle tradizionali: maggior tempo per mobilitazione e radunata; rapporto di forze favorevoli (4 Armate contro le 12 o di più dell’Austria-Ungheria); mentalità difensiva di Capi e di quadri. Per la prima volta in uno studio dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano si ipotizzava che, contenuto il nemico, seguendo le circostanze, si doveva riconquistare il terreno perduto ed inseguire il nemico nel suo stesso territorio.
 Il piano di Pollio messo a punto del 1913 prevedeva:
. la 1a Armata lungo il saliente trentino dalla Valtellina-Valcamonica fino al Brenta;
. la 4a Armata a fronteggiare la rimanente linea di confine trentino dal Brenta a Pieve di Cadore ed a difesa dell’alto Cadore;
. la 2a Armata e la 3a Armata sul Piave tra Montebelluna al mare. La prima delle due con un corpo d’armata spostato in avanti verso il medio Tagliamento a sostegno dell’occupazione avanzata della Carnia; la seconda, invece, avrebbe dislocato un altro Corpo d’Armata a cavallo del Tagliamento inferiore ed a sostegno dell’occupazione avanzata del basso Friuli e delle tre divisioni di Cavalleria che si sarebbero radunate ad Udine, Codroipo e Latisana con il compito d prendere contatto con il nemico. Due Corpi d’Armata sarebbero restati uno a Padova ed uno sul Mincio a disposizione del Comando Supremo.
. era previsto anche un Corpo d’Armata ed una divisione per la difesa del territorio da sbarchi dal mare e la costituzione di un Corpo d’Armata d’osservazione lungo la frontiera svizzera.

Un interessante dato riguardante la mobilitazione italiana è il cambiamento del concetto base, avvenuto sul finire della gestione Pollio e l’inizio della gestione Cadorna (inizio estate 1914).  Fino al 1914, la radunata e la mobilitazione si soprapponevano. In pratica i reparti giungevano nelle zona di radunata e qui venivano implementati e completati per poi essere inviati in zona di operazione. Dal gennaio 1915 questo concetto di mobilitazione fu cambiato: si adottò il principio di compiere sul posto la mobilitazione scindendola dalla radunata, ovvero di completare le unità ed i reparti nei loro organici di guerra, nelle sedi stanziali, completare l’addestramento e poi avviare unità e reparti alla zona di radunata per essere prontamente impiegabili, senza ulteriori strascichi.
Questo sistema aveva l’indubbio vantaggio di mandare al fronte reparti ed unità già costituiti ed in grado di essere impiegati immediatamente, mentre con il precedente il completamento avveniva afflusso durante.
Si ebbe, a margine, fitti contatti con l’autorità politica, per definire il nuovo modello di mobilitazione. In breve la radunata e la mobilitazione del vecchio sistema fu definita “camoscio”, dal colore della carta su cui era scritta e stampata; il nuovo modello la radunata e la mobilitazione fu definita “rossa” in quanto era stampata su carta rossa.
In marzo Cadorna illustra ai dipendenti comandanti di Armata i lineamenti della mobilitazione e radunata “rossa”, e le peculiarità diverse rispetto a quella “camoscio”.

