Notizie,documenti, contributi,riguardanti la Storia di Ancona e delle Marche.Inoltre contributi e note alla Storia Militare delle Marche sotto l'egida del Comitato Scientifico del Club Ufficiali Marchigiani. E' spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro per la collaborazione il CUM. (Info: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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lunedì 10 agosto 2020
giovedì 30 luglio 2020
lunedì 20 luglio 2020
Il Passaggio del fronte 1944 I combattimenti ad Osimo per la liberazione di Ancona
Dal Diario
di Francesca Bonci :
“17 luglio
1944. Lo dicevo io che fino a ieri era andata troppo bene!!! Questa notte è
stato un inferno!... I tedeschi ci hanno bombardato per ben quattro ore senza
interruzione con bombe di tutti i calibri. L’artiglieria Polacca ha
contrattaccato continuamente: si pensi come sono state snervanti quelle ore… Da
questa mattina dalle ore 5 sino in questo momento ore 8, c’è più calma da ambo
le parti. Sarà preludio di peggiori ore
migliori? Tutti dicono la
sua. Chi , che i tedeschi si sono ritirati sopra Falconara e
Montemarciano, chi invece dice che si prepareranno per una nuove forte
offensiva, insomma una tale baraonda di chiacchiere e previsioni belle e
brutte, da snervarci ancora più di quelle che già siamo!
Ore 10. Sono
stata a casa contrariamente agli altri gironi, ho trovato solamente Jacob. Alla
domanda dove erano tutti gli altri, mi risponde “Tutto fronto, tutto guerra!”
Chi ci capisce
è bravo! Gli ho chiesto se andranno via, ma non mi ha risposto a tono, non so
se perché non mi ha capito, oppure per - segreto militare – come dicono loro.
Attendiamo gli
eventi.
Ore 16 Sono
ritornata nuovamente a casa. Pare che i tedeschi si siano ritirati dalla zona
di Osimo. Infatti Ludwig mi ha detto che questa sera tardi partiranno e se noi
vogliano ritornare a casa non c’è pericolo. Abbiamo deciso io e Lina con
Lucidio verremmo a dormire qui.” [1].
Il
contributo dei “patrioti” rimane costante durante la battaglia. Innumerevoli
sono gli episodi che testimoniano come i “patrioti” riuscivano a dare un
contributo fattivo alle operazioni. Paolo Orlandini, ad esempio, scrive,
“Abbiamo
tenuto il fronte di Osimo per 18 giorni perché gli Alleati[2]
sono arrivati il 6 luglio ed il fronte non è avanzato fino al 18 di luglio, il
giorno della liberazione di Ancona. Il giorno 17 cominciò l’offensiva da parte
del Corpo Italiano di Liberazione. Una nostra pattuglia catturò un ufficiale
austriaco addetto allea fortificazione della valle che comandava direttamente
una batteria di mortai distaccata a S. Paolina lui ci disegnò sulla carta
topografica tutta la difesa nemica e con quel disegno io andai al Comando
Artiglieria polacco. Il colonnello Leon volle subito verificare se le informazioni erano esatte ed ordinò un
tiro di controbatteria verso un’indicazione segnalata: una prima batteria
nemica venne distrutta”[3]
[3] Matteucci I., La Lapide ed il Cippo di Piazza Ugo
Bassi, Ancona, Il lavoro editoriale, 2007, pag. 28
venerdì 10 luglio 2020
Ancona Il Passaggio del fronte 1944. La famiglia Spinsanti Casenuove di Osimo
Al
riguardo, sempre in merito alla raccolta dei feriti sul campo di battaglia,
merita una qualche attenzione la testimonianza di Giovanni Spinsanti, classe
1929. Abitava nella casa colonica della sua famiglia, Casa Spinsanti. Nella
tarda mattina del 17 luglio 1944, oltre il mezzogiorno, ricorda Giovanni
Spinsanti, un plotone di circa una trentina di soldati, non ricorda se erano
fanti oppure arditi, ma comunque erano soldati italiani, era giungo vicino a
casa; maldestramente non fece le dovute segnalazioni alla propria artiglieria,
e questo assembramento fu notato. Una salva ben precisa arrivò, Giovanni Spinsanti
lo rimarca con precisione, “da dietro”, e cadde al centro del plotone,
provocando morti e feriti. Oggi si direbbe “azione negativa da fuoco amico”, un
deprecabile errore. Nel 1944 era, sopratutto nella confusione di quella
mattinata, non errore facilmente comprensibile, anche se si pensa come era
diretto il fuoco dell’artiglieria, andando a rileggere la testimonianza del s.
ten. Lodi descritta in queste pagine. .
