Ruggero Giacomini. Storia della Resistenza nelle Marche 1943-1944, Ancona, Affinità Elettive, 2020
24 euro. ISBN 9978887326460 6
Notizie,documenti, contributi,riguardanti la Storia di Ancona e delle Marche.Inoltre contributi e note alla Storia Militare delle Marche sotto l'egida del Comitato Scientifico del Club Ufficiali Marchigiani. E' spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro per la collaborazione il CUM. (Info: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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La Sicurezza del territorio. Un fucile arruginito
Sul finire degli anni trenta le condizioni socio-politiche
dell’Italia si erano giocoforza stabilizzate. La marcia su Roma dell’ottobre
del 1922 fu un vero e proprio colpo di Stato che, avallato ed accettato dal Re
e dal vertice politico terrorizzati dalla esperienza in Russia e dal pericolo
rosso, aveva portato il fascismo al potere. Fino al delitto Matteotti (1924) vi
fu un simulacro di regime parlamentare, ma con l’uccisione del deputato
socialista, che alla camera aveva denunciato pubblicamente le violazioni dello
statuto albertino e delle leggi liberali, il fascismo estremista impose a
Mussolini un ulteriore giro di vite in termini di libertà. Furono le leggi del
3 gennaio 1925, dette “fascistissime” che privò gli italiani di ogni liberta e
diede vita alla dittatura. Tutto questo avallato dal Re e dai rappresentanti
delle classi agiate, convinte di aver messo al sicuro i propri privilegi e le
proprie fortune. Iniziava il “ventennio” e tutto era sotto controllo, i treni
arrivavano in orario, ed il sistema poliziesco di controllo si perfezionava
sempre più. Vi era, oltre alla normale Polizia, l’OVRA (Organizzazione
vigilanza repressione antifascismo oppure Organizzazione vigilanza reati
antistatali) formata da uffici speciali di polizia in seno alla Direzione
generale di P.S. (dipendente dal ministero dell’Interno, in mano a Mussolini)
che fu istituita verso la fine del 1927 da Arturo Bocchini ed adibita al
servizio d’investigazione , pedinamento ed infiltrazione, anche all’estero. Aveva
il suo ordinamento con circa 400 agenti e si avvalevano di oltre 900
“Informatori” vere e proprie spie
segrete pagati direttamente dal centro. Ogni informatore non aveva un nome ma
un numero o un nome di battaglia. Il popolo italiano era così ben sorvegliato.
Dopo l’attentato di Bologna del 26 maggio 1927 contro Mussolini a tutti gli
italiani fu ritirato il passaporto, mentre era vietato trasferirsi da una
località all’altra del Regno se non muniti di permessi rilasciati dalle
autorità di polizia; erano vietate le serrate e lo sciopero, mentre negli
uffici di collocamento i posti di lavoro venivano assegnati in base al numero
della tessera di iscrizione al PNF. Il 27 novembre 1925 la Camera dei Deputati
(ancora si chiamava così) approvò la legge che istituiva il podestà di nomina
prefettizia (e non più elettiva) nei comuni con popolazione inferiore ai 5000
abitanti (7337 si 9148 Comuni) al posto del sindaco scelto con suffragio
popolare, poi la legge venne estesa (1926) a tutti i Comuni del Regno. Restava
in carica 5 anni e doveva possedere il
titolo di scuola media superiore. I podestà venivano sempre scelti tra le
persone di fede sicura e con la tessera del partito. Nelle grandi città erano
speso gerarchi. In questo contesto, in cui Osimo non faceva eccezione, è molo
facile comprendere quanto scrive Filippo Scarponi in merito alla sicurezza
pubblica nel territorio osimano:
Circa le
condizioni sociali del territorio e per quanto riguarda la pubblica sicurezza,
dopo le parole dette antecedentemente sul carattere mite della popolazione poco
v'è da aggiungere. Il lavoro dei campi non è turbato da nessuna causa,
rarissimi sono i furti e questi tutti di lievissima entità. Non si verificano
mai, e ciò si può affermare con sicurezza, delitti che sono l'espressione e la
manifestazione ultima di un sentimento d'odio, di rancore, di vendetta.
Cosicché il contadino riposa tranquillo nella sua casa la notte, e nella
maggioranza dei casi, fidato nella difesa che gli può offrire un fucile
antidiluviano, su cui la ruggine ha aumentato di qualche millimetro lo spessore
delle pareti della canna!
