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martedì 1 settembre 2020

Marco Severini. Programma di settembre

 

NEWS

dall’Associazione di Storia Contemporanea

 

 

 

 


SETTEMBRE 2020

LA FRASE del MESE

«La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista».

Carlo Cipolla, Allegro ma non troppo (1988)

 

Gent.me Socie e Soci,

 

dopo sei mesi che saranno a lungo ricordati nella vicenda storica individuale e collettiva e dopo il consueto anticipo di presentazioni svoltesi alla fine di agosto in Trentino, riprendono oggi, giovedì 10 settembre, le nostre iniziative in presenza con due, distinti appuntamenti.

Segnalateci se avete o meno ricevuto il nuovo numero di “Itineris” poiché ci sono stati notevoli problemi con le spedizioni postali: alcune buste dovrebbero arrivare in questa settimana.

Cordiali saluti.

Marco Severini

Presidente ASC

 

1)      Senigallia, giovedì 10, Sala Conferenze della Biblioteca “Antonelliana”, ore 17.00, presentazione del libro di Marco Cassani, La fiera di Senigallia (1458-1869) tra storiografia e apoche comunali (Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, n. 307, 2020). Intervengono i soci Carlo Vernelli e Marco Severini. NEWS

2)      Ascoli Piceno, giovedì 10, Libreria Rinascita (Piazza Roma, 7), ore 18.00, presentazione del libro di Andrea Pongetti, Non solo un gioco. Le Marche del calcio (Ed. Il lavoro editoriale, 2019). Presenta la Vicepresidente associativa Rita Forlini. Intervengono e dialogano con l’autore i giornalisti Maurizio Piccioni e Andrea Ferretti. NEWS

3)      Senigallia, mercoledì 16, Rotonda a Mare, ore 18.30, nell’ambito della XXII edizione degli “Incontri con la Storia”, presentazione del nuovo libro associativo, Uomini dalla parte delle donne fra Otto e Novecento, a cura di Lidia Pupilli (Ed. Marsilio, 2020). Intervengono la curatrice e alcuni autori/trici dell’opera. NEWS

4)      Terre Roveresche (Pu), domenica 20, Cantina Fiorini, ore 11.00, presentazione della nuova edizione (3a, il lavoro editoriale, 2019) del Dizionario biografico delle donne marchigiane, a cura di Lidia Pupilli e Marco Severini. Presenta Raffaele Papi. Saranno presenti i curatori. NEWS

5)      Senigallia, mercoledì 23, Rotonda a Mare, ore 18.30, nell’ambito della XXII edizione degli “Incontri con la Storia”, presentazione del libro di Marco Severini, Il tempo del silenzio. Lockdown e altri confinamenti (Ed. Zefiro, 2020). Presentano e dialogano con l’autore i soci Omar Colombo e Michele Servadio.   NEWS

6)      Senigallia, mercoledì 30, Teatro La Fenice, ore 21.30, nell’ambito della XXII edizione degli “Incontri con la Storia”, presentazione del libro di Fazio Fabini, I ricordi non salvano le lacrime (Ed. Zefiro, 2020). Partecipano il socio Mauro Pierfederici, l’editore Carlo Pagliacci, Daniela e Roberta Tempesta NEWS

 

lunedì 20 luglio 2020

Il Passaggio del fronte 1944 I combattimenti ad Osimo per la liberazione di Ancona


Dal Diario di Francesca Bonci:
“17 luglio 1944. Lo dicevo io che fino a ieri era andata troppo bene!!! Questa notte è stato un inferno!... I tedeschi ci hanno bombardato per ben quattro ore senza interruzione con bombe di tutti i calibri. L’artiglieria Polacca ha contrattaccato continuamente: si pensi come sono state snervanti quelle ore… Da questa mattina dalle ore 5 sino in questo momento ore 8, c’è più calma da ambo le parti. Sarà preludio di peggiori ore  migliori? Tutti dicono la sua. Chi, che i tedeschi si sono ritirati sopra Falconara e Montemarciano, chi invece dice che si prepareranno per una nuove forte offensiva, insomma una tale baraonda di chiacchiere e previsioni belle e brutte, da snervarci ancora più di quelle che già siamo!
Ore 10. Sono stata a casa contrariamente agli altri gironi, ho trovato solamente Jacob. Alla domanda dove erano tutti gli altri, mi risponde “Tutto fronto, tutto guerra!”
Chi ci capisce è bravo! Gli ho chiesto se andranno via, ma non mi ha risposto a tono, non so se perché non mi ha capito, oppure per - segreto militare – come dicono loro.
Attendiamo gli eventi.
Ore 16 Sono ritornata nuovamente a casa. Pare che i tedeschi si siano ritirati dalla zona di Osimo. Infatti Ludwig mi ha detto che questa sera tardi partiranno e se noi vogliano ritornare a casa non c’è pericolo. Abbiamo deciso io e Lina con Lucidio verremmo a dormire qui.” [1].