Gli ufficiali sul posto subito organizzarono i soccorsi ai feriti e diedero
disposizioni per lo sgombero sul primo posto medicazioni e raccolta feriti, che
si trovava a Monte Polesco. Chiesero aiuto a Giulio Spinsanti, classe 1925, e a
Santicchia Cesare, suo cugino, affinchè trasportassero con carri trainati da
bestiame, il classico “biroccio” della campagna marchigiana, i feriti a Monte
Polesco.
Giulio
Spinsanti e Cesare Santicchia si misero a disposizione. Sul primo “biroccio”,
quello di Giulio Spinsanti sono stati caricati 5 feriti, sul secondo, quello
condotto da Cesare Santicchia, 4 feriti. Messisi in cammino, Giulio Spinsanti
voleva prendere una scorciatoia, da lui ben conosciuta che da casa Spinsanti
portava a Monte Polesco. Un ufficiale, intervenuto, insistette affinchè
prendesse la strada conosciuta e che era stata battuta dai soldati italiani,
ritenuta da questo ufficiale più sicura. Prendere un sentiero non precedente
usato significava correre grave pericolo per via delle mine, che i tedeschi
avevano disseminato dappertutto.
Giulio
Spinsanti accetta l’ordine di passare per la strada indicata dall’Ufficiale;
lungo il tragitto, al di qua del Musone, suo cugino, Cesare Santicchia, oltre
ai lamenti degli altri feriti, sente la richiesta costante di uno che chiede di
essere ucciso, per porre fine alle sue sofferenze. In continuazione questo
soldato gli chiede “Ammazzami,ammazzami!!!”
Al guado
del Musone la tragedia.
Il primo biroccio, appena iniziato a guadarlo, urta una mina
controcarro che lo fa saltare in aria: muoiono tutti, Giovanni Spinsanti, e
tutti e cinque i feriti trasportati, le bestie dilaniate. Cesare Santicchia si
ferma; giudica opportuno non proseguire, per paura di saltare su una nuova
mina; quindi ritorna indietro, a cercare aiuto, lasciando sul posto il secondo
biroccio con gli altri quattro feriti.[1]
[1]
Testimonianza raccolta dall’autore in data 25 agosto 2013 da Giovanni Nazzareno
alla presenza di sua moglie, Sig.ra Quecetti Gina, classe, 1935, di suo figlio
Nazzareno Spinsanti con la sua signora, Elisabetta Magagnini, e sua nipote
Elena. Presente inoltre del Sig. Maria Manuali. Si ringrazia, oltre alla
famiglia Spinsanti per la squisità disponibilità l’amico Stefano Papalini, che
ha permesso la realizzazione di questa intervista testimoniale.
sabato 20 giugno 2020
mercoledì 10 giugno 2020
sabato 30 maggio 2020
Apertura della Pinacoteca Podesti
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lunedì 25 maggio 2020
Lo stemma di Ancona. I primordi
Antichissimo, risalendo alla remota antichità, è l'uso degli
emblemi come insegna simbolica gentilizia, nazionale o di città, o di grandi
personaggi. Basti qui ricordare l'aquila d'oro dei Re Magi, il Leone di Giuda,
la civetta di Atene, la sfinge di Augusto.
Quale fu il primo emblema di Ancona? Le opinioni in
proposito sono numerose e discordanti, com'è
ovvio avvenga quando esse siano spesso enunciate lavorando di fantasia e
non basandosi su sicuri dati di fatto. Così il Ciavarini (3) nel riassumere
quanto prima di lui era stato scritto in proposito, poté risalire perfino ai
mitici re d'Italia Giano e Saturno e parlare di un << capo di
Giano>>, di una << poppa di nave>> e affermare che Ancona <<
durante la confederazione picena ebbe per stemma prima un picchio, poi un
leopardo e poi un leone >> indicandone come prove quanto appare nei
<<capitelli delle colonne nell'interno del palazzo senatorio, oggi
vescovile, presso il tempio di S. Ciriaco>>. Stemmi i quali – sempre
secondo il Ciavarini – avrebbero preceduto quello adottato <<dopo venuti
i greci>> e, cioè, il braccio ricurvo. (continua)
2. C. Feroso, (Michele Moroni) Ancona semper ptimorumingnenorum doni forisque presentatiumfoecunda genetrix, Ancona, Ag Morelli1883
3 Carisio Ciavarini, Sommario della Storia di Ancona, Stampa in propio a spese dell'Autore, 1867, pag. 23 e 25
Da Aristide Boni, Gli stemmi della Città di Ancona, Estratto da "Atti e Moenorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche Serie VIII Vol.II Tipografia SITA ncona 1962.
giovedì 21 maggio 2020
venerdì 15 maggio 2020
Perchè Ancona non è considerata una delle repubbliche marinare.