Tutto
era in ordine, una sorta di mulino bianco della pubblicità odierna, un di
paradiso terrestre in cui mancava solo una cosa: la libertà.
Osimo negli anni
trenta. Comune rurale. La produzione e le strade
Osimo come centro attivo agricolo negli anni trenta
registrava come principali prodotti agricolo-alimentari il grano, il vino ed il
bestiame. Questo prodotti sono in esuberanza per il mantenimento della
popolazione, quindi si è superata, rispetto al periodo post-unitario, la soglia
della economia di sussistenza, per arrivare all’economia di mercato. Il
bestiame da carne in esubero viene venduto sul mercato a compratori forestieri
che lo smistano poi non solo verso le Marche, ma anche alle altre regioni
limitrofe. Il Foro Boario degli anni trenta era uno dei punti caratteristici di
Osimo con i suoi incontri settimanali e le sue fiere. Fino agli anni settanta
del secolo scorso era fiorente la tradizione delle ricorrenze religiose legate
all’agricoltura ove gli animali erano inghirlandati ed infiocchettati e portati
anche in processione. Una sorta di festa pubblica, più con sfumature pagane che
cristiane, ma certamente una vetrina in cui, con orgoglio, si mostrava un buon
prodotto. Avvenimenti particolarmente sentiti, anche nella ritualità, e che
vedeva una partecipazione di tutta la comunità. Particolari ricordi in famiglia
per queste feste all’Abbadia ove il Parroco, Don Vincenzo Scarponi, zio di
Filippo, pilastro centrale della comunità che viveva con riferimento alla
Chiesa, era l’animatore e il centro di riferimento per la popolazione, non solo
spirituale.
Il grano veniva assorbito integralmente e, attraverso i sei
molini che esistevano in Osimo, era poi immesso nel commercio, anche se per lo
più a raggio non molto esteso.
Il vino era la nota dolens. Filippo Scarponi non spiega le
cause, rifugiandosi dietro il classico “ per
un complesso di cause, che non è il caso qui di accennare, questo prodotto
principale rimane costantemente nelle cantine padronali o per lo meno è
lievissima la sua esportazione. Una delle cause che si possono individuare, a
fattor comune di tutte le Marche, è l’assenza di iniziativa imprenditoriale da
parte dei produttori, cioè dei “Padroni”, proprietari terrieri, non
latifondisti, che non si avventurano nel campo della esportazione e della
conquista dei mercati, per non rischiare. La loro educazione, il loro essere,
la loro cultura e il loro modo di vivere non andava oltre l’orizzonte dei
campi. Dovremo attendere il secondo dopoguerra, quanto, grazie alle iniziative
non di agricoltori, ma di industriali, in prima fila la ditta FAZI-Battaglia di
Castelplanio, dove si arriverà con il Verdicchio dei Castelli di Jesi (con la
famosa bottiglia ad anfora ed il foglietto esplicativo allegato) a esportare il
vino non solo oltre regione, ma in tutta Europa. L’esempio imprenditoriale fu
seguito ed oggi (vds. Rosso Conero e tante altre etichette) il vino marchigiano
ha una sua commercializzazione ed è una risorsa. Negli anni trenta questa
capacità, più per ragioni culturali che tecniche, non esisteva ed il vino
rimaneva nelle cantine del “Padrone”, che ne era orgoglioso e se ne vantava;
una ricchezza veramente non utilizzata.
