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martedì 19 ottobre 2021

Ancona La Piazzaforte 1860. I dati tattici 5

 Ancona Piazzaforte Pontificia

1. La Piazzaforte di Ancona nello Stato Pontificio. La storia. 2. Le opere principali della Piazzaforte. 3. Il nemico è a conoscenza di tutti i dettagli della Piazzaforte 4. I miglioramenti della Piazzaforte del de La Moricière dall’aprile al settembre 1860. 5. I dati tattici della Piazzaforte: il terreno e le comunicazioni,i punti tatti, l’armamento. 6. La Guarnigione, la consistenza teorica e quella effettiva. 7. Le Caserme. 8. Il Vettovagliamento. 9. Il Morale

Massimo Coltrinari 


5. I dati tattici della Piazzaforte: il terreno, le comunicazioni, i punti tattici, l’armamento.

Il terreno.

Fondamentale per la struttura della Piazzaforte è la conformazione del terreno. Il “gomito” o promontorio su cui Ancona è sorta è dato da un allineamento di rilievi medio bassi costieri, declinanti verso il mare, aventi direzione da sud-est  a nord-ovest, che terminano nel porto della città; a questi si aggiunge un gruppo collinoso più a ovest che si individua con le alture di monte Ago e di Posatore e della Montagnola. Questo gruppo di alture è separato dal sopradetto allineamento da un largo solco rappresentato dalla piana della Baracola ( o Baraccola) e dal piano di San Lazzaro ( o Pian San Lazzaro).

Numerose linee di spostamento solcano la zona; più marcate e precise nelle adiacenze del Monte Conero, a ragione della durezza del terreno, più corrette e meglio raccordate ad occidente del passo di Varano, stante la minore compattezza del suolo.

L’allineamento costiero si articola in tre ben distinte linee di rilievo: la linea di monte Guasco, monte dei Cappuccini, monte del Garretto e della Via di Santa Margherita; la linea di rilievo su cui sorge la Cittadella, di monte Pulito, di monte Pelago, di Pie della Croce, di Altavilla, di monte Venanzio, di monte Carlin e dei monti dei Corvi; infine la terza linea di rilievo, quella della dorsale delle Grazie e di monte Baldino.

Il gruppo collinoso di Monte Ago, del Posatore ( o di Posatora) del Montagnolo è circoscritto dalla piana, o al tempo del 1860, della depressione della Baraccola e del piano di San Lazzaro, ad oriente e l’ampia insenatura di Valle Lunga ad occidente; esso non ha caratteristiche sue proprie ma pocci larghi modellati dall’erosione delle acque, accordi facili tra i poggi e discreto dominio di quei rilievi che degradano verso il mare.

Il terreno, dal punto di vista tattico consiste in fasci di rilievi che s’abbassano sulla città lungo il margine costiero a capisaldi intermedi e ad avvallamenti tra i capisaldi stessi e tra le linee di rilievo; i fasci, a loro volta, si addossano ad ovest ad un gruppo collinoso piuttosto complesso che li fiancheggia di modo che vi sono di continuo appigli ed appoggi.

Le comunicazioni

Nel 1860 le comunicazioni che collegavano Ancona al suo territorio consistevano nelle seguenti strade:

-        “Litoranea” o delle Romagne, che collegava Ancona a Senigallia, Pesaro, Rimini, che seguiva il litorale, attraversava il Borgo Pio, ed entrava nella città per la via di Porta Pia. Il suo stato di conservazione ed uso era eccellente.

-        “di Loreto”, ovvero la strada postale per Roma; da Loreto per Camerano superava lo spartiacque nei pressi di mote Ago e discendeva nella valletta tra Ancona e Montagnolo al piano di San Lazzaro

-        “di Macerata”. Anche questa portava a Roma via Colfiorito. Da macerata per Osimo, Quadrivio di San Biagio, superava lo spartiacque al Pidocchio e, discesa al piano di San Lazzaro, si riuniva alla strada di Loreto, immettendosi poi nel Borgo Pio.

Entrambe le due ultime strade erano mantenute in buono stato di manutenzione, avevano un buon tracciato, ma in alcuni tratti toccavano pendenze notevoli

Le strade secondarie erano rappresentare dalla litoranea del Conero che da Numana, per Massignano, monte Venanzio giungeva a Pietra della Croce, qui si divideva in due rami pressoché paralleli che mettevano ad Ancona una alla porta Calamo, l’Altra per la piana degli orti ( oggi viale della Vittoria) alla porta Farina. Altra strada secondaria era quella Gallignano, Montagnolo Ancona, che però era in mediocre stato d’uso. Questo sistema di strade era collegato con strade secondarie, mal tenute  e spesso tracciate in maniera speditivi.