Pollio prese atto dei miglioramenti nella organizzazione dell’Esercito, il buon fine raggiunto dalla organizzazione in 1a, 2a, 3a, categoria che aveva dato la creazione e la disponibilità di numerosi reparti della varie armi. Si apportarono miglioramenti, alla vigilia dello scoppio della guerra, soprattutto nella difesa del saliente trentino e la difesa degli altipiani, e soprattutto del settore Brenta-Piave ritenuto molto critico.
Queste innovazioni non portarono ad una riformulazione del piano, ma ad un successivo e consequenziale aggiornamento della situazione operativa.
 Nel 1913 il progetto operativo era ancora vincolato alla difensiva: questo tenendo conto dei fattori di debolezza dell’Esercito Italiano rappresentati dai tempi molto lunghi di mobilitazione e radunata, dallo sfavorevole rapporto di forze con l’Esercito e dalla cronica mentalità difensiva. Tutto questo sommato significava che nelle prime settimane di guerra l’Esercito austriaco avrebbe conquistato tutto il Veneto.
 Pollio prevedeva, nel suo piano, che contenuto nel migliore dei modi l’attacco nemico, ipotizzava una manovra controffensiva da condursi sulla base delle circostanze del momento, al fine di conquistare il territorio italiano invaso e inseguire il nemico nel suo territorio.
 La caratteristica del piano di Pollio era che prevedeva, come novità, la possibilità di una controffensiva da lanciarsi appena avute le forze necessarie, dopo aver contenuto  l’iniziale azione nemica.
Tutto questo Pollio lo tradusse nelle “Norme generali per l’impiego delle Grande Unità di guerra”, datato appunto 1913.
Il punto di forza del piano Pollio era la constatazione che, in quell’anno, l’Italia, in un conflitto con l’Austria, ben difficilmente si sarebbe trovata sola; le forze alleate giunte in Italia avrebbero potenziato l’azione controffensiva, che mista anche all’irredentismo ed altri fattori contingenti, avrebbe permesso di conseguire la vittoria in termini accettabili.
 
Soldato in posa dal fotografo appartenente al 70 Reggimento Fanteria Ancona, della Brigata 2Ancona"
e.Il piano Cadorna. 1914-1915.
La morte improvvisa per arresto cardiaco, il 28 giugno 1914 del Pollio, la data dell’attentato di Sarajevo,  fece si che l’Italia perse una delle menti più illuminate e capaci della storia militare del primo novecento, soprattutto un generale capace di gestire la situazione in modo aderente alla realtà, adattando la teoria alla pratica e alla situazione con elasticità.
Successe al Pollio il gen. Raffaele Cadorna, che assunse la carica di Capo di Stato Maggiore il 27 luglio 1914, la data dell’ultimatum dell’Austria alla Serbia. Cadorna era sì preparato, ma con un carattere rigido e schematico, poco amante della improvvisazione e carente in modo assoluto di fantasia, caratteristica questa che non aiuta molto nell’Arte della Guerra. Il 2 agosto 1914 l’Italia proclamò la sua neutralità. I suoi metodi e le sue predisposizioni fanno sì che già il 21 agosto 1914 si ha un piano con cui l’Italia possa affrontare la situazione a firma Cadorna. Porta il titolo significativo: “Memoria riassuntiva circa un’azione offensiva verso la monarchia austro-ungarica durante l’attuale conflagrazione europea. Possibili obiettivi. Presumibili operazioni da svolgersi”[6]
In questo documento l’obiettivo fondamentale era da ricercarsi nel goriziano e nel triestino, mentre quello secondario era il Trentino. Era presa in considerazione anche la possibilità di effettuare sbarchi sulle coste dell’Impero, tra Fiume e Trieste, a premessa di ulteriori operazioni verso l’interno. Erano ipotizzate anche operazioni di sbarco tra Antivari e Metkovic con lo scopo di inviare delle forze di rincalzo a quelle del Montenegro o per dare a queste un concorso diretto per poter procedere all’occupazione dell’Erzegovina. La Memoria, una volta diramata, dette l’avvio agli ordini di schieramento delle Armate. In pratica questa Memoria prevedeva un attacco diretto all’Austria, prendendo subito l’iniziativa, disponendo di quattordici divisioni lungo i 500 Km di fronte dallo Stelvio alla Carnia, quindici nei 90 chilometri del fronte principale, quello isontino, e sette di riserva, orientate al concorso dell’offensiva principale. Le unità della Regia Marina erano orientate a sostenere l’azione dell’Esercito, lì dove era necessario e richiesto. Il 1 settembre 1914 la Memoria fu tradotta in direttive di dettaglio alle Armate, in cui venivano fissati i lineamenti per la radunata e la mobilitazione. Essenziale era ridurre al    minimo i tempi di radunata, affinchè l’azione offensiva fosse efficace.