“Una fitta rete di
strade agevola le comunicazioni del territorio con il centro del Comune. Tra i
singoli punti del territorio, per mezzo di strade comunali e private,
buonissima è la colleganza. Tutto ciò facilita notevolmente i trasporti delle
derrate che dalla campagna alla città si compiono per mezzo del bestiame da
lavoro del contadino, e solo raramente con mezzi meccanici (camion); mentre dai
magazzini della città ai mercati o luoghi di smercio tali trasporti si
effettuano con camion o per ferrovia.”[1] Osimo
ebbe da subito dopo la sua stazione ferroviaria oltre l’Abbadia, appunto la
Stazione d’Osimo, nella via di facilitazione naturale verso il mare, Numana e
Sirolo, e quindi il complesso delle comunicazioni era accettabile. Negli anni
trenta, quindi, era tutto un andare e venire di “birocci” (carro agricolo
marchigiano trainato in genere da bovini, in gergo dialettale “le vacche”) tra
la campagna ed il centro, che spesso erano affiancati e superati, questi
“birocci” dai cosiddetti “calessi” mezzo di locomozione a traino animale (il
cavallo) per persone, usate per lo più da persone abbienti e di un certo
lignaggio. Le strade non erano asfaltate, ma sterrate; in estate piene di
polvere, che non era fastidiosa se non transitava qualche automobile, negli
anni trenta una rarità ed oggetto di attenzione ed ammirazione; in inverno
fango e neve. Caratteristiche delle strade, in genere, era la presenza la
centro di un rialzo con l’erba. La manutenzione, per le esigenze del tempo, era
accettabile grazie all’opera sia diretta dei contadini che provvedevano a
sistemarle nel loro raggio di casa (non per senso civico, ma per il loro
interesse), sia del cosiddetto “stradino” che a piedi con un carretto trainato
a mano provvedeva ad eliminare ostacoli, buche e fossi scavati dall’acqua
provvedendo ad una manutenzione costante. Quella che oggi si invoca per tante
strade del territorio, prima fra tutte quella che dal bivio della Gironda porta
al bivio dell’Abbadia. Tra le vibrazioni
che fanno tanto bene alla schiena, la equilibratura alterata delle ruote, gli
ammacchi ai cerchioni, in quel tratto di strada si va tanto spesso con
nostalgia a rimpiangere il tempo di quando in Osimo operava lo “stradino”.
[1] Il corsivo è tratto da Filippo Scarponi, Il colono mezzadro ed il piccolo
proprietario coltivatore in un comune
rurale di una provincia marchigiana, Tesi di Laurea, Anno Accademico 1929
-1930
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Osimo negli anni
trenta. Comune rurale.
Osimo al 31 dicembre 1928, come visto nel precedente
articolo, aveva una popolazione che ammontava a 20448 abitanti, di cui 1/3
entro le mura, in quello che oggi definiremo il centro storico, e a ridosso
delle mura con il suo borgo, una parte sparsa nella campagna, in abitazioni
poderali, e il rimanente agglomerata in sei piccoli centri campagnoli, la cui
popolazione era per lo più composta da artigiani, piccoli proprietari terrieri
non autonomi che integrano le loro rendite o con il pascolo abusivo, integrato
anche con la raccolta abusiva di legna o concedendo i propri servizi alla
popolazione rurale; assenti, se non
sporadicamente, operai nel tradizionale senso della parola.
Filippo Scarponi, da cui traiamo dalla sua tesi di Laurea queste
note, da una interessante valutazione sulla indole di questa popolazione, molto
accademica e di maniera, come si conveniva nel mondo accademico di allora.
Viene detto che le vicende politiche del passato, riferito questo passato al
biennio rosso 1919-1921e nei anni immediatamente successivi “se pure non hanno trovato nel Comune degli
attori ferventi”[1]
non si notato retaggi di sorta e tracce profonde. Un effimero modo accademico per
indicare mesi ed anni di profondo contrasto, risolto nel modo che tutti
sappiamo e che negli anni trenta ancora non era stato completamente assorbito.
Un contrasto che apparentemente si era risolto, ma sotto la cenere il fuoco
covava, che riprese con vigore all’indomani della crisi armistiziale e nella
lotta di liberazione, punteggiata da episodi alcuni anche tragici. Negli anni
trenta la rassegnazione aveva preso il sopravvento. “ Si lavora la terra, in silenzio, si attendono i suoi frutti, nulla si
chiede e si cerca di raggiungere il risultato massimo con i propri mezzi”. Ci
si trova di fronte, secondo Filippo Scarponi, innanzi “ ad una delle schiette espressioni del popolo Piceno, di questo popolo
sobrio e laborioso che rimane, molte volte per incoscienza, chiuso nella sua
potenzialità, attendendo che altri pensano innanzi a lui e lo lasciano
costantemente nell’ombra.” Una interessante osservazione se si pensa che
Ancona è dorica, con un confine etnico ben marcato, tutta protesa verso il mare
ed i suoi commerci, con a nord oltre Agugliano il confine con popolazioni di
influenza gallica, con riferimento Senigallia, tutti abitanti che negli anni
trenta mostrarono più irrequietezza politica e meno acquiescenza. Non vi è lo
spazio per altre considerazioni, ma si comprende come Osimo abbia sempre
guardato più verso l’interno, verso Roma, che verso il capoluogo che rimaneva,
ieri come oggi, distante ed in tante componenti, estraneo.