 

I punti tattici

I punti tattici della Piazzaforte di Ancona nel 1860 di appoggiavano sulle opere della Piazzaforte, già descritte. La difesa era imperniata su un perimetro complessivo della cinta bastionata, per uno sviluppo complessivo di oltre 7000 metri., ovvero di un poligono irregolare di quattro lati, dei quali due erano rivolti al mare e due verso terra.

Dal lato terra la piazzaforte di Ancona aveva una cinta che era rafforzata da due estremi: all’estrema sinistra ( ad est) del forte dei Capuccini, a destra (ovest) dalla Cittadella e dal Campo Trincerato. Lungo questa cinta si aprivano, come punti deboli della difesa, due porte, in vero ravvicinate l’una all’altra: Porta Farina, fiancheggiata dalla faccia destra del bastione di San Pietro a nord, e Porta Calamo a sud, questa protetta dalla batteria degli Zoccolanti.

Le maggiori bocche da fuoco del Forte dei Cappuccini erano rivolte verso il mare, verso levante, per dare protezione alla fascia costiera; la spalla destra dei Cappuccini batteva la falda occidentale di monte Cardetto e fiancheggiava il bastione di San Pietro, verso la valle degli Orti, oggi Viale della Vittoria.

Il ridotto della piazzaforte di Ancona, posizione di resistenza, era rappresentato dalla Cittadella: questa consisteva in quattro fronti irregolari, bastionate e, spalleggiando la destra della cinta, collegava le difese terrestri a quelle della difesa marittima mediante il tratto di fronte di Porta Pia, a ridosso di Borgo Pio, oggi il quartiere degli Archi. Ognuno di questi fronti era in grado di erogare fuoco di fucilerie sostenuto da bocche da fuoco di medio calibro.

Un ulteriore rafforzamento della difesa a terra era rappresentato dalla integrazione a sistema delle opere di Monte Cardetto: queste si trovavano a oltre 500 metri avanti al Forte dei Cappuccini e consistevano in un fronte bastionato con rivellino e rivestite nelle facce da una muratura alla “Carnot”  e chiusa, a partire dagli angoli alle spalle andando fino alla mezzaluna, da una solida palizzata. Erano in grado di erogare fuoco di fucileria, con il personale in posizione protetta.

 L’azione delle opere di Monte Cardetto  era diretta verso la piana degli Orti  e sulle alture di Santo Stefano e di Monte Pulito; inoltre il suo mezzo bastione di sinistra poteva fiancheggiare la scogliera, mentre quello di destra, mediante una strada coperta, faceva sistema difensivo con la cinta della piazza sotto il cavaliere del Forte dei Cappuccini.

La Cittadella era rafforzata nella sua azione dal cosiddetto Campo Trincerato, che era una grossa opera a corno , in terra, composta da tre fronti di buona muratura.  Adattandosi al terreno, il Campo Trincerato avanzava verso l’aperta campagna con saliente assai  acuto. Da occidente fiancheggiava le difese della cinta incrociando i suoi tiri con quelli del Cardetto; batteva frontalmente l’altura di monte Marino e tutta la piana, compresa la strada, della Baracola; s’appoggiava a destra alla strada coperta della cortina ovest della Cittadella, in modo da essere in grado di battere con tiri precisi ed efficaci le pendici di Monte Scrima, la carreggiabile di Osimo e il Borgo Pio, davanti a Porta Pia. 

Nella seconda linea di difesa, o difesa esterna, erano comprese le opere e le lunette che davano difesa tattica agli appigli del terreno. Le lunette, come visto, erano quattro, tre delle quali erano interra ed indifese alla gola: La Lunetta Scrima, di monte Pulito, di monte Pelago. La quarta, quella di Santo Stefano contava due scarpate in muratura, nonostante la loro incompletezza ed un piccolo ridotto interno. Erano tutte in gradi di erogare fuoco di fucileria con personale in posizione defilata sostenuto dal fuco di pezzi da campagna.

Le Lunette di monte Pulito, monte Pelago e di Santo Stefano guardavano i punti tattici più salienti della difesa esterna: monte Pelago, la più avanzata, intermedia e meno dominante di quella di Monte Pulito; la più arretrata di tutti era quella di Santo Stefano. Questa linea di difesa veniva completata dal posto di osservazione di Altavilla ( oggi Forte Altavilla) che nel 1860 era dotato solo di una trincea campale atta solo per avamposti .

La lunetta Scrima era all’estrema destra; serviva come protezione a Borgo Pio e a Porta Pia, volta alle alture del Pinocchio ( indicato come visto nelle carte coeve con il toponimo di Pedocchio)  e del Montagnolo, ma era debole e sotto dominio di fuoco, specialmente dalle sorgenti di Montagnolo.

La difesa a mare era consistente anche se non in grado di fronteggiare azioni di una Marina dotata della tecnologia di ultima generazione.