Altre disposizioni furono emanate per gli obiettivi secondari, per l’organizzazione dei collegamenti e per le informazioni.
Perdurando la neutralità, e con l’arrivo della stagione invernale, il Comando Supremo prese in considerazione l’ipotesi di inizio di una guerra durante l’inverno; in conseguenza emanò direttive, il 15 ottobre, per aggiustamenti tali da poter affrontare anche una campagna invernale.
 La situazione rimane invariata per tutto il 1914. Il 27 gennaio il Comando Supremo, Ufficio del Capo di Stato Maggiore-Mobilitazione, emana direttive per garantire meglio i settori di copertura durante la mobilitazione per prevenire azioni offensive nemiche. Molti reparti a ridosso del confine sono portati ad organici di guerra.

Dopo di che il 1 aprile 1915 Cadorna emanò le varianti alle direttive del 1 settembre 1914. Queste permettono di passare, nel minor tempo possibile e senza grossi traumi, dalla concezione difensiva a quella offensiva e quindi essere pronti alla guerra, che sembrava sempre più ineluttabile.
Il Capo di Stato Maggiore gen. Cadorna, sulla base del  Trattato di Londra in base al quale l’Italia si impegnava ad entrare in guerra entro il 26 maggio, emise ordini chiari già dal 16 maggio. L’ordine di operazioni n. 1 riporta quella data, 16 maggio 1915. Questo ordine di operazioni costituisce, dunque, l’epilogo degli studi che lo Stato Maggiore sin dal 1885, iniziati dal gen. Cosenz, si erano succeduti per analizzare e pianificare le possibili operazioni sulla frontiera orientale.

Nella sostanza il Piano Cadorna aveva questa architettura:
. 1a Armata (due Corpi d’Armata ed una divisione) sulla fronte trentina dallo Stelvio a valle Cismon compresa;
. 4a Armata (due Corpi d’Armata) nel Cadore;
. Corpo della Carnia: (un Corpo d’Armata e sedici battaglioni alpini) dal Cadore al monte Maggiore;
. 2a Armata: (tre Corpi d’Armata) dal monte Maggiore alla strada Cormons- Gorizia compresa;
. 3a Armata: (tre Corpi d’Armata) dalla destra della 2a Armata al mare;
. riserva: (due Corpi d’Armata di tre divisioni di milizia mobile ciascuno) tra Verona e Desenzano, più una divisione dell’Esercito permanente a Bassano.[7]
L’entrata in guerra dell’Italia ed il piano di Cadorna non diede i frutti sperati. Il piano Cadorna, in tutta la sua essenza, era ispirato ad operazioni offensive figlie dirette del concetto di una guerra breve e risolutiva, e tendenti a raggiungere gli obiettivi strategici di Lubiana e di Trieste con gravitazione sul fronte del basso Isonzo. Prima ancora che al mancato concorso degli Eserciti russo e serbo, il fallimento del piano di operazioni di Cadorna fu dovuto a vari fattori che posiamo definire “tecnici”: carenza di fuoco, carenza di materiali adatti a superare le trincee ed i reticolati, scarsa organizzazione logistica. In più non vi erano alternative ad una rapida e decisa offensiva iniziale.
In breve, anche sulla fronte italiana come su quella francese, nel giugno 1915, quando fallisce l’azione iniziale, dalla guerra di movimento si passa alla guerra di logoramento, guerra ove tutto avviene in uno spazio ristretto che divora continuamente in misura imprevista uomini e materiali e che dà origine ad un circolo perverso. La vittoria può essere conseguita solo logorando in misura superiore l’avversario; per logorare l’avversario bisogna attaccare; per raggiungere gli scopi sia pur limitati dell’attacco bisogna accumulare uomini, cannoni, munizioni, materiali in misura tale da stremare a loro volta le forze morali e materiali dell’avversario e del paese, e ciò nonostante in misura sempre insufficiente.
La Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano è tutta qui: una serie di battaglie che portarono l’Esercito Austriaco sull’orlo del collasso, ma costarono all’Esercito Italiano un grave logoramento morale e materiale.[8]
Nelle prime due settimane di guerra si vide che i piani erano insufficienti. Il voler a tutti i costi, dopo le prime battaglie offensive, continuare con gli stessi criteri di impiego, ed averlo ribadito per due anni di seguito fino a Caporetto, fu il più grave errore da imputare al Cadorna. I piani per la difesa del confine orientale furono fino al 1915 solo difensivi; questo avrà avuto una sua influenza nel momento della massima crisi nell’ottobre 1917 dopo lo sfondamento di Caporetto. Occorreva, con il senno di poi, fermarsi e riflettere di fronte alla incapacità di conseguire, a fronte di elevatissime perdite, un qualche risultato positivo. Quello che fecero i Tedeschi, ma, anche loro, solo dopo tre anni di guerra, e rivedere tutta l’architettura concettuale della Guerra. Ma questo è un altra storia.