Ogni occasione appare opportuna per sollevare
questioni che si possono poi rivolgere a favore di Ancona. Ponendo subito sul
tappeto il motivo del cotendere, ci si chiede perché Ancona, nella Storia
Italiana, non sia considerata una delle sue repubbliche marinare, al pari di
Venezia, Genova, Pisa ed Amalfi e quando sia ingiusto escluderla dal novero di
queste repubbliche. Si legge sul Rizzoli-Larousse “Se si vuole parlare di Repubblicheper i Comuni medievali bisogna però
vederle come Repubbliche oligarchiche; e spressioni di determinate classi
politiche feudali o economiche e mercantili, come avvenne per alcune città
marinare; ma anche per queste il termine di Repubblica nell’attuale accezione
si può applica, forse, solo per Pisa, giacchè Venezia e Genova eran vere
signorie ed Amalfi stava sotto il dominio del vescovo locale.” [1]
Non si può non concordare con il Baldoni quando
asserisce che Ancona, repubblica
marinara “è una realtà (e) dobbiamo resuscitarla dinanzi ad un Italia a
volte disattenta sui valori storici attendibili. La città di Ancona è stata una
Repubblica marinara. Ne fanno fede storici autorevoli. Le galee della
Repubblica marinara anconitana. Sempre si legge nel Rizzoli Larousse
“contendevano ai Saraceni, ai Normanni ed a Venezia il commercio adriatico.
Compresa poi nella Marca, dal 1177 godette delle libertà comunali”[2]
Spazio non vi è in questo lavoro per approfondire
questo interessantissimo argomento, che però diamo per scontato. Lo stesso
Santini non sembra avere subbi in proposito. Scrive, ad introduzione del suo
volume[3] “Emul e
rivale della Repubblica veneziane, Ancona, nel secolo VIV si era affermata in
potenza nell’Adriatico ed in Oriente, ove ambasciatori, consoli e mercanti
avevano attenuto privilegi ed accumulate ricchezze. Accordi, alleanze ed
aicizie garantivano il benessere acquistato; milizie di terra e di mare, flotta
munita ed armi in gran copia ne tutelavano la libertà ed il prestigio. Prospera
e fiorente, la città di accrebbe in tale periodo, si rafforzò e si abbellì e,
pur rivolgendo le sue migliori attività ai commerci ed alle industrie, seppe
concedere adeguato impulso alle arti, ed alle scienze ed agli studi; sicchè
cittadini di ingegno e di dottrina poterono affermarsi, in varia misura, nel
campo della politica, nel campo religioso, scientifico, letterario, guerresco.
Periodo questo ascensionale, cui succede, nella seconda metà del secolo XIV un
ciclo di avversità e di lotte, culminato nel 1383 nella vittoria che concederà
ad Ancona la libertà già menomata da un trentennale e più soggezione. Delle
vicende tumultuose ed irrequiete che inquadrano questo periodo storico, ne sarà
fatto cenno narrando degli avvenimenti anconitani ma solo sinteticamente, che
una trattazione adeguata ci condurrebbe assai lungi dal nostro proposito”.[4]
La prosperità di Ancona come repubblica marinara
iniziò ad essere compromessa per dissidi interni. Nle 1342 ad Ancona scoppiò
una rivolta delle classi meno abbianti contro le classi nobili e le arti
maggiori. A differenza delle altre città della Marca che avevano una economia
prevalentemente agricola, Acona aveva una economia diversificata ove le classi
meno abbienti avevano conquistato posizioni di rileivo nel campo dei commerci e
della navigazione. La vecchia nobiltà che teneva da lungo tempo il monopolio
degli affari e che basava la sua ricchezza sulle proprietà terriera nel contado,
aveva da sempre occupato i posti di prestigio e di dominio nella
amministrazione della libera Repubblica. Di fronte a questa situazione, in cui
l’inevitabile evoluzione dei ceti inferiori iniziava a minare il potere,
mettava in atto tutte quelle misure atte a soffocare le aspirazioni delle clasi
popolari che ormai si setniva parte integrante e necessaria ed inostituibile
della vita politica ed economica di Ancona. Inevitabile lo scontro. La rivolta
scoppioò inevitabilmente ed i popolo prese il potere, uccise una parte dei
nobile e molti di questi furogo costretti alla fuga, con l’inevitabile corollario
di violenze e saccheggi delle case dei fuoriusciti.