. L’estrema sinistra si appoggiava alla Mole Vanvitelliana, il Lazzaretto, che può essere considerato un grosso ridotto in muratura ai fini della difesa, circodato dal mare e collegato alla terraferma da un ponte di legno. Era armato da tre pezzi, atti a battere l’ingresso della rada. A sua volta era coperto o battuto dal fronte di Porta Pia, dalla spianata di Capo di Monte nonché dal bastione maestrale della Cittadella.

Sulla destra del fronte a mare vi era la Lanterna, con postazioni per batteria a tre facce e due piani l’uno in barbetta armato da quattro pezzi, l’altro in casamatta con 8 pezzi. Il molo nord del fronte a mare, era ben guardato; più arretrata rispetto alla Lanterna vi era la batteria della Sanità, armata da tre pezzi: fiancheggiava le difese interne del molo ed il rovescio della batteria della Lanterna sull’ingresso del porto. Tutti questi punti di difesa erano in grado di fronteggiare eventuali sbarchi di squadre e unità più consistenti, anche in grado di operare un tiro mirato contro le navi, in molti casi velleitario.

Il porto era chiuso da una grossa catena, tesa fra i due capi del molo nord e del molo sud: questa catena era difesa da due pontoni convertiti in batterie galleggianti e a quattro paranze ancorate ed armate con un pezzo ciascuno. Il tiro di queste sorgenti di fuoco era limitato; avevano il compito di dissuasione e di difendere la ostruzione, non in grado di azioni offensive di tiro a largo raggio, anche per la carenza di munizionamento.

All’interno del porto si avevano il Baluardo di Sant’Agostino, che era armato di un pezzo da 18 libbre, e il Bastione di Santa Lucia armato di tre pezzi sempre del calibro da 18 libbre. Sul Colle Guasco o di monte Marano vi era una batteria, protetta dall’alta scogliera, che aveva il compito di battere gli accessi marittimi e a collegare da nord le difese del fronte della difesa a mare con quella di terra. 

 

L’Armamento

In una ricognizione effettuata a meta del giugno 1860, dal comandante dell’artiglieria della Piazza, col. Lopez, si definì lo stato dell’armamento;  risultarono circa 27 bocche da fuoco in cattivo stato e non atte all’impiego. Lo stato dell’armamento risulta come alla tabella I.

 

Dalla tabella risulta quindi che la Piazzaforte era dotata di 129 bocche da fuoco così ripartite

. 19 cannoni da 54[1],

. 25 cannoni da 36,

. 11 cannoni da 27,

. 4 cannoni da 24,

. 31 cannoni da 18,

. 3 cannoni da 9,

. 10 cannoni da 6,

. 1 cannone da 4,

. 2 obici da 90,

. 5 coronate da 12,

. 10 obici corti da cent. 15,

.  3 mortai da 320 mm,

. 3 mortai da 300,

. 2 mortai da 22 mm.

A queste bocche da fuoco occorre aggiungere le 6 bocche da fuoco della 9 batteria del cap. Mayer, cioè 4 cannoni da 9 e 2 obici allungati da 15 centimetri  disponibile per le sortite o per essere utilizzate per la difesa delle lunette.

Non sono comprese anche le artiglierie della Brigata de Courthen, ed i cannoni da 24 libbre con le relative 4000 palle che arrivarono da Trieste il 9 settembre.

Tabella I: Stato dell’armamento della Piazzaforte di Ancona al giugno 1860

 

Cittadella

 

 

Maschio,

         1 cannone da 54,

 2 mortai da 220 mm.

3

Bastione del Giardino

1 cannone da 54,

3 da 36,

1 da 6;

5

Bastione Barberini

1 cannone da  36,

1 da 4,

1 mortaio da 320 mm;

3

Bastione della Guardia

1 cannone da18,

2 da 9

3

Sotto il cavaliere

1 obice corto da 150mm

1

Bastione Gregoriano

3 cannoni da 36

3

Cavaliere

2 cannoni da 36

2

Casematte

3 coronate da 12

3

 

Totale bocche da fuoco alla Cittadella

25

Bastione n.6

2 cannoni da 36, 3 cannoni da 6

5

Campo Trincerato

 

 

Bastione n. 7

1 cannone da 35,

 2 cannoni da 27,

1 cannone da 6

4

Cortina fra i Bastioni 6 e 7

2 mortai da 300 mm

2

Bastione n. 8

2 cannoni da 54,

4 obici da 150 mm

6

Cortina fra i Bastioni 8 e 9

2 mortai da 320mm

2

Bastione n.9

1 cannone da 54,

1 cannone da 37,

3 cannoni da 18,

3 cannoni da 6

8

Cavaliere di mezzo

2 cannoni da 54

2

Cavaliere della polveriera

1 cannone da 27

1

 