 Le foto di questo post. sono state proposte da 
Massimo Ossidi, 
Vice presidente della Accademia di Oplologia e Militaria di Ancona, 
che ha promosso la pubblicazione del volume

[1] La carica di Capo di Stato Maggiore fu istituita su proposta del Ministro della Guerra, Ferrero, nella sua configurazione di carica permanente, e fu approvata dal Parlamento nel 1882 con R.D. n. 968, in data 11 novembre 1882.
[2] Dalla istituzione della carica di Capo di Stato Maggiore, 29 giugno 1882, al 24 maggio 1915, ricoprirono tale carica i seguenti generali:
.Ten. Gen. Enrico Cosenz dal 1 settembre 1882 al 1 dicembre 1893
.Ten. Gen. Domenico Primerano dal 1 settembre 1893 al 1 giugno 1896
.Ten. Gen. Tancredi Saletta dal 1 giugno 1896 al 1 giugno 1908
.Ten. Gen. Emilio Massone dal 27 giugno 1908  al 1 luglio 1908 (int.)
.Ten. Gen. Alberto Pollio dal 1 luglio 1908 al 10 luglio 1914
.Ten. Gen. Luigi Cadorna 10 luglio 1914 al 8 novembre 1917.
[3] Negli Stati Maggiori di ogni Esercito è norma predisporre piani che sono la diretta emanazione della politica ufficiale del Governo in carica; inoltre è anche norma predisporre piani e studi che sottendono ad ipotesi teoriche e realtà ufficiose, al fine di essere sempre pronti, nella evoluzione della politica governativa o nel mutarsi della realtà ufficiale ed internazionale ad affrontare con cognizione di causa ogni evenienza.
[4] Lo studio aveva il seguente titolo: ”Studio circa la difensiva e l’offensiva verso est”. Superava il concetto proposto da Ricotti-Magnani nel 1873 che per la difesa dell’arco alpino l’Esercito Italiano si doveva schierare in modo baricentrico all’arco stesso, e quindi prendere le decisioni sia essa proveniente dalla Francia, dalla Svizzera o dall’Austria.
[5] Ruffo M., L’Italia nella Triplice Alleanza. I piani operativi dello Stato Maggiore verso l’Austria-Ungheria dal 1885 al 1915, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1998, pag. 157.
[6] Cfr.: L’Esercito Italiano nella Grande Guerra. Relazione ufficiale, Bollettino. II Bis Allegato 1, Ministero della Guerra, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1929
[7] Ruffo M., L’Italia nella Triplice Alleanza. I piani operativi dello Stato Maggiore verso l’Austria-Ungheria dal 1885 al 1915, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico; 1998, pag. 167
[8] Botti F., La Logistica dell’Esercito Italiano (1831 – 1981), Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1991, Vol. II. 