Scrive il Leoni
“avidi della
vendetta quei nobili macchinarono contro la
Patria (Ancona) ed unitesi al
capitan Simone di Corrado il quale era a capo di 300 cavalieri, oltre a molti
riminesi e lombardi, per tradimento di acuni dei nostri loro adrent entrarono
in città in tempo di notte. Accortesi appena gli Anconitani del tradimento,
illuminarono subitamente tuta la città, ed armatesi vennero a zuffa con quei
ribaldi. Fu un sanguinoso ed ostinato azzuffamento, ma ventuo giorno furon costrtti
i traditori a darsi alla fuga, lasciando 200 morti, in fa li quali ancora il
loro capitano Simone.”[5]
Ma la questione non sembra essere finita qui.
Nonostante che il Senato di Ancona cercasse di riportare ordne e calma,
cercando di superare gli odi, i nobili fuoriusciti trovarono accoglienza e
rifugio presso Maniotto di Messer Thoma di Jesi, tiranno di Rosora.
“Irritati gli Anconetani
spedirono colà delle truppe e preso
d’assalt Rosora a ferro e fuoco andò in ruina, trasportando in Ancona le porte
e le campane di quell’odiato castello.”[6]
Ritronata la pace sociale Ancona andò incontro a
giorni tristi perdendo per tutto il cinquantennio successivo la propria libertà
che conquisto proprio con la distruzione della Rocca di San Cataldo nel 1583.
Il testo che si può prendere a riferimento per
questo periodo è quello di Oddo di Biagio, che il Baldini descrive come
testimone diretto e parte attiva dei fatti stessi, mentre Gualteiro Santini lo cita in bibliografia,
anche in modo indiretto.[7]
La debolezza di Ancona, che cadde in mano straniere
nei decenni successivi, è da imputarsi inizialmente a calamità naturale. La pestilenza che aveva
colpito l’Italia centro-settentrionale non risparmiò Ancona, pestilenza che
uccise i nove decimi della popolazione
di Ancona. A tale disastro si aggiunse, il 13 luglio del 1348, un incendio di
vastissime dimensioni che distrusse Ancona[8] per la
maggior parte.[9]
Venne in soccorso Giovanni de Messer Pagnone de Cunis con 300 uomini, da
Congoli, che per questa sua benemerenza fu eletto Podestà, che in que clima di
disastri, morì dopo tre mesi e fu sepolto nella cattedrale di San Ciriaco. Al
suo posto fu eletto Messer Bortole, il figlio.
La rivolta delle classi non nobili, la peste e
l’incendio, non potuto contrastare per pochezza di mezzi e eid uomini, avevano
così indebolito Ancona che era alla mercè di chi avesse un minimo di potere.
La Marca settentrionale era dominata a quel tempo
dal Signore di Rimini Malatesta dei Malatesti e da suo fratello Gualtiero.
Questi, conosciuto lo stato di Ancona, anche per l’azione di alcuni Nobili e di
alcuni fuoriusciti politici a causa dei fatti della rivolta del 1342, ed anche grazie ad accordi segreti ed al tradimento del
Comandante della Rocca di San Cataldo, tale Vanni da Tolentino, nella notte fra
il 6 ed il 7 dicembre 1848 si impadronirono della città. Alcune case furono
saccheggiate, ma Malatesta fece restiture e risarcire i proprietari ed
iniziarono una occupazione non tirannica e dispotica.
Fu un episodio importante perché Ancona, che fino al
1342 godeva di ricchezze ed era florida, in pochi anni perse non solo il suo
potere economico ma anche le sue libertà; unica città della Marca fino a quel
fatal 1348 aveva resisto ai tiranni, ma a causa della rivolta popolare dovuta
alla ottusità di una nobiltà ancorata al passato e gelosa delle sue
prerogative, alla pestilenza, che aveva in pratica decimato quasi totalmente la
sua popolazione e a causa di un incendio che non fu possibile contenere e
domare data la scarsità degli uomini rilevandosi quindi devastante, causa anche di alcuni suoi figli non certo
migliori, cadde sotto il gioco del tiranno, nella fattispecie Malatesta dei
Malatesti da Rimini, il cui dominio, con la conquista di Ancona, si stendeva da
Pesaro ad Ascoli occupando tutta la Marca.[10]
Dal 1348 al 1355 I Malatesta presero ogni misura per
potenziare Ancona. Fortificarono e potenziarono la Rocca di San Cataldo,
costruirono un'altra Rocca, oggi scomparsa, dove oggi è piazza del Forte,
ovvero dove sorgeva Porta di Capodimonte, e, nella cintura esterna di Ancona
fortificarono Paterno.[11] Nel
1349, citando il Leoni, si ha notizia della costruzione di un castello “lungo la strada maestra” denominato le
Torrette da Liberio Bonarelli[12], che
negli anni successivi fu distrutto dall’azione del mare; nell’area vi rimasero
un gruppo di case con la chiesa parrocchiale, che conservò il nome delle
Torrette.[13]
Da queste brevi note sembra, quindi, che l’attuale località delle Torrette
abbia questo nome, anche se nel 1860, al momento della invasione sarda la zona
era denominata anche “Torretta”.