Totale bocche da fuoco al Campo Trincerato

32

Fianco verso gli Zoccolanti

1 cannone da 18

1

Lunetta Santo Stefano

1 cannone da 27, 3 da 18, 1 mortaio da 300mm

5

Bastione di destra

3 cannoni da 36, 1 da 18,

4

Bastione di Sinistra

3 cannoni da 36, 1 da 18

4

Mezzaluna

2 cannoni da 18, 2 obici da 150 mm

4

 

 

 

Forte dei Cappuccini

1 cannone da 56,

2 da 36,

 4 da 24,

1 da 18,

2 da 6

10

Monte Marano

5 cannoni da 54

5

Batteria Sanità

3 cannoni da 18

3

Batteria del Molo

2 cannoni da 32, 2 da 24

4

Lanterna  Batteria Superiore

4 cannoni da 54, 2 da 18

6

Lanterna Batteria in Casamatta

1 cannone da 36, 2 da 27, 1 da 15

4

 

 

 

Bastione Sant’Agostino

2 cannoni da 18

2

Porta Pia Batteria bassa

1 cannone da 54, 2 da 18

3

Porta Pia Batteria superiore

2 cannoni da 18, 2 da 6

4

Ripa Batteria inferiore

2 obici da 90

2

Ripa Batteria superiore

1 cannone da 18

1

Lazzaretto Batteria inferiore

2 cannoni da 38,

2

Lazzaretto Batteria superiore

1 cannone da 18

1

Cannoni su pontoni e Paranze

2 cannoni da 27, 4 da 18

6

Riserva alla Corte di San Domenico

1 cannone da 9

1

Difesa a Mare

Totale bocche da fuoco difesa a mare

54

 

Totale delle artiglierie della Piazzaforte

129

Nota: nella tabella non sono comprese le 6 bicche da fuoco della 9° batteria del cap. Mayer, ne le bocche da fuoco delle battere da campo della Brigata de Courten, ne i cannoni da 36 con le relative 4000 palle che arrivarono ad Ancona il 16 settembre.

 

Il munizionamento lasciava a desiderare per il fatto che troppe erano la varietà delle bocche da fuco per avere una sufficiente riserva di munizioni per ciascuna bocca da fuoco. De La Moricière aveva ad agosto incaricato il tenente colonnello Blumesthil di sovrintendere a tutti i problemi relativi all’armamento della piazza. L’attività di Blumesthil fu notevole[2]. Dopo aver ispezionato ogni pezzò, dispose lavori per la messa in funzione di affusti che presentavano deficienze. Stabilì che ogni pezzo doveva avere una riserva stabile di 400 colpi per ogni pezzo. Dispose che il munizionamento di pezzi inutilizzabili fosse di nuovo fuso o utilizzato per altro munizionamento. Furono dati disposizioni anche per il munizionamento della fanteria. Al termine di questi fervidi lavori il munizionamento era tale che si poteva sostenere un assedio per un periodo sufficiente alle esigenze del piano strategico adottato dal Comandante in Capo.

Il de La Moricère così sottolinea lo stato dell’armamento della piazza: “

“Di fronte alla campagna avevamo sopra i muri 110 pezzi di assedio e 14 pezzi leggieri. Ce ne mancavano ancora venti per completare quello che si chiama un armamento di sicurezza. Eravam dunque ben lungi da quel numero che era necessario per sostenere un assedio al medesimo tempo di mare e di terra. Le provvigioni di polveri e di palle erano sufficienti, ma le bocche da fuoco erano di origine diversissime: tutte l’artiglierie d’Europa vi avevano il loro saggio, il che produce una molticiplità di calibri che rendeva difficilissima la provvigione. Perciò essendo nato qualche errore, fuvvi chi gridò al tradimento, come suol succedere in simili casi. Per ultimo, quantunque avesio lavorato molto a riparare gli affusti e ne avessimo riparati alcuni, pure ne restavano ancora di quelli la cui solidità lasciava molto a desiderare. Questo ci cagionò grave impaccio”[3]



[1] I cannoni vengono indicati con il calibro romano.

[2] Blumesthil lasciò ancona il 20 agosto per recarsi a Spoleto a rapporto dal Comandante in Capo; qui ispezionò tutta l’artiglieria della I e della II Brigata; l’ultimatum lo soprese a Spoleto e segui le colonne in marcia verso Ancona. Prese parte allo scontro di Castelfidardo e fu fatto prigioniero; non potè essere ad Ancona durante la difesa.