“Il carattere di Osimo
negli anni trenta è essenzialmente agrario, in esso si vive per l’agricoltura,
per esso si lavora, da essa si mangia. Definisco in tal modo il Comune, poiché
pur essendovi delle industrie queste sono strettamente legate alla campagna,
che fornisce loro la materia prima da trasformare- Tale industrie, però,
interessano solamente la popolazione paesana che vi trova lavoro fatta
eccezione di una concessione di tabacco ove si manipola il prodotto ed in cui,
stagionalmente vengono impiegate numerose donne, nella maggioranza appartenenti
a famiglia contadine. Parecchie altre piccole industrie vivono nel Comune, ma
rasentano l’artigianato e tutte hanno come compito di fornire i materiali più
svariati ai contadini.”
Le sedi di queste piccole industrie artigianali degli anni
trenta oggi o sono state trasformate oppure, purtroppo lasciate a se stesse e
deturpano l’arredo urbano. Basta guardare anche dall’alto quella che è l’area
dell’ex lavatoio o sotto le mura di Via Cinque Torri per avere una qualche
riferimento. Un tubo di stufa che ancora rimane ed esce solitario di quel
tratto di archi di mura è struggente, quasi un invito a rivitalizzare e
riutilizzare questi spazi. In molti
paesi dell’Umbria, in simili contesti, queste sedi sono state trasformate in
bar, punti di ritrovo, luoghi per mostre e intrattenimento che arricchiscono
l’offerta turistico-culturale ma soprattutto danno all’arredo urbano un livello
più accettabile. Osimo, come comune rurale, sapeva trovare soluzioni che oggi
rimangono solo auspicabili.
[1] Il corsivo è tratto da Filippo Scarponi, Il colono mezzadro ed il piccolo
proprietario coltivatore in un comune
rurale di una provincia marchigiana, Tesi di Laurea, Anno Accademico 1929
-1930
La premessa di uno
studio. Osimo negli anni trenta. La popolazione.
L’agricoltura Italiana era la base della ricchezza della
nazione, negli anni dei primi dopoguerra. L’industria non aveva preso quel ruolo
che ebbe bel secondo dopoguerra, nonostante il grande sviluppo che ebbe per
fornire armi e mezzi all’esercito combattente nella grande guerra. Filippo
Scarponi nella sua tesi sostiene che “studiar
ei contadini nell’ambiente in cui vivono è pertanto uno dei compiti della nuova
Economia Rurale Italia, uno dei compiti più importanti che richiederà molto
tempo, ma che porterà vantaggi inestimabili a tutti coloro che dell’Economia
Rurale hanno fatto la loro scienza prediletta, ed attraverso essa cercano di
dare alla Nazione nostra tutto il suo prestigio”
Il tema allora era di grande attualità, che poi negli anni
successivi darà vita a quella che ebbe un ruolo fondamentale negli anni trenta,
quelle che sarebbe chiamate “le battaglie del grano”.
È un presupposto logico alla tesi la descrizione del comune
ove operano poi i contadini oggetti dello studio quello di descrive Osimo negli
anni trenta nei suoi caratteri generali, fisici, demografici, economici,
sociali.
Osimo allora come oggi è in provincia di Ancona e si estende
su una superficie di Kmq 105.403. Posto alla sommità di una collinetta
preapenninica a 265 s.l.m dista in linea d’aria circa 7 km. Il suo territorio è
in prevalenza collinare, disposto su piccoli colli che limitano tra loro brevi
tratti di terreno pianeggiante, fresco e fertile. Tra questi tratti assume la
maggior e importanze quello traversato dal corso del fiume Musone. IL clima
stante la vicinanza al mare, e specialmente per quella parte di territorio
volto a mezzogiorno, si può considerare marittimo, ove le stagioni si
susseguono con una certa regolarità nelle loro variazioni atmosferiche e ove
non si raggiungano limiti di temperature bassissimi od elevati fatta eccezione
della parte nord del territorio più vicina alla catena Appenninica, che è anche
la parte più alta di esso. I venti che dominano sono quelli di tramontana, la
bora di Trieste ed i venti di scirocco. Il centro del Comune dista 19 km dal
capoluogo di provincia e Km. 7,5 dalla propria stazione ferroviaria, situata a
75 m.s.m sulla linea ferroviaria Ancona Pescara. Gli abitanti del Comune erano,
al censimento del 1911 n. 19844, a quello del 1921 numero 19803, al 31 dicembre
1928 numero 20448. La situazione demografica del Comune è riassunta in un