Data la scasità della popolazione, i Malatesta
fecero ogni sforzo per attirare persone in Ancona e ripopolarla: furono
promulgati bandi e leggi che accordavano prebende, privilegi ed ogni
agevolazione a chi si fosse stabilito in Ancona. Queste predisposizioni stavano
avendo successo quando, nel 1349 scoppiò di nuovo la pestilenza, portata sembra
dai nuovi venuti, che però cessò quasi subito e non ebbe ulteriori conseguenze.
[1] Baldoni C. Ancona
Repubblica Marinara, in Rivista Marittima, Anno CXXVIII, Novembre 1995,
pag. 85 e segg.
[2] ibidem
[3] Santini G., La
Rocca Papale di San
Cataldo, Ancona, S.T.A.P.A., Via Farina n. 41, Telefono 3-35, Ancona, s.d.
[4] Il testo tra “ “ si intende tratto dal volume del
Santini, riportato come se il Santini stesso parlasse a noi ed ai nostri
eventuali, che crediamo assai ridotti nel numero dato il tema che andiamo ad
esporre, lettori, i ui di 27 di manzoniana memoria sembrano folla rispetto a
quelli che noi pensiamo di avere. Questo anche perché la frequentazione
dell’”anconitano” medio non lascia scampo a forme anche ristrette di ottimismo.
[5]
Leoni A., Ancona
Illustrata,Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1987. Questa edizione è la copia
anastatica delll’opera originale, che così si presenta: “Ancona Illustrata,
opera dell’Abbate Antonio
Leoni Anconitano, colle risposte ai Sigg. Peruzzi, PIghetti
ecc., ed il compedio delle Memorie Storiche d’Ancona capitale della Marca
Anconitana etc. dedicata e benignamente accettata fino al 9 novembre 1829, alla
Maestà Cristianissima di Carlo X, Re di Francia e di Navarra, Pacificatore
della Spagna, Protettore dei Greci, Conquistatore d’Algeri etc., etc, in Ancona
MDCCCXXXII, dalla Tipografia Baluffi. Con Supp. Approv.”
[6] Leoni A., Ancona Illustrata, cit.
[7] Bernabei L., Croniche
Anconitane, a cura di Carisio Ciavarini (contiene la cronaca dell’Oddo di
Biasio (Biagio), Ancona, Tipografia del Commercio, 1870.
[8] Palermo Giangiacomi asserisce che in questo
incendio andò perduto l’archivio . “Quindi
la storia medioevale di Ancona ha molte lacune, che potranno empire solamente
gli archivi di Venezia, Dalmazia e paesi marchigiani”. Giangiacomi P., Storia di Ancona. Dalla sua fonazione ai
giorni nostri,Ancona, Libreria Editrice Giuseppe Fogola, 1923, pag 21
[9] Decidere se mettere la descrizione dell’incendio di
Oddo di Biagio.