Il volume è disponibile in tutte le librerie dal 15 aprile 2015 
Può essere richiesto alla Casa Editrice (ordini@nuovacultura.it) oppure alla Accademia di Oplologia e Miloitaria (Ancona Via Cialdini 26 - accademiadioplologiae militaria@yahoo.it) 
per informazioni: cervinocasue@libero.it

venerdì 20 marzo 2015

Ancona maggio 1918




FOTO DEL COLLE GUASCO PRESA DAL PORTO MOLO NORD NEL MAGGIO 1918. LA DATAZIONE E' STATA POSSIBILE PER LA DIDASCALIA RIGUARDANTE UN NOTO FATTO STORICO ACCADUTO IN QUEL PERIODO.

venerdì 13 marzo 2015

Ciclo di Conferenze per il Big Event

L'ACCADEMIA DI OPLOLOGIA E MILITARIA DI ANCONA HA PRESENTATO AL COMUNE DI ANCONA UN PROGRAMMA CONCERNENTE UN CICLO DI CONFERENZE SULLA GRANDE GUERRA, A CADENZA MENSILE, VOLTO AD ILLUSTRARE GLI ASPETTI SALIENTI DELLA GRANDE GUERRA NELLA DATA CENTENARIA DEL 1915.

venerdì 6 marzo 2015

Giornalisti Caduti nella Grande Guerra che avevano lavorato nelle Marche: Arturo Caruso

CHI ERA IL GIORNALISTA CAMPANO
 ARTURO CARUSO, 
CADUTO NELLA GRANDE GUERRA 
E MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE ALLA MEMORIA

Ex Direttore de "L'UNIONE" di Macerata e redattore de "L'ORDINE" di Ancona, oltre che giornalista il campano Arturo Caruso era anche avvocato e cavaliere della Corona d'Italia. Di laboriosità esemplare era dotato di una specifica competenza in tema di bonifiche.

Era nato ad ACERRA (NAPOLI) il 22/9/1883. Figlio di Filippo e Concetta, si era sposato con la cesenate Tina (Concetta per l'anagrafe) Vicini da cui aveva avuto 2 maschietti ancora in tenera età.

Era Segretario al Ministero dei Lavori Pubblici e per molti anni fu inviato in missione a Venezia presso il Magistrato delle Acque. Aveva quindi vissuto a Roma, nelle Marche e a lungo anche a Venezia. Nel 1915 scrisse "Le opere di bonifica di 2^ categoria nella vigente legislazione".

Combattè nella Grande Guerra come TENENTE del 122° REGGIMENTO FANTERIA Brigata MACERATA.
Morì eroicamente a DOBERDO’ - POLAZZO sul Carso il 26/7/1915. Nonostante fosse stato già colpito poco prima al braccio volle infatti lanciarsi ugualmente all'attacco di una trincea nemica alla testa del suo plotone. Ma la mitraglia nemica gli squarciò il petto. Morì gridando "Viva l'Italia!"

Dettero notizia della sua morte "Il Cittadino" di Macerata del 7/8/1915, "Il Veneto" e "L'Adriatico" dell'8/8/1915, "La Stampa" del 12/8/1915 a pag. 4 e del 30/8/1915 a pag. 4, nonché un giornale di Cesena con la sua foto.

Fu sepolto nel SACRARIO MILITARE DI DOBERDO’ / REDIPUGLIA tomba n. 7618

Nel 1922 gli venne conferita la MEDAGLIA D'ARGENTO A VALOR MILITARE ALLA MEMORIA con la seguente motivazione: "In aspro e cruento combattimento, alla testa del suo plotone, con ammirevole sprezzo del pericolo, riuscendo di valoroso incitamento ai suoi soldati, si slanciava all'attacco di difficile posizione nemica, tenacemente contesa. Colpito in petto e in fronte cadeva da prode sul campo. Polazzo, 26 luglio 1915".