[3] Relazione de La Moricière.


sabato 9 ottobre 2021

Ancona Piazzaforte 1860. I Miglioramenti del 1860

 

4. I miglioramenti della Piazzaforte del de La Moricière dall’aprile al settembre 1860.

Che Ancona necessitasse di lavori urgenti si rese subito conto il de La Moricière appena sbarcato, proveniente da Trieste, ad Ancona, diretto a Roma ad assumere il Comando delle truppe Pontificie ai primi di aprile del 1860. In una ricognizione a vista abbastanza accurata delle difese di Ancona. Stimò che Ancona dovesse avere una guarnigione oscillante tra il 5000 ed i 6000 uomini per armare tutte le difese. Appena nominato Comandante in Capo, l’8 aprile, giorno di pasqua, a Roma, dispose per Ancona lavori per 450.000 lire, anche se aveva valutato che per tutte le opere necessarie sarebbero state necessarie 1.250.000.La somma mancante la cerco in modo molto pressante ovunque, sia in Italia che all’estero, la questa azione non produsse i risultati sperati. Per Ancona si raccolse solo 160.000, lire ad opera del Comitato di Lione, ma nulla di più.

La direzione di tutti i lavori per Ancona fu affidata ad un uomini di fiducia del de La Moriciére, il col. Guerra, reputato comandante attivo ed intelligente. Guerra diede la esecuzione a numerosi progetti: la riparazione di tratti di mura che il tempo ed il degrado avevano intaccato; riparazioni al campo trincerato, ai terrapieni della batteria degli Zoccolanti, a quelli delle lunette esterne; fu sbarrata l’entrata della chiesa e del convento dei Cappuccini; fu costruito, come già detto, un muro, dai Cappuccini a monte Cardeto che racchiuse il campo degli Ebrei, dando ulteriore valore tattico all’area, oltre che contrastare le profanazioni al cimitero. L’Arco Clementino, posto come noto a meta del Molo Nord,  fu chiuso da una grossa porta e furono demolite tutte le case che erano a ridosso delle mura tra il predetto Arco Clementino e la Sanità.

Dopo attenti rilievi, il 14 maggio 1860 si iniziarono i lavori per gli adattamenti al bastione ed alla lunetta di Santo Stefano, che si rilevarono particolarmente utili il 26-27 settembre dopo che erano state perse le lunette di Monte Pelago e di Monte Pulito. Proprio su iniziativa del Guerra furono acquistate le sei paranze che ostruivano l’entrata del porto, delle quali, quattro furono armate, come visto di un pezzo; inoltre furono riparati quattro pontoni, trasformandoli in batterie galleggianti. Per tutti questi lavori il Guerra, in media, ingaggiava dai 400 ai 500 operai al giorno, oltre ad impiegare uomini della guarnigione e le poche unità del Genio disponibili.

Il de La Moricière, nella sua relazione, esprime un giudizio parzialmente positivo su tutti questi lavori, nel descrivere la situazione tattica all’indomani del suo arrivo ad Ancona il 18 settembre 1860 : “Le brecce delle mura erano state rialzate; le opere esteriori compiute e migliorate; i terrapieni erano quasi interamente finiti; le strade coperte sole mancavano dappertutto e là, dove erano, difettavano di ordine perché non si era potuto pensarvi. Molto maggiormente è a dirsi lo stesso degli spalti che restavano ingombri di viti, di gelsi ed ancora di ville, che non avevamo avuto il tempo di abbattere.”[1]

In sostanza, la difesa poteva contare sulla opere fortificatoria di Ancona, ma fino ad un certo punto; molto si poteva ancora fare ma la mancanza di tempo impedì di predisporre una Piazzaforte all’altezza della situazione tale da fronteggiare con successo gli avvenimenti.


[1] Relazione de La Moriciére

mercoledì 29 settembre 2021

Ancona La Piazzaforte 1860 L'invasione. Il nemico è a conoscenza di tutti i dettagli della Piazzaforte

Ancona Piazzaforte Pontificia

1. La Piazzaforte di Ancona nello Stato Pontificio. La storia. 2. Le opere principali della Piazzaforte. 3. Il nemico è a conoscenza di tutti i dettagli della Piazzaforte 4. I miglioramenti della Piazzaforte del de La Moricière dall’aprile al settembre 1860. 5. I dati tattici della Piazzaforte: il terreno e le comunicazioni,i punti tatti, l’armamento. 6. La Guarnigione, la consistenza teorica e quella effettiva. 7. Le Caserme. 8. Il Vettovagliamento. 9. Il Morale

Massimo Coltrinari 


3. Il nemico è a conoscenza di tutti i dettagli della Piazzaforte

La difesa della Piazzaforte era svantaggiata dal fatto che tutte le opere fortificatoria erano a conoscenza, fin nei minimi dettagli, del nemico, ovvero del Comando Sardo, ovvero non si poteva fare affidamento su eventuali azioni che lo sorprendessero nel corso delle operazioni. Inoltre, come vedremo, la conoscenza esatta delle opere della Piazzaforte, permise al generale Fanti di valutare appieno il risultato della giornata del 18 settembre. Fu in grado di valutare esattamente che la difesa Pontificia non era in grado di presidiare e difendere le opere della difesa esterna di Ancona, per mancanza di personale e quindi si poteva immediatamente investire la difesa interna e tentare di conquistare la piazzaforte fin dai primi attacchi.