Il contributo dei “patrioti” rimane costante durante la battaglia. Innumerevoli sono gli episodi che testimoniano come i “patrioti” riuscivano a dare un contributo fattivo alle operazioni. Paolo Orlandini, ad esempio, scrive,
“Abbiamo tenuto il fronte di Osimo per 18 giorni perché gli Alleati[2] sono arrivati il 6 luglio ed il fronte non è avanzato fino al 18 di luglio, il giorno della liberazione di Ancona. Il giorno 17 cominciò l’offensiva da parte del Corpo Italiano di Liberazione. Una nostra pattuglia catturò un ufficiale austriaco addetto allea fortificazione della valle che comandava direttamente una batteria di mortai distaccata a S. Paolina lui ci disegnò sulla carta topografica tutta la difesa nemica e con quel disegno io andai al Comando Artiglieria polacco. Il colonnello Leon volle subito verificare  se le informazioni erano esatte ed ordinò un tiro di controbatteria verso un’indicazione segnalata: una prima batteria nemica venne distrutta”[3]




















[1][1]  Bonci F., Diario 1944. Il passaggio del fronte ad Osimo 17 luglio 1944, cit.,  
[2] Si intende in questo caso le forze Polacche e quelle italiane del Corpo Italiano di  Liberazione
[3] Matteucci I., La Lapide ed il Cippo di Piazza Ugo Bassi, Ancona, Il lavoro editoriale, 2007, pag. 28


venerdì 10 luglio 2020

Ancona Il Passaggio del fronte 1944. La famiglia Spinsanti Casenuove di Osimo



Al riguardo, sempre in merito alla raccolta dei feriti sul campo di battaglia, merita una qualche attenzione la testimonianza di Giovanni Spinsanti, classe 1929. Abitava nella casa colonica della sua famiglia, Casa Spinsanti. Nella tarda mattina del 17 luglio 1944, oltre il mezzogiorno, ricorda Giovanni Spinsanti, un plotone di circa una trentina di soldati, non ricorda se erano fanti oppure arditi, ma comunque erano soldati italiani, era giungo vicino a casa; maldestramente non fece le dovute segnalazioni alla propria artiglieria, e questo assembramento fu notato. Una salva ben precisa arrivò, Giovanni Spinsanti lo rimarca con precisione, “da dietro”, e cadde al centro del plotone, provocando morti e feriti. Oggi si direbbe “azione negativa da fuoco amico”, un deprecabile errore. Nel 1944 era, sopratutto nella confusione di quella mattinata, non errore facilmente comprensibile, anche se si pensa come era diretto il fuoco dell’artiglieria, andando a rileggere la testimonianza del s. ten. Lodi descritta  in queste pagine. . Gli ufficiali sul posto subito organizzarono i soccorsi ai feriti e diedero disposizioni per lo sgombero sul primo posto medicazioni e raccolta feriti, che si trovava a Monte Polesco. Chiesero aiuto a Giulio Spinsanti, classe 1925, e a Santicchia Cesare, suo cugino, affinchè trasportassero con carri trainati da bestiame, il classico “biroccio” della campagna marchigiana, i feriti a Monte Polesco.
Giulio Spinsanti e Cesare Santicchia si misero a disposizione. Sul primo “biroccio”, quello di Giulio Spinsanti sono stati caricati 5 feriti, sul secondo, quello condotto da Cesare Santicchia, 4 feriti. Messisi in cammino, Giulio Spinsanti voleva prendere una scorciatoia, da lui ben conosciuta che da casa Spinsanti portava a Monte Polesco. Un ufficiale, intervenuto, insistette affinchè prendesse la strada conosciuta e che era stata battuta dai soldati italiani, ritenuta da questo ufficiale più sicura. Prendere un sentiero non precedente usato significava correre grave pericolo per via delle mine, che i tedeschi avevano disseminato dappertutto.
Giulio Spinsanti accetta l’ordine di passare per la strada indicata dall’Ufficiale; lungo il tragitto, al di qua del Musone, suo cugino, Cesare Santicchia, oltre ai lamenti degli altri feriti, sente la richiesta costante di uno che chiede di essere ucciso, per porre fine alle sue sofferenze. In continuazione questo soldato gli chiede “Ammazzami,ammazzami!!!”
Al guado del Musone la tragedia. Il primo biroccio, appena iniziato a guadarlo, urta una mina controcarro che lo fa saltare in aria: muoiono tutti, Giovanni Spinsanti, e tutti e cinque i feriti trasportati, le bestie dilaniate. Cesare Santicchia si ferma; giudica opportuno non proseguire, per paura di saltare su una nuova mina; quindi ritorna indietro, a cercare aiuto, lasciando sul posto il secondo biroccio con gli altri quattro feriti.[1]    