Il suo nome compare a pag. 137 della Rivista mensile della Città di Venezia n. 5 maggio 1925, contenente i nomi dei cittadini veneziani Caduti nella Grande Guerra. Fascicolo con copertina da pag. 123 a pag. 224, nonché nell'Albo d'Oro dei Caduti, cliccare su:http://www.cadutigrandeguerra.it/Albo_Oro/Archivi/5/85.jpg


Il suo nome figura inoltre sulla lapide inaugurata da Benito Mussolini al Circolo della Stampa di Roma il 24 maggio 1934 e casualmente ritrovata in una cantina dell'INPGI. 


a cura di R. Franz per l'Accademia di Oplologia e MIlitaria di Ancona

Giornalisti Caduti nella Grande Guerra che avevano lavorato nelle Marche: Giuliano Bonacci

CHI ERA IL GIORNALISTA TOSCANO 
GIULIANO BONACCI, 
CADUTO NELLA GRANDE GUERRA 
E MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE ALLA MEMORIA

Il fiorentino Giuliano Bonacci, inviato di punta e corrispondente in zone di guerra del "CORRIERE DELLA SERA", redattore della "MINERVA" e del "GIORNALE d'ITALIA", ex redattore della "TRIBUNA", già inviato di guerra in Libia per "IL SECOLO" di Milano e Direttore del "FUORI I BARBARI" (pubblicato alla vigilia della dichiarazione di guerra con l'Austria), era Socio dell'Associazione Stampa Periodica Italiana di Roma. Giornalista pubblicista e avvocato, compì viaggi in Italia ed all'estero, dando sempre prova di invidiabili qualità di scrittore versatile e incisivo e di osservatore sagace. Apparteneva ad una nota famiglia di Jesi.

Era nato a FIRENZE il 9/12/1872, figlio di Teodorico e di Rosa Mancini.

Suo padre (Jesi 1838-Roma 1905) era all’epoca un noto giureconsulto ed autorevole uomo politico: fu ministro di Grazia e Giustizia nel I Governo Giolitti e nel V Governo Starrabba di Rudinì, poi Vicepresidente della Camera e senatore del Regno dal 1904, deputato per 8 legislature - a partire dalla 13^-, esponente della Sinistra costituzionale, Segretario generale del Ministero dell'Interno.

Come giornalista Giuliano Bonacci aveva viaggiato lungamente facendo servizio di corrispondenza nel Benadir, in Eritrea, in Somalia, poi in Libia, a Tunisi, da Pietrogrado in Russia e in Romania e infine in zona di guerra. Si occupava con grande amore di questioni coloniali ed era stato volontario garibaldino quando nel 1897 scoppiò la guerra greco-turca: partì con Ricciotti Garibaldi e si battè a Domokos nel battaglione del colonnello Mereu. Fu anche inviato di guerra nel primo conflitto dell’Italia unita, in Libia nel 1911.

Si conoscono i suoi articoli pubblicati sul "CORRIERE DELLA SERA" del 14/7/1908, 13/8/1908, 3/10/1911, 10/11/1911, 11/11/1911, 13/11/1911, 16/11/1911, 22/12/1911, 24/12/1911, 31/12/1911, 5/1/1912, 22/1/1912, 26/1/1912, 17/1/1914 e 28/1/1914.

Scrisse vari libri: “La nostra politica coloniale/dal protocollo di Londra (dicembre 1906) ai fatti di Lugh (dicembre 1907)”, 1908, pagg. 65; “Gli ultimi giorni di Bengasi turca: L'agonia del Mutessariflik della Cirenaica” (contiene anche: “La fase acuta della questione marocchina e gli interessi italiani”), 1912, pagg. 210; “Guerra italo-turca 1911-1912 – Diari e memorie”; “Gli italiani sul Gebel”, 1913, pagg. 30, estratto da “Rassegna contemporanea”, anno 6., serie 2, fasc. 11; "Il califfato, l'Islàm e la Libia”, 1913, pagg. 45; “Da Tolmetta a Marsa Susa e da Derna a Sidi Garbaa: discorso letto in Roma all'Associazione della stampa il 30 Maggio 1913”, 1913, pagg. 45 e “La seconda fase della grande guerra: nel Medio Oriente attraverso il ponte balcanico”, 1916, pagg. 45.