prospetto con dati dedotti dallo Stato Civile. La tabella riporta dati dagli
anni che vanno dal 1911 al 1929 pere mortalità, natalità, Matrimoni,
Emigrazione Interna, Immigrazione Emigrazione transoceanica ed Emigrazione
continentale. In genere i dati riportati sono sull’ordine delle centinaia, con
un range delle varie voci dal 300 a 600. Il commento a questi dati si riferisce
alla emigrazione interna ed alla immigrazione. I valori rispettivi, grosso
modo, si equivalgono nei rispettivi anni ed è lecito ritenere che tali valori
si riferiscono nella loro totalità alla popolazione rurale del Comune. Nel caso
specifico non si può parlare di emigrazione vera e propria, giacché lo Stato
Civile registra sotto tale voce il numero delle persone che annualmente
cambiano la loro residenza passano sotto altro Comune. Orbene, ogni anno nella
zona, si verificano per le più svariate cause, alcuni movimenti e cambiamenti
di famiglie coloniche, che da un fondo vanno a coltivare un altro posto nel
territorio famiglie che precedentemente si trovano sotto la giurisdizione di un
altro Comune. Tali movimenti, anche se chiamati con il termine “emigrazione”
non risentano del concetto che generalmente si concede alla parola indicante il
fenomeno, poiché le famiglie che mutano la loro residenza non mutano l’ambiente
in cui svolgono la loro attività, quindi non variano questa e nelle linee
fondamentali il regime della loro esistenza si mantiene costante. I dati di tale emigrazione sono 477 (1926), 516 (1927), 371 !928) 2 479
(1929) L’emigrazione continentale è un fenomeno quasi del tutto sconosciuto nel
Comune e nella sua popolazione rurale; quasi rarissimi casi che si hanno sono
compresi nella cifra indicante l’emigrazione transoceanica. I dato sono: 98
casi (1926), 104 (1927) 56 (1928) 51 ( 1929). Secondo Filippo Scarponi i dati
di questa emigrazione transoceanica sono trascurabili. Oggi possiamo notare che
da Osimo si emigrava nel continente americano si al nord che al sud. E se si
legge la tabella riporta si evince che l’emigrazione transoceanica da Osimo non
era così trascurabile: nel 1911 era di 209 casi, 320 nel 1912, 223 nel 1913,
anno in cui il dato nazionale era di 4.500.000 italiani emigrane nel nuovo
continente.
Osimo e la Questione Agraria. /2
La premessa di uno studio. IL
contadino osimano.
Terminate le celebrazioni per la traslazione della Salma del
Milite Ignoto da Aquileja a Roma, e raccolto introno all’evento il massimo
consenso possibile, il passo successivo nella scena politica nazionale italiana
era concretizzare, in quel fine 1921 i risultati della Vittoria nella Grande
Guerra, ovvero si era creato un clima di aspettative e di fiducia affinchè i
tanti sacrifici fatti, i lutti subiti e sopportati avessero compenso in qualche
cosa di tangibile. Il re nel suo proclama dell’8 novembre 1917, nei giorni più
cupi del ripiegamento dall’Isonzo al Piave, quando tutto sembrava perduto, in
un proclama all’Esercito ed al Popolo Italiano promise senza mezzi termini e a
chiare lettere che, se la vittoria fosse stata conseguita, si sarebbe
affrontata la annosa questione agraria, che dall’Unità per oltre 60 anni era
stata il nodo di contrasto tra le classi dominanti, con gli agrari in testa, e
le classi proletarie, con i contadini in testa.
Un illustre figlio di
Osimo, che nel campo della Agricoltura sarà protagonista di importati stagioni
a cavallo della Seconda guerra Mondiale, Filippo Scarponi, scelse come tesi di
laurea, nell’Anno Accademico 1929 -1930 di affrontare nei suoi dettagli quello
che sarebbe stato il nodo non sciolto degli eventi del 1922: la mezzadria. Il
Titolo della tesi è “
Il Colono Mezzadro ed il Piccolo Proprietario Coltivatore in
un Comune Rurale di una provincia marchigiana.” Inutile dire che il comune
rurale era Osimo e l’oggetto della tesi era l’analisi socio-economica delle due
figure enunciate: il colono mezzadro e
il piccolo proprietario coltivatore. Dalla
lettura della tesi, che sarà il filo conduttore delle nostre note per questo
giornale, emerge uno spaccato della società osimana sia nelle sue componenti
cosiddette “ricche”, cioè il proprietario terriero che vide del capitale
“terra” che di colui che in varie forme presta “il lavoro”, cioè il contadino.