[1] Testimonianza raccolta dall’autore in data 25 agosto 2013 da Giovanni Nazzareno alla presenza di sua moglie, Sig.ra Quecetti Gina, classe, 1935, di suo figlio Nazzareno Spinsanti con la sua signora, Elisabetta Magagnini, e sua nipote Elena. Presente inoltre del Sig. Maria Manuali. Si ringrazia, oltre alla famiglia Spinsanti per la squisità disponibilità l’amico Stefano Papalini, che ha permesso la realizzazione di questa intervista testimoniale.

sabato 30 maggio 2020

Apertura della Pinacoteca Podesti

siamo lieti di comunicarvi che da SABATO 30 MAGGIO la Pinacoteca Civica "F.Podesti" riapre al pubblico! 
L'ingresso sarà gratuito fino al 30 giugno 2020 e sarà necessaria la prenotazione. Per prenotare potete:
  • contattarci al numero 0712225047 (negli orari di apertura)
  • scriverci una mail a museicivici.ancona@gmail.com
  • compilare il modulo a questo link
 
Scegliete la fascia oraria che preferite:
MARTEDì 17:15 / 18:15 / 19:15
MERCOLEDì 10:15 / 11:15 / 12:15
GIOVEDì 17:15 / 18:15 / 19:15
VENERDì 10:15 / 11:15 / 12:15
SABATO 17:15 / 18:15 / 19:15
DOMENICA 10:15 / 11:15 / 12:15
                     17:15 / 18:15 / 19:15
 
Inoltre avrete la possibilità di usufruire della visita guidata al costo di € 3,00 a persona. 
 
Maggiori informazioni e regolamento completo potete trovarli sul sito del Comune di Ancona.
     
      Finalmente possiamo dirvi
      vi aspettiamo in Pinacoteca!
         
         
        Musei Civici di Ancona 
        museicivici.ancona@gmail.com
        071 2225047 (negli orari di apertura)
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        lunedì 25 maggio 2020

        Lo stemma di Ancona. I primordi



        Antichissimo, risalendo alla remota antichità, è l'uso degli emblemi come insegna simbolica gentilizia, nazionale o di città, o di grandi personaggi. Basti qui ricordare l'aquila d'oro dei Re Magi, il Leone di Giuda, la civetta di Atene, la sfinge di Augusto.
        Quale fu il primo emblema di Ancona? Le opinioni in proposito sono numerose e discordanti, com'è  ovvio avvenga quando esse siano spesso enunciate lavorando di fantasia e non basandosi su sicuri dati di fatto. Così il Ciavarini (3) nel riassumere quanto prima di lui era stato scritto in proposito, poté risalire perfino ai mitici re d'Italia Giano e Saturno e parlare di un << capo di Giano>>, di una << poppa di nave>> e affermare che Ancona << durante la confederazione picena ebbe per stemma prima un picchio, poi un leopardo e poi un leone >> indicandone come prove quanto appare nei <<capitelli delle colonne nell'interno del palazzo senatorio, oggi vescovile, presso il tempio di S. Ciriaco>>. Stemmi i quali – sempre secondo il Ciavarini – avrebbero preceduto quello adottato <<dopo venuti i greci>> e, cioè, il braccio ricurvo. (continua)

         1 Giuliano Saracini, Notizie Historiche della Città di Ancona, Roma, NicolòTinassi, 1675.
        2. C. Feroso, (Michele Moroni) Ancona semper ptimorumingnenorum  doni forisque presentatiumfoecunda genetrix, Ancona, Ag Morelli1883
        3 Carisio Ciavarini, Sommario della Storia di Ancona, Stampa in propio a spese dell'Autore, 1867, pag. 23 e 25


        Da Aristide Boni, Gli stemmi della Città di Ancona, Estratto da "Atti e Moenorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche Serie VIII Vol.II Tipografia SITA ncona 1962.

        venerdì 15 maggio 2020

        Perchè Ancona non è considerata una delle repubbliche marinare.