La Rivista Militare, a conferma che il Comando era a conoscenza di ogni dettaglio sulla Piazzaforte, in un numero edito nel 1861,[1] presenta Ancona come la principale stazione romana sull’Adriatico, e venne perciò fortificata sin dai tempi dell’antichità ed ebbe a sostenere sino dai tempi più antichi numerosi assedi per terra e per mare.[2] Prosegue facendo un quadro generale che così si può riportare: ““Ancona capitale dell’antico Picenum, vuolsi sia stata fabbricata verso l’anno 408 avanti l’era volgare da certi Siracusani che ivi si ripararono fuggendo le persecuzioni di Dionigi il Tiranno; vuolsi inoltre derivato il suo nome da una parola greca (Ancon) che significa gomito, tale essendo la forma del sito in cui se ne gettarono le fondamenta. Fu una delle principali stazioni marittime dei Romani sull’Adriatico, i quali si convertirono in colonia Romana circa 150 dopo la sua fondazione. Vitige Re dei Goti l’assediò e la prese nel 538. In appresso fu sottomessa dai Longobardi. I Saraceni la rovinarono poi nel 853 e ricadde nella oscurità, rimanendo quasi ignorata durante le guerre civili dell’Italia e la destra fortuna della veneta Signoria. Si dichiarò poscia repubblica ponendosi sotto la protezione dei Papi, ma nel 1532 Clemente VII abusando di questo patronato, se ne rese assoluto signore. Nel 1797 cadde in potere dei Francesi .Il generale Le Monnier con un presidio di 2000 uomini strenuamente la difese contro le forze collegate dei Prussiani, dei Turchi e dei Russi, degli Austriaci e degli Inglesi che l’assalirono per mare e per terra  e quando capitolò nel 1799 non aveva che poco più di 200 uomini capaci di portare le armi. Il fatto è tanto più meraviglioso in quanto che il Monte Cardetto ove intesero le maggiori offese, non era allora fortificato, siccome lo fu poscia per ordine di Napoleone. Nel 1815 Ancona fu occupata e quindi abbandonata dalle truppe napoletane capitanate dal Murat e gli Austriaci la smartellarono in gran parte per farne saltare i bastioni. Nella rivoluzione del 1831 dell’Italia media, Ancona fu ultimo asilo dei sollevati e rimessa dai Tedeschi nella devozione del Papa. Fu nottetempo dai Francesi sorpresa ed occupata per gli interessi della politica di quel Governo e stanziarono nella cittadella, riparandone le ruine sino alla fine del 1838. Gregorio XIV usciti i Francesi pensò porre questa piazza in buono stato di difesa e vi fecero molte novelle costruzioni. Anche Ancona fra le città che maggiorente si distinsero per l’eroismo del popolo nella guerra dell’indipendenza italiana. Senza tener conto del patriottismo mostrato dai ricchi e dai poveri suoi cittadini ad ogni modo di sacrifici, noi ci  a menzionare l’eroica sua resistenza contro gli Austriaci. Assalita da questi il 1° giugno 1849 perdurò nella difesa per ben quindici giorni sotto un tremendo grandinare di bombe e di razzi e vi perdurò in mezzo alla  fame ed agli spasimi della sete, giacché ogni lato di terra e di mare era dal nemico strettamente bloccata, e la penuria del vitto e dell’acqua cominciò a farsi sentire fino dai primi giorni dell’attacco. Con tutto ciò tanto era l’ardore per la resistenza. Che il solo parlare di resa era ritenuto delitto di morte. Ma anche la costanza umana ha i suoi limiti; e dopo aver sofferto un tremendo bombardamento generale che perseverò  dal 14 al 17 giugno stremati d’ogni esterno soccorso, quegli eroici cittadini dovettero piegarsi ad un accordo, e lo stesso maresciallo Wimpfen, ammirato dal valore e dalla costanza della difesa, concesse alla città una capitolazione assai onorifica, la quale venne conchiusa la sera del 18. Dista 160 miglia a greco di Roma, ed ha 25000 abitanti nelle sue mura; 38000 se vi comprendono tutti i sobborghi e le vicine campagne.[3]  

Come si ebbe modo di sottolineare[4], le sue fortificazioni, nel 1860, non erano tali da far classificare Ancona come piazzaforte di primo ordine “attesochè mentre esse non si possono riferire a verun sistema regolare e completo, e sono in molti luoghi imperfette, difettose e deboli, le maggiori difese della piazza consistono piuttosto nella configurazione naturale delle località, che nella robustezza e maestria dei suoi antemurali. La città è sita a ridosso di uno svolto montuoso della costa, in forma quasi di una semiconca aperta verso maestrale. Due moli, l’uno (orientale) di solida muratura e armato, l’altro fatto di grossi macigni sovrapposti alla rinfusa, ne chiudono il porto che è assai spazioso e sicuro, ed ha un ingresso largo poco meno di 500 metri. Verso la marina la città non è difesa che da alcuni parapetti di pietra e da bastioni quasi tutti scoperti sino ai piedi, se pur si accentua il tratto di mura fra Porta Pia ed il bastione di Sant’Agostino, che solo merita il nome di fortificazioni; indi in là, sono aperti gli scali del porto.