Anticipando quelle che potrebbero essere delle conclusioni, entrambe le
categorie, sia i “ricchi” che “i contadini con questo sistema attraverso i
sistemi adottati, come la mezzadria avevano un rapporto costo/efficacia molto
basso. Cioè a dire i “ricchi” non erano poi così ricchi come si poteva credere,
avendo loro grosse difficoltà; ed i contadini, nonostante l’impiego di tutta la
famiglia, di tutte le braccia disponibili della famiglia, anche dei minorenni, non
riuscivano ad uscire dalla povertà cronica che avevano ereditato dai loro
padri. Difendere questo sistema fu uno degli errori più gravi di allora; basti
vedere gli sviluppi che si ebbero dal 1848/1849 quando fu risolta la questione
agraria quanta ricchezza arrivò per entrambi le parti.
Questo, a latere, presenta Osimo come era negli anni trenta,
uno spaccato della realtà osimana che Filippo Scarponi descrive con precisione
ed oggettività Dato il costume del tempo, però, la presentazione del lavoro non
poteva non avere una certa qual forma retorica.
“Con le più alate
parole, che la fantasia è capace di dettare, con le concezioni sublimi della
loro mente eletta, poeti antichi e moderni, prosatori illustri, giornalisti
emeriti, hanno cantato e cantano le lodi dell’uomo, che alla terra dedica la
sua intelligenza e che su essa sparge le gocce della sua fronte. Hanno cantato
questo lavoratore, immerso nella pace feconda del campo, con il torace
allargato nel respiro ampio, nelle cui braccia nude i muscoli poderosi
risaltano, come se uno scalpello l’avesse cesellati nel marmo; hanno veduto di
esso la parte poetica, la parte sentimentale. Questo hanno fatto i poeti, le
anime elette. Poco però gli studiosi sono entrati nell’intimo della vita di
questi individui, hanno studiato la loro esistenza, hanno veduto le loro
condizioni. SE qualche lavoro si nota in tal senso, prima della guerra rari o
quasi nulli invece, sono quelli che si trovano oggi dopo il fenomeno bellico.
Quindi se ancora nelle deduzioni eventuali noi ci riportassimo a quelle notizie
prebelliche, commetteremmo un errore fondamentale, giacché molteplici fattori,
concomitanti hanno influenzato l’agricoltura italiana, sì da modificarne
sostanzialmente la vita. E’ necessario pertanto conoscere intimamente questa
massa poderosa, per saper dettare ad essa giuste leggi; è necessario studiare
profondamente la vita di questi artefici, molte volte inconsapevoli, del
benessere nazionale. Come raggiungere questo scopo Le monografia di famiglia ci
offrono il mezzo migliore.”
Rileva come la guerra ha cambiato tutti i parametri e nel
1930 il contadino non è più quel dell’anteguerra. Rileva anche il dato
essenziale che il contadino era l’artefice del benessere nazionale, in una
società come quella di allora, sostanzialmente basata sull’agricoltura.
(continua)
Osimo e la Questione Agraria. /1
Il Milite Ignoto vincitore della
Grande Guerra. Il significato Politico
Le
Celebrazioni per il 1° centenario della traslazione del Milite Ignoto hanno
portato alla luce uno degli snodi più importanti e difficili della Storia
d’’Italia: la soluzione della questione agraria. Sembra un paradosso, ma in una
analisi anche superficiale questo collegamento è lapalissiano.
Nel momento
più tragico delle giornate seguite a Caporetto, il Re in un proclama
all’Esercito ed alla Nazione in toni chiari e precisi prometteva che, se si
fosse resistito, e l’Italia fosse uscita ancora unita dalla guerra in corso e
vittoriosa, avrebbe affrontato la questione agraria. Ovvero avrebbe dato la
terra a chi la coltivava, sconfiggendo una volta per tutte il latifondo, la
mezzadria ed ogni altro sfruttamento di altri del lavoro agricolo prestato.
La promessa
fu creduta da un esercito che oltre il 70% era composto da contadini. Il
ragionamento del soldato-contadino era semplice: se sopravvivo a questa guerra,
ho un futuro sulla mia terra; se muoio questa andrà ai miei figli. Gli
Austriaci furono fermati, e poi sconfitti. La Guerra fu vinta. Nel 1919 Giulio
Douhet, uno dei pensatori più insigni del novecento italiano, propone una idea
che era rivoluzionaria. Tutte le guerre hanno un vincitore e dall’antichità
questo vincitore era il Generale, il Dux, che ha diritto al bottino. I Romani
gli decretavano il trionfo in Campidoglio e tutte le ricchezze che aveva
conquistato. Douhet propone che il vero vincitore della Grande Guerra sia l’umile soldato, per giunta ignoto, che
ha dato tutto e in cambio non ebbe nemmeno una croce. Nasce l’Idea del Milite
Ignoto. Ognuno di noi conosce i dettagli di questa proposta che si realizza dal
28 ottobre al 4 novembre 1921.