[10] Decidere se mettere la citazione del Saracini
[11] Paterno
descrizione della lovalità
[12] Questi doveva essere un “collaborazionista” dei
Malatesta. Scrive Leoni “Non temerei di
credere che questo Bonarelli abbia cooperato all’invasione dei Malatesti,
perciocché avendo avuto la facoltà di fabbricare un castello con torri sotto
gli usurpatori Malatesti, altri non poteva essere che un di lui benemerito
confidente; tanto più che è cosa notoria avere i Malatesti donoato varie case a
chi coopeò alla sua malvagia e perfida operazione.” Leoni A., Ancona Illustrata, cit., pag.166
[13] Leoni A., Ancona
Illustrata, cit., pag.166
venerdì 8 maggio 2020
giovedì 30 aprile 2020
Ancona al tempo del coronavirus
La Presidente della Associazione di Storia Contemporanea Marco Severini riceviamo questa speciale Nesletter che riportiamo per l'interesse di tutti
Vi invitiamo:
- a stare in casa;
- a mantenervi allenati a livello culturale (in diversi ci
hanno scritto per chiedere
consigli e suggerimenti, anche solo sui libri da leggere);
- a leggere e occupare il tempo in una qualche attività che
sviluppi la capacità critica
e intellettiva;
- a diffidare delle tante notizie menzognere che circolano
(oggi hanno pure copiato il
sito della Protezione Civile)
- a girare il meno possibile e comunque con debita autocertificazione;
- a rispettare le norme emanate dai governi nazionale e
locali (senza dimenticare che il nostro Paese ha 160.000 norme; 71.000 delle
quali promulgate a livello centrale e le altre sul piano regionale e locale; in
Francia esistono 7.000 normative, in Germania 5.500 e in Gran Bretagna 3.000:
fonte The European House-Ambrosetti,
primo "Think Tank" italiano e settimo d'Europa);
- a ricordarvi che, in ogni caso, nel nostro Paese si vive
abbastanza bene (circostanza al momento invidiata
non da pochi nel resto del mondo);
- a non dimenticare l'importanza della storia nella nostra
vita: tanto più in tempi in cui
quasi tutti paragonano la pandemia a una guerra (che è però
tutt'altra cosa) e funzionari annunciano
che abbiamo ricevuto aiuti dall'Unione Sovietica (che è
morta e defunta nel 1991...) dopo aver detto
che tutti abbiamo studiato la storia (!!!).
Torneranno tempi migliori. Sotto ogni altro punto di vista.
Un caro saluto
Marco Severini
Presidente ASC
lunedì 20 aprile 2020
Tesi di Laurea: L'Ultima Battaglia del generale Ramorino
Il Dott. Magg. Fabio Volpi ha discusso nella sessione autunnale di laurea del Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 - 1960 su "La divisione corazzata Centauro nella campagna di grecia". La tesi è disponibile per la consultazione. previa autorizzazione scritta dell'Autore, presso l'Emeroteca del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeni 1. Info: federazione.ancona@Istitutonastroazzurro.org
venerdì 10 aprile 2020
La Prima Guerra Mondiale e Le Marche
Il volume riporta l descrizione delle cinque brigate di fanteria che portarono il nome di città marchigiane (Marche, Ancona Macerata, Pesaro, Piceno. ed il loro settore di impiego
Il generale von SSCotti al comando del XV Corpo d'ARmata nella 12° Battaglia dell'Isonzo in cui non furono direttamente investite le brigate "marchigiane" Marche, Macerata ed Ancona e la Pesaro e la Piceno
Il generale von SSCotti al comando del XV Corpo d'ARmata nella 12° Battaglia dell'Isonzo in cui non furono direttamente investite le brigate "marchigiane" Marche, Macerata ed Ancona e la Pesaro e la Piceno
lunedì 30 marzo 2020
1944 La Guerra in casa. 6. Castelfidaro ed Osimo in prima linea
Ore 20. Osimo preso di
mira!!!!!
Abbiamo avuto per circa 55
minuti bombardamento ininterrotto di artiglieria. Terrorizzati ci rifugiamo
nella nostra piccola cantina, io, Lina, Gianna e Lucidio. La zia e lo zio erano
con la sig.ra Gisella.
Le granate scoppiavano nelle vie, sulle case, fragore di
vetri, schianti, calcinacci, polvere, un inferno!
Calmata momentaneamente la
situazione fuggiamo a casa per andare dai signori D’Eramo. Nell’imboccare il
vicolo di Sgardi una granata scoppia mi pare in piazza o dietro San Francesco.
Spavento terribile! Ci rifugiamo con i sigg. D’Eramo, Giardinieri, Costantini,
Baffetti, castellana e Manzi in una grotta e ci rimaniamo fino alle ore 23.
sotto un continuo sibilo di granate che non da tregua! Ci accingiamo a
ritornare nei nostri appartamenti per poter riposare in questa momentanea
calma, ma la nottata è completamente bianca. Buttati sul letto vestiti, siamo
sfiniti!