Partì volontario per la prima Guerra Mondiale  combattendo come CAPITANO del 237° REGGIMENTO FANTERIA Brigata GROSSETO (in precedenza era stato TENENTE del 234° REGGIMENTO FANTERIA Brigata LARIO).
Morì a 45 anni il 16/7/1917 nel Vallone di DOBERDO' ai piedi dell'HERMADA, colpito da una scheggia di granata austriaca.

Dettero notizia della sua morte il Corriere della Sera del 19/7/1917 a pag. 3 e del 21/7/1917 a pag. 4, l'Adriatico del 21/7/1917 a pag. 1, il Corriere di Livorno del 22/7/1917 a pag. 2, L'Ora di Palermo del 22-23/7/1917 a pag. 1 e il Bollettino della Federazione della Stampa del 25/7/1917. Il suo nome compare nell'Albo d'Oro dei Caduti, cliccare su: http://www.cadutigrandeguerra.it/Albo_Oro/Archivi/23/126.jpg.

La sua tomba si trova nel Vallone di Doberdò di fianco a “base Ferleti” (oggi frazione del Comune di Doberdò del Lago, in provincia di Gorizia).

Nel 1921 gli venne conferita la MEDAGLIA D'ARGENTO AL VALOR MILITARE ALLA MEMORIA, in commutazione della medaglia di bronzo alla memoria, con la seguente motivazione: "Pubblicista valente ed assai noto, e volontario di guerra, non più giovanissimo, volle sempre avere comando di truppe combattenti: carattere saldo, mente acuta e colta, modestissimo come pochi, con l'esempio e con la parola, fu sempre e dovunque animatore efficacissimo dei suoi soldati, che con ferma energia ed anima calda, seppe guidare e mantenere di fronte al nemico. Tornato dalla licenza, per aver saputo il suo reggimento in azione, sotto intensissimo fuoco d'artiglieria e bombarde, sereno, cosciente, con sprezzo del pericolo, con intuito felice ed efficace risultato, compì ardita azione dimostrativa, per alleggerire altrui la pressione del nemico. Cadde con parecchi dei suoi, colpito da granata, sulla dolina che da lui prese nome. Lagazuoi-Alto Cordevole-Carso 1915 maggio-giugno 1917".

L'intero Consiglio e molti Soci dell'Associazione della Stampa Periodica Italiana lo ricordarono a Roma all'Altare della Patria il 2 novembre 1918 assieme agli altri appartenenti all'Associazione Caduti in guerra (Mario Fiorini, Roberto Taverniti, Giuseppe Leoncelli - rectius Leonelli, ndr -, Luigi De Stasi, Renato Giovannetti e Vincenzo Picardi).

L'Associazione deliberò di affiggere subito nelle sale sociali i loro nomi insieme a quelli di coloro che combattendo meritarono la medaglia al valore" (Vedere la nota (1) in fondo a pag. 206 del XVIII capitolo "Le Associazioni della Stampa e l'opera loro" del libro " Giornalismo eroico" di Arturo Lancellotti, Edizioni Fiamma, Roma, 1924 di 264 pp. Con prefazione di Giovanni Biadene, Segretario Generale della Federazione Giornalistica Italiana).

Il suo nome figura inoltre sulla lapide inaugurata da Benito Mussolini al Circolo della Stampa di Roma il 24 maggio 1934 e casualmente ritrovata in una cantina dell'INPGI.

         

a cura di R. Franz per l'Accademia di Oplologia e Militaria di Ancona