A manca la cinta cittadina si appoggia al Lazzaretto, ch’è è una specie di grosso ridotto di muratura circondato da un braccio di mare e comunicante colla terraferma per un ponte di legno. Questo ridotto è sotto il fuoco del fronte di Porta Pia , della spianata di Capo di Monte nonché del bastione maestrale della Cittadella. Tre pezzi armavano i bastioni del Lazzaretto per battere l’ingresso della rada, mentre le altre batterie del porto ne avevano soli 25 né potevano averne di più; ed erano questi per calibro e portata di gran lunga inferiori ai nostri.

A destra, l’estremità del molo orientale è difesa dalla batteria della Lanterna a tre facce e a due piani, l’uno in barbetta, armato di 3 pezzi, casamattato, l’altro portante 9 pezzi, cioè 3 per ogni faccia. Questa batteria per la sua posizione troppo avanzata nel mare ed isolata dalle batterie della costa, non potendo fornire contro i legni d’attacco, se non se un fuoco divergente, mentre ne viene battuta da un fuoco concentrato riesce di non gran valore, e assai compromessa.

Più indietro al porto il bastione di S. Agostino armato di un sol pezzo da 18 e quello di Santa Lucia armato di 3 pezzi dello stesso calibro, sono ben meschine difese. Verso tramontana alla punta e sul rialto di Monte Marano havvi una batteria di questo nome protetta da un’altra scogliera e destinata a battere quegli accessi marittimi collegando per quella parte le difese marittime colle terrestri.

Dal lato di terra le fortificazioni sono assai più solide che non le marittime. La cinta è ivi rafforzata in due punti culminanti alle sue estremità: alla sinistra ( a greco) il cavaliere dei Cappuccini; alla destra ( a ponente) la cittadella col campo trincerato. In questo tratto di cinta sono aperte due porte, poco discoste l’una dall’altra, la porta Farina e la porta Calamo, fiancheggiata la prima dalla faccia sinistra del bastione di San Pietro, e protetta la seconda dalla batteria degli Zoccolanti.

Le maggiori difese del cavaliere dei Cappuccini sono rivolte al mare verso levante a proteggere quella costa , mentre la sua spala destra batte la falda occidentale di Monte Cardetto e fiancheggia il bastione di S. Pietro verso piazza degli Orti.

La Cittadella è un grosso ridotto a 4 fronti irregolari e a 3 bastioni che spalleggiando la destra della cinta, ne unisce le difese terrestri alle marittime per mezzo del fronte di Porta Pia.

Sull’estremità sinistra a 450 metri al Cavaliere dei Cappuccini, sul monte Cardetto (300 metri sul livello del mare) riscontrasi quale opera avanzata il forte detto del nome di esso monte. Questo forte, formato di un fronte bastionato con rivellino è rivolto ad ostro e batte la piana degli orti non che le alture di Santo Stefano e di Monte Pulito; il suo mezzo bastione di manca si appoggia agli scogli della costa, mentre il bastione di destra, che per una strada coperta si congiunge alla cinta della piazza sotto il cavaliere dei Cappuccini, difende gli accessi di Porta Farina e di Porta Calamo, e batte la rada con tiri piuttosto ficcanti. Le sue fortificazioni sono di buona muratura e di moderno sistema, costruite per ordine di Napoleone susseguentemente all’assedio del 1799 e poscia perfezionate dal governo pontificio.

Ad rafforzar la destra, dinanzi la Cittadella havvi il campo trincerato, grossa doppia corona di pressoché 400 metri di capitale;la quale fiancheggiava a levante le difese della cinta incrocicchiando i suoi fuochi con quelli del Cardetto, difende di fronte l’altura del Monte Marino e la strada del canale di Camerino, ed appoggiandosi a destra sulla strada coperta della cortina occidentale della Cittadella batte con tiri efficaci le falde delle alture di Monte Scrima, nonché la strada postale da Osimo e l’ingresso di  borgo Pio. Questo borgo prolungandosi sulla spiaggia per quasi un chilometro ai piedi dell’erta della Cittadella la quale perciò non può difendere se non con tiri troppo ficcanti e non essendo protetto che dalla semplice cortina di Porta Pia è, come ben lo dice il generale pontificio nella sua relazione, una seria difficoltà per la difesa, poiché i caseggiati del borgo favoriscono gli approcci dell’assediante, come di fatto avvenne, malgrado che quelle vie fossesi difficoltate con alcune tagliate, la difesa delle quali neppur tentarono i Pontifici dinanzi ai nostri bersaglieri.