Ci sono molti feriti e
diversi morti all’Ospedale causati dal bombardamento. Per questi ultimi è
difficile il trasporto del Cimitero, perché oltre al pericolo del tragitto,
mancano le casse ed i più poveri vengono sepolti con un semplice lenzuolo.
precede l’inizio del
movimento delle forze di terra, integrato da azioni di bombardieri e Nella giornata di ieri, Lunedì (1 luglio 1944 n.d.a)
con Gianna abbiamo fatto una sfuggitina a casa per prendere qualche cosa e per
dare da mangiare alle galline. Povere bestioline! Anche loro vivono anormali.
Bisogna vederle! Sono tutte raggruppate in fondo al pollaio e par che dicano:
ma cosa succede?.
La nostra casa è un caos.
Piena di polvere , senza finestre e porte interne. Schegge entrate hanno
rovinato la credenza, il divano e diverse sedie della sala di sopra. Sulla
terrazza oltre ad un ammasso di calcinacci perché è stato colpito il balcone
del sig. Graziosi nostro vicino, ci sono pure pezzi di legno che non sappiamo
da che parte sono venuti volando. Die stanze del maestro Niccolini sono
state colpite in pieno e tutto ciò che c’era dentro è andato in frantumi e
buona parte è arrivata sulla nostra terrazza. Tra questa roba c’è perfino del
grano. La vasca da bagno della sig.ra Azzari, pure nostra vicina, è andata a
finire nel cortile! E pensare che tutta la nostra preoccupazione era la strada!
La quale finché fa comodo ai tedeschi, è lì intatta. Po!!??
Ore 19.00. In questo momento
veniamo a sapere che i tedeschi hanno piantato i cannoni e le mitragliatrici al
centro del Borgo San Giacomo. Si lasci immaginare il panico! Intanto la
popolazione di quel rione fugge nei rifugi di città alta tra cui quello del
Vescovo che può ospitare circa 3000 persone. Da considerare, però, che questo
rifugio è adatto per i bombardamenti aerei, ma non per stare delle notti e dei
giorni interi nell’umidità e all’oscuro e con la maggior preoccupazione del
mangiare!
Siamo molto depressi, e
purtroppo constatiamo che i tedeschi resistono dentro il paese, prova ne sia lo
sbarramento al Borgo S. Giacomo. Non vediamo un barlume di salvezza! E’ inevitabile
che venga il peggio! Oltre all’eccitamento nervoso che tutti proviamo per
queste continue emozioni, noi personalmente in più abbiamo avuto sino a ieri la
preoccupazione assillante per la sorta della mamma e dello Zio Don Vincenzo che
erano rimasti all’Abbadia. Papà, l’essere più coraggioso della nostra famiglia,
è da circa dieci giorni che si trova qui in Osimo dalla zia Fiorenzina e
finalmente ieri mamma è venuta su da noi togliendoci la grande pena che da
diversi giorni ci tormentava! Tale decisione è venuta subitanea e cioè quando
l‘altra notte i tedeschi si sono schierati con le mitragliatrici all’Abbadia.
Questo, ha fatto sì, che lo zio Don Vincenzo esortasse la mamma a fuggire
immediatamente alla mattina di poi perché laggiù si preparava il combattimento.
Infatti anche lo zio stamane è scappato ed è venuto su da noi perché laggiù si
combatte! Povera cara mamma nostra! H fatto cinque chilometri attraverso i
campi sotto il continuo ed assillante fischiare delle granate! Solo l’amore
materno poteva dare la forza ed il coraggio di rischiare così la vita. Ci riferisce che
per tutto il tragitto non ha fatto altro che pensare a San Giuseppe da
Copertino ed il Beato Bambozzatto! Dio sia ringraziato!.
Con questo pericolo non ci
azzardiamo state, specie la notte nelle camere da letto, ma da questa sera (4
luglio 1944 n.d.a) in cantina. Noi tre e Lucidio siamo venuti definitivamente
qui a casa dalla sig.ra Gisella. Non è possibile stare divisi. Se dovremo
morire moriremo tutti insieme agli zii!
L’attacco polacco, come previsto dal
gen Hotte, si era sviluppato in grande stile. Al’alba un fuoco intenso e
tambureggiante polacco caccia bombardieri che concentrano il loro fuco sulle
posizioni di artiglieria tedesca e sui centri di fuoco individuati a vista.