        Ogni occasione appare opportuna per sollevare questioni che si possono poi rivolgere a favore di Ancona. Ponendo subito sul tappeto il motivo del cotendere, ci si chiede perché Ancona, nella Storia Italiana, non sia considerata una delle sue repubbliche marinare, al pari di Venezia, Genova, Pisa ed Amalfi e quando sia ingiusto escluderla dal novero di queste repubbliche. Si legge sul Rizzoli-Larousse “Se si vuole parlare di Repubblicheper i Comuni medievali bisogna però vederle come Repubbliche oligarchiche; e spressioni di determinate classi politiche feudali o economiche e mercantili, come avvenne per alcune città marinare; ma anche per queste il termine di Repubblica nell’attuale accezione si può applica, forse, solo per Pisa, giacchè Venezia e Genova eran vere signorie ed Amalfi stava sotto il dominio del vescovo locale.” [1]
        Non si può non concordare con il Baldoni quando asserisce che  Ancona, repubblica marinara “è una realtà (e) dobbiamo resuscitarla dinanzi ad un Italia a volte disattenta sui valori storici attendibili. La città di Ancona è stata una Repubblica marinara. Ne fanno fede storici autorevoli. Le galee della Repubblica marinara anconitana. Sempre si legge nel Rizzoli Larousse “contendevano ai Saraceni, ai Normanni ed a Venezia il commercio adriatico. Compresa poi nella Marca, dal 1177 godette delle libertà comunali”[2]
        Spazio non vi è in questo lavoro per approfondire questo interessantissimo argomento, che però diamo per scontato. Lo stesso Santini non sembra avere subbi in proposito. Scrive, ad introduzione del suo volume[3] “Emul e rivale della Repubblica veneziane, Ancona, nel secolo VIV si era affermata in potenza nell’Adriatico ed in Oriente, ove ambasciatori, consoli e mercanti avevano attenuto privilegi ed accumulate ricchezze. Accordi, alleanze ed aicizie garantivano il benessere acquistato; milizie di terra e di mare, flotta munita ed armi in gran copia ne tutelavano la libertà ed il prestigio. Prospera e fiorente, la città di accrebbe in tale periodo, si rafforzò e si abbellì e, pur rivolgendo le sue migliori attività ai commerci ed alle industrie, seppe concedere adeguato impulso alle arti, ed alle scienze ed agli studi; sicchè cittadini di ingegno e di dottrina poterono affermarsi, in varia misura, nel campo della politica, nel campo religioso, scientifico, letterario, guerresco. Periodo questo ascensionale, cui succede, nella seconda metà del secolo XIV un ciclo di avversità e di lotte, culminato nel 1383 nella vittoria che concederà ad Ancona la libertà già menomata da un trentennale e più soggezione. Delle vicende tumultuose ed irrequiete che inquadrano questo periodo storico, ne sarà fatto cenno narrando degli avvenimenti anconitani ma solo sinteticamente, che una trattazione adeguata ci condurrebbe assai lungi dal nostro proposito”.[4]
        La prosperità di Ancona come repubblica marinara iniziò ad essere compromessa per dissidi interni. Nle 1342 ad Ancona scoppiò una rivolta delle classi meno abbianti contro le classi nobili e le arti maggiori. A differenza delle altre città della Marca che avevano una economia prevalentemente agricola, Acona aveva una economia diversificata ove le classi meno abbienti avevano conquistato posizioni di rileivo nel campo dei commerci e della navigazione. La vecchia nobiltà che teneva da lungo tempo il monopolio degli affari e che basava la sua ricchezza sulle proprietà terriera nel contado, aveva da sempre occupato i posti di prestigio e di dominio nella amministrazione della libera Repubblica. Di fronte a questa situazione, in cui l’inevitabile evoluzione dei ceti inferiori iniziava a minare il potere, mettava in atto tutte quelle misure atte a soffocare le aspirazioni delle clasi popolari che ormai si setniva parte integrante e necessaria ed inostituibile della vita politica ed economica di Ancona. Inevitabile lo scontro. La rivolta scoppioò inevitabilmente ed i popolo prese il potere, uccise una parte dei nobile e molti di questi furogo costretti alla fuga, con l’inevitabile corollario di violenze e saccheggi delle case dei fuoriusciti.
        Scrive il Leoni
        “avidi della vendetta quei nobili macchinarono contro la  Patria (Ancona) ed unitesi al capitan Simone di Corrado il quale era a capo di 300 cavalieri, oltre a molti riminesi e lombardi, per tradimento di acuni dei nostri loro adrent entrarono in città in tempo di notte. Accortesi appena gli Anconitani del tradimento, illuminarono subitamente tuta la città, ed armatesi vennero a zuffa con quei ribaldi. Fu un sanguinoso ed ostinato azzuffamento, ma ventuo giorno furon costrtti i traditori a darsi alla fuga, lasciando 200 morti, in fa li quali ancora il loro capitano Simone.”[5]