Il Soldato è
scelto fra undici soldati ignoti e, con tutto il popolo che partecipa, viene accompagnato a Roma e sepolto ai piedi
del padre della Patria, Vittorio Emanuele II.
IL Risorgimento era compiuto. Il Padre aveva fatto l’Italia, il figlio aveva
fatto gli Italiani.
All’indomani delle celebrazioni bisognava
passare ai fatti. Il Re doveva mantenere la sua promessa. Gli anni violenti del
primo dopoguerra si inaspriscono. Le classi agiate non accettano che i profitti
di guerra siano divisi fra tutte le classi; gli agrari e i latifondisti si
mobilitano. I partiti di sinistra rispondono con la medesima violenza.
In pratica si doveva affrontare il nodo
agrario, in una Italia sostanzialmente agricola e pre-industriiale. La
questione era sul tappeto dall’Unità d’Italia. Brixio a Bronte da una
dimostrazione di come la borghesia intende mantenere i suoi privilegi, viene poi
Andrea Costa ed il socialismo in Romagna e la tassa del macinato, a cui si
risponde nel 1996 con i cannoni di Bava Beccaris. La settimana rossa ha,
soprattutto in Romagna, una base di rivendicazione contadina, anche se i
comunisti di oggi la rivendicano in quel solco di interpretazioni della storia
già scelto dai fascisti di appropriarsi di valori e meriti altrui.
La terra
deve rimanere ai padroni e i contadini devono solo lavorare. Una delle cause
per cui esponenti della sinistra progressista vogliono la guerra, tra cui
Filippo Corridoni, è la speranza che con la guerra si riesca lì dove gli
scioperi di oltra un decennio avevano fallito.
Ora il tempo
era arrivato: il Re aveva promesso l’8 novembre 1917 e doveva mantenere la sua
parola, in quanto la guerra era stata vinta, e vinta dal soldato ignoto, espressione
delle classi inferiori, soprattutto quella contadina
Il nodo da
sciogliere era la mezzadria, uno strumento in cui, come vedremo in note
successive, portando esempi di famiglie contadine di Osimo sia il mezzadro che
il piccolo proprietario terriero, nonostante durissimo lavoro che impegnava la
sua famiglia allargata, non riusciva a trova un benchè minimo reddito per se,
dovendo daer la metà dei profitti al
“padrone” che forniva “il capitale” ovvero la terra e che si sottraeva il più
delle volte ad uno dei suoi obblighi più importanti, quello di apportare
miglioramenti e strumenti innovativi. IL risultato era una sostanziale povertà
generale, sia degli uni che, relativamente, degli altri.
Le famiglie
cosiddette benestanti di Osimo basavano tutta la loro ricchezza sulla
agricoltura, non essendo possibile considerale le oltre 35 filande che erano
presenti sul territorio osimano una attività industriale vera e propria. In
quel 1921 le speranze, attraverso le cerimonie del Milite Ignoto, in cui da una
parte si vedeva che i sacrifici fatti avevano dato i suoi frutti come
costruzione della Unità Nazionale, ma ora era arrivato il momento di affrontare
le questioni economiche e quindi dare un senso a questi sacrifici, dall’altra,
inorgogliti dannunzianamente nella vittoria, ferreamente e graniticamente si
voleva mantenere lo “status quo”.
La
partecipazione alle cerimonie in Osimo del Milite Ignoto, come nel resto delle
Marche e del Paese, fu massiccia, ognuno
in cuor suo allevando la speranza che il futuro fosse migliore degli anni
appena passati.