All’ala destra dello schieramento
tedesco, da San Biagio i polacchi puntano su Centofinestre. I contrattacchi
tedeschi risultano inefficaci e, sempre secondo Hoppe, in un ora tutti i
cannoni d’assalto Fiat 35 della 2° compagnia del CCLXXVIII gruppo controcarri divisionale sono distrutti;
cade anche il comandante del reparto, il ten. Philip. Alle 5.45 l’artiglieria
aveva aperto il fuco per 15 minuti sulle posizioni polacche; poi i tedeschi
partono all’attacco, ma l’artiglieria polacca con l’appoggio dei carri aprono
un fitto fuco di sbarramento ed ad uno ad uno tutti i carri tedeschi sono colpiti, messi tutti fuori combattimento, compreso
quello del ten. Philip; i polacchi proseguono nello slancio controffensivo e
puntano su Villa Centofinestre. Alle 14 l’attacco è nel suo massimo
svolgimento.
Il settore diveniva critico, tanto
che lo stesso comandante della divisione, giunto personalemte in loco,
disponeva l’inserimento del CCLXXVIII battaglione fucilieri tra il II
battaglione del 994° reggimento e il II battaglione del 992° reggimento. A sera
la falla tra Monto e Centofinestre per i tedeschi è momentaneamente tamponata.
Le perdite di queste unità erano a
sera così elevate che dovette essere addirittura portato al fronte il 903 battaglione da fortezze da
Ancona. Il CCLXXVIII si sacrificherà completamente in un contrattacco che alla
fine rimane un solo superstite dei 708 uomini che contava. Anche i Polacchi
subiscono forti perdite, sia in uomini che in materiali.
Nel settore a sud di Castelfidardo le
penetrazioni polacche sono contenute da parte del 993° reggimento con
difficoltà.
Nella vallata del Musone la fanteria
polacca avanza su tutta la linea e rafforza le varie posizioni
A Castelfidardo un gruppo di circa 10
tedeschi sagono all’Ospedale e osservano con dei binocli le posizioni
sottostanti. Quando ne discendono una cannonata colpisce l’ospedale: due
teteschi muoiono insieme a diversi ricoverati, mentre vi sono molti feriti: una
suora è ferita gravemente e si dovette procedere alle amputazioni degli arti
inferiori.
venerdì 20 marzo 2020
Coronavirus. Una Cronaca per la Storia
Le Marche sembrano essere una delle Regioni pi colpite dalla epidemia. L'Ospedale Regionale delle Torrette è sull'orlo del collasso. La situazione vista d fuori è ancora pi allarmante in quanto i TG nazionali poco parlano delle Marche. Ora ogni TG invia un servizio da Ancona in merito alla epidemia. Nella foto Don Claudio Merli, Parroco.
martedì 10 marzo 2020
Coronavirus. Una cronaca per la storia
Da Roma, chiusi in casa come da disposizioni del Governo, arrivano tramite i contatti con gli amici note dell'atteggiamento degli anconetani di fronte al coronavirus non certo esaltanti. Oltre al fatto che sembra confermata la notizia della partita di pallacanestro a Pesaro-Urbino a cui sono affluiti oltre 6-800 persone in piena emergenza a febbraio di coronavirus, gli amici uno dietro l'altro dicono che la chiusura delle scuole e l'invito di rimanere a casa sia stato accolto con estrema superficialità dagli anconetani. Piazza del Papa è piena come se niente fosse; il viale pieno per la passeggiata come al solito, mentre Portonovo è pieno come a ferragosto. In pratica si sta prendendo con molta faciloneria le disposizioni in essere di rimanere a casa e di non avere nessun contatto. UN amico mi ha inviato il discorso che il Sindaco, Signora Mancinelli, ha fatto a tutti gli anconetani: con voce ferma ma abbastanza irritata, con un accento dialettale che non guasta e usando anche locuzioni tipicamente doriche ha chiesto a tutti comportamenti responsabili, non facendo mistero di applicare le sanzioni previste nella maniera piu dura possibile per contrastare questa epidemia. Sorprende questo atteggiamento di una autorità che richiama i cittadini al loro dovere. Vediamo come andrà a finire. Se è vero che questa epidemia mostra la sua pericolosità dopo due settimane, avremo una fine di marzo molto difficile. La speranza è che le indicazioni date dai medici, in prima fila il marchigiano Burioni, siano solo un avvertimento e non si manifestino nella loro reale portata. (massimo coltrinari
sabato 29 febbraio 2020
giovedì 20 febbraio 2020
Tesi di Laurea: La divisione corazzata Centauro nella Campagna di Grecia
Il Dott. Giovanni Villari ha discusso nella sessione autunnale di laurea del Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 - 1960 su "La divisione corazzata Centauro nella campagna di grecia". La tesi è disponibile per la consultazione. previa autorizzazione scritta dell'Autore, presso l'Emeroteca del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeni 1. Info: federazione.ancona@Istitutonastroazzurro.org
lunedì 10 febbraio 2020
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