Quattro lunette costruite di terra ( nell’ultima occupazione degli Austriaci nel 1849) ed indifese ala gola, eccettuando però quella di Santo Stefano ( la quale ha le sue scarpe in muratura ed un piccolo ridotto interno) coronano i punti più elevati della zona esterna. Sul punto culminante della costiera che diparte dal rialto del campo trincerato e protendosi verso mezzogiorno, trovasi più d’ogni altra avanzata la lunetta di Monte Pelago, la quale domina la cinta di Ancona alla distanza,però, di 2000 metri.

Più indietro e meno elevata quella di Monte Pulito a 1000 metri dagli spalti del campo trincerato. Intermedia a questo ed alle precedente lunetta trovasi quella già nominata di Monte Santo Stefano, ch’è fiancheggiata dal campo trincerato del Gardetto.

La costiera sulla quale sono costruite queste tre lunette si estende piegandosi lungo il mare sino a fronte dell’altura di Monte Acuto, dalla quale è divisa da un avvallamento lungo circa un chilometro.

 Un 600 metri dinanzi alla lunetta di Monte Pelago sulla costiera stessa e sulla strada del monte di Ancona ad Umana trovasi il casale di Pietra La Croce e 400 metri circa più in là su di una lieve eminenza che domina la strada suddetta il casino di Altavilla, presso il quale avevano i Pontifici eretta una barriera per i loro avamposti, e del quale partirono i nostri primi fuochi d’artiglieria contro il Pelago.

 Sulla destra a 1300 metri circa da Porta Pia volta a libeccio verso le alture del Pidocchio e di Montagnolo vi ha la lunetta di Monte Scrima, opera campale debolissima e insostenibile, perché da moti punti vicini battuta.

Queste opere avanzate di tracciati e costruzioni campali imperfettissime non potevano giovare gran fatto alla difesa di Ancona specialmente in quelle circostanze in cui, stante le loro distanze e la debolezza del presidio, non si potevano in forza occupare senza grave pregiudizio della principale difesa.   

Alle fortificazioni della cinta mancava pressoché dappertutto la strada coperta ed esisteva in stato inservibile . Gli spalti e tutta la zona esterna erano tuttavia coperti e intricatissimi da foltissimi giardini e siepi, da vigne, gelsi ed anche da case, che non si prese il tempo da abbattere.

La piazza era armata da 154 pezzi di cannone, dei quali 30 verso la marina, gli altri per la cinta dalla parte di terra, e di questi 14 erano pezzi da campo: numero per vero insufficiente anche per un semplice armamento, relativamente al circuito difensivo della piazza e delle opere distaccate. Di queste artiglierie di forma e provenienza quasi tutte diverse epperciò di malagevole servizio, stante la molteplicità dei calibri, 18 appena erano da 36, le altre inferiori tutte a questo calibro e niuna rigata.”[5]

Questa conoscenza delle opere della Piazzaforte di Ancona dei sardi da anche una fotografia abbastanza completa di quello che Ancona era nel 1860. Una piazzaforte che, nonostante i miglioramenti effettuati dagli Austriaci durante la loro decennale occupazione, dal 1849 al 1859, presentava ancona notevoli deficienze per una difesa che potesse avere una qualche possibilità di successo.



[1] Precisamente nel Capo XIX, dedicato alla “Campagna di Guerra nell'Umbria e nelle Marche” Narrazione Militare “Assedio e Presa di Ancona”. Vds. C***, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Assedio e presa di Ancona V, in Rivista Militare  Italiana, Tipografia Editrice G. Cassone e Comp., Torino, Volume III Anno V, Maggio, 1861

[2] La Storia di Ancona è così riportata  (Estratto dalla Coreografia d’Italia, pubblicata dal Pagnoni) Vds. C***, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Assedio e presa di Ancona V, in Rivista Militare  Italiana, cit., pag. 135,136.    

[3] Questa Storia di Ancona è stata tratta dallo Estratto dalla Coreografia d’Italia, pubblicata dal Pagnoni e riportata dalla Rivista Militare. Vds. C***, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Assedio e presa di Ancona V, in Rivista Militare  Italiana, cit., pag. 135,136.  

[4] Coltrinari M., Coltrinari M., L’investimento e la presa di Ancona. La conclusione della campagna di annessione delle Marche. 20 settembre- 8 ottobre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultuta, 2010. pag. 59 e segg.

[5] C***, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Assedio e presa di Ancona V, in Rivista Militare  Italiana, cit., pag. 137 e segg.