        Ma la questione non sembra essere finita qui. Nonostante che il Senato di Ancona cercasse di riportare ordne e calma, cercando di superare gli odi, i nobili fuoriusciti  trovarono accoglienza e rifugio presso Maniotto di Messer Thoma di Jesi, tiranno di Rosora.
        “Irritati gli Anconetani spedirono colà delle truppe e preso d’assalt Rosora a ferro e fuoco andò in ruina, trasportando in Ancona le porte e le campane di quell’odiato castello.”[6]
        Ritronata la pace sociale Ancona andò incontro a giorni tristi perdendo per tutto il cinquantennio successivo la propria libertà che conquisto proprio con la distruzione della Rocca di San Cataldo nel 1583.
        Il testo che si può prendere a riferimento per questo periodo è quello di Oddo di Biagio, che il Baldini descrive come testimone diretto e parte attiva dei fatti stessi, mentre  Gualteiro Santini lo cita in bibliografia, anche in modo indiretto.[7]
        La debolezza di Ancona, che cadde in mano straniere nei decenni successivi, è da imputarsi inizialmente  a calamità naturale. La pestilenza che aveva colpito l’Italia centro-settentrionale non risparmiò Ancona, pestilenza che uccise i  nove decimi della popolazione di Ancona. A tale disastro si aggiunse, il 13 luglio del 1348, un incendio di vastissime dimensioni che distrusse Ancona[8] per la maggior parte.[9] Venne in soccorso Giovanni de Messer Pagnone de Cunis con 300 uomini, da Congoli, che per questa sua benemerenza fu eletto Podestà, che in que clima di disastri, morì dopo tre mesi e fu sepolto nella cattedrale di San Ciriaco. Al suo posto fu eletto Messer Bortole, il figlio.
        La rivolta delle classi non nobili, la peste e l’incendio, non potuto contrastare per pochezza di mezzi e eid uomini, avevano così indebolito Ancona che era alla mercè di chi avesse un minimo di potere.
        La Marca settentrionale era dominata a quel tempo dal Signore di Rimini Malatesta dei Malatesti e da suo fratello Gualtiero. Questi, conosciuto lo stato di Ancona, anche per l’azione di alcuni Nobili e di alcuni fuoriusciti politici a causa dei fatti della rivolta del 1342,  ed anche grazie  ad accordi segreti ed al tradimento del Comandante della Rocca di San Cataldo, tale Vanni da Tolentino, nella notte fra il 6 ed il 7 dicembre 1848 si impadronirono della città. Alcune case furono saccheggiate, ma Malatesta fece restiture e risarcire i proprietari ed iniziarono una occupazione non tirannica e dispotica.
        Fu un episodio importante perché Ancona, che fino al 1342 godeva di ricchezze ed era florida, in pochi anni perse non solo il suo potere economico ma anche le sue libertà; unica città della Marca fino a quel fatal 1348 aveva resisto ai tiranni, ma a causa della rivolta popolare dovuta alla ottusità di una nobiltà ancorata al passato e gelosa delle sue prerogative, alla pestilenza, che aveva in pratica decimato quasi totalmente la sua popolazione e a causa di un incendio che non fu possibile contenere e domare data la scarsità degli uomini rilevandosi quindi devastante,  causa anche di alcuni suoi figli non certo migliori, cadde sotto il gioco del tiranno, nella fattispecie Malatesta dei Malatesti da Rimini, il cui dominio, con la conquista di Ancona, si stendeva da Pesaro ad Ascoli occupando tutta la Marca.[10]
        Dal 1348 al 1355 I Malatesta presero ogni misura per potenziare Ancona. Fortificarono e potenziarono la Rocca di San Cataldo, costruirono un'altra Rocca, oggi scomparsa, dove oggi è piazza del Forte, ovvero dove sorgeva Porta di Capodimonte, e, nella cintura esterna di Ancona fortificarono Paterno.[11] Nel 1349, citando il Leoni, si ha notizia della costruzione di un castello “lungo la strada maestra” denominato le Torrette da Liberio Bonarelli[12], che negli anni successivi fu distrutto dall’azione del mare; nell’area vi rimasero un gruppo di case con la chiesa parrocchiale, che conservò il nome delle Torrette.[13] Da queste brevi note sembra, quindi, che l’attuale località delle Torrette abbia questo nome, anche se nel 1860, al momento della invasione sarda la zona era denominata anche “Torretta”.
        Data la scasità della popolazione, i Malatesta fecero ogni sforzo per attirare persone in Ancona e ripopolarla: furono promulgati bandi e leggi che accordavano prebende, privilegi ed ogni agevolazione a chi si fosse stabilito in Ancona. Queste predisposizioni stavano avendo successo quando, nel 1349 scoppiò di nuovo la pestilenza, portata sembra dai nuovi venuti, che però cessò quasi subito e non ebbe ulteriori conseguenze.




        [1] Baldoni C. Ancona Repubblica Marinara, in Rivista Marittima, Anno CXXVIII, Novembre 1995, pag. 85 e segg.
        [2] ibidem
        [3] Santini G., La Rocca Papale di San Cataldo, Ancona, S.T.A.P.A., Via Farina n. 41, Telefono 3-35, Ancona, s.d.
        [4] Il testo tra “ “ si intende tratto dal volume del Santini, riportato come se il Santini stesso parlasse a noi ed ai nostri eventuali, che crediamo assai ridotti nel numero dato il tema che andiamo ad esporre, lettori, i ui di 27 di manzoniana memoria sembrano folla rispetto a quelli che noi pensiamo di avere. Questo anche perché la frequentazione dell’”anconitano” medio non lascia scampo a forme anche ristrette di ottimismo.
        [5] Leoni A., Ancona Illustrata,Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1987. Questa edizione è la copia anastatica delll’opera originale, che così si presenta: “Ancona Illustrata, opera dell’Abbate Antonio Leoni Anconitano, colle risposte ai Sigg. Peruzzi, PIghetti ecc., ed il compedio delle Memorie Storiche d’Ancona capitale della Marca Anconitana etc. dedicata e benignamente accettata fino al 9 novembre 1829, alla Maestà Cristianissima di Carlo X, Re di Francia e di Navarra, Pacificatore della Spagna, Protettore dei Greci, Conquistatore d’Algeri etc., etc, in Ancona MDCCCXXXII, dalla Tipografia Baluffi. Con Supp. Approv.”
        [6] Leoni A., Ancona Illustrata, cit.
        [7] Bernabei L., Croniche Anconitane, a cura di Carisio Ciavarini (contiene la cronaca dell’Oddo di Biasio (Biagio), Ancona, Tipografia del Commercio, 1870.
        [8] Palermo Giangiacomi asserisce che in questo incendio andò perduto l’archivio . “Quindi la storia medioevale di Ancona ha molte lacune, che potranno empire solamente gli archivi di Venezia, Dalmazia e paesi marchigiani”. Giangiacomi P., Storia di Ancona. Dalla sua fonazione ai giorni nostri,Ancona, Libreria Editrice Giuseppe Fogola, 1923, pag 21
        [9] Decidere se mettere la descrizione dell’incendio di Oddo di Biagio.
        [10] Decidere se mettere la citazione del Saracini
        [11] Paterno  descrizione della lovalità
        [12] Questi doveva essere un “collaborazionista” dei Malatesta. Scrive Leoni “Non temerei di credere che questo Bonarelli abbia cooperato all’invasione dei Malatesti, perciocché avendo avuto la facoltà di fabbricare un castello con torri sotto gli usurpatori Malatesti, altri non poteva essere che un di lui benemerito confidente; tanto più che è cosa notoria avere i Malatesti donoato varie case a chi coopeò alla sua malvagia e perfida operazione.” Leoni A., Ancona Illustrata, cit., pag.166
        [13] Leoni A., Ancona Illustrata, cit., pag.166


        venerdì 8 maggio 2020

        Cavalieri del Santo Sepolcro

        Una bella immagine dei Cavalieri del Santo Sepolcro Luogotenenza delle Marche ripresa prima dell'epidemia del cornavirus