Da La Meridiana, Anno XXVII, n. 16 (1251) 23 aprile 2022
Dopo
le vicissitudini a cui siamo stati costretti a causa della pandemia, in questo
inizio di primavera può finalmente partire una iniziativa che era stata
predisposta prima della emergenza covid. Iniziativa che consiste nel dare
spazio ad una attività finalizzata a creare spazio e luogo per riflettere sui
valori che, almeno secondo noi, dovrebbero essere fondanti del vivere civile al
di sopra delle ideologie e delle convinzioni di parte. Un foro di riflessione
esclusivamente a livello culturale. In pratica si tratta di dare spazio alla
attività di una istituzione che nel prossimo 2023 raggiunge i cento anni di
vita e che in questo lungo percorso ha attraversato tutta la storia italiana ed
è sopravvissuto a tutte le tempeste grazie a quei valori, di cui è permeata,
che abbiamo sopra definito fondanti. Stiamo parlando dell’Istituto del Nastro Azzurro fra
Combattenti Decorati al Valor Militare
Ovviamente con la nostra iniziativa siamo in una
dimensione minimale, quasi un granello di sabbia in una spiaggia vastissima,
dinanzi ad un mare, che in questo tempi e sempre in tempesta.
L’Istituto
del Nastro Azzurro fu fondato a Roma il 26 marzo 1923, questo per ricordare che 90 anni prima, il 26 marzo 1833, Carlo Alberto, Re di Sardegna, con
Regio Viglietto istituiva la Medaglia d’Oro e la Medaglia d’Argento al Valor
Militare. Non nacque dalla sera alla
mattina. Nell’immediato dopoguerra sorse una “Legione Azzurra, che negli anni
tristi del primo dopoguerra voleva svolgere nella società opera di persuasione
e di conciliazione al fine di riuscire a superare i fortissimi contrasti che la
vittoria nella Grande Guerra aveva portato. Contribuì la Legione Azzurra alla affermazione della
idea di Giulio Douhet che vide la traslazione e tumulazione di un Solato Ignoto
all’Altare della Patria, segno indelebile che la guerra era stata vinta
dall’umile soldato. In tutta la storia dei popoli è l’umile soldato che vince o
perde le guerre, le sfide, le pandemie, ma spesso non è riconosciuto scippato
di queste vittorie da vertici senza scrupoli. Con la costituzione delle Corti
d’Onore L’Istituto riuscì a cancellare la piaga del “duello” in gran voga i
quegli anni.
Il 26 aprile
1926 viene pubblicato il primo numero del periodico “Il Nastro Azzurro”. Con
R.D. 31/05/1928 l’Istituto viene dichiarato Ente Morale. Sono Soci d’onore 108
Provincie e Comuni, di cui 51 Decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare e
numerosissimi Reparti delle Forze Armate. I Decorati dell’Ordine Militare d’Italia,
i decorati di Croce d’Onore alle vittime di atti di terrorismo o di atti ostili
in operazioni militari e civili all’estero, e di medaglie al valore
dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dell’Arma dei Carabinieri e
della Guardia di Finanza, possono far parte dell’Istituto quali soci ordinari.
L’Istituto apolitico ed apartitico si prefigge di: nobilitare il segno del
valore, affermare ed esaltare il valore le virtù militari italiane, tutelare il
rispetto e l’amore per la Patria; ravvivare il ricordo degli eroismi compiuti,
assistere gli iscritti e tutelare gli interessi morali e materiali della
categoria. L’Istituto è retto da un Consiglio Nazionale, eletto ogni 4 anni dai
Presidenti delle 82 Federazioni Provinciali riuniti in Congresso Nazionale. I
Soci assommano attualmente a 5324. Dal 2014, su iniziativa del presidente Carlo
Maria Magnani, è stato istituito il Centro Studi sul Valore Militare - CESVAM,
che, tra gli altri, ha il compito di promuovere ricerche e studi sul Valore
Militare e sulla funzione attuale dell’Istituto nella società. Proprio il CESVAM,
tra le altre iniziative (info www.cesvan.org) attraverso la Federazione Provinciale
di Ancona ha promosso l’iniziativa di promuovere qui a Osimo un punto di
divulgazione, a premessa di attività di più ampio respiro quali presentazioni
di libri, conferenze, mostre ed altre iniziative culturali in sinergia con
associazioni e istituzioni di Osimo con cui già si è instaurato un proficuo
rapporto di collaborazione. Scendendo sul pratico si è attivata su questo
versante la collaborazione con La Meridiana, che consideriamo la vetrina del
dibatto socio-culturale di Osimo, e dal 25 aprile 2022 si attiva, riprendendo
una desueta ma molto efficace soluzione del secondo dopoguerra, l’ edizione di
un “Giornale Murale” che sarà pubblicato con cadenza decadale attraverso
l’attivazione di una “vetrina” fissa approfittando del fatto che Osimo ha
questa bella organizzazione delle bacheche pubbliche poste nei luoghi di incontro
cittadini. Mentre sulla Meridiana si approfondirà i concetti nel taglio di
sintesi sua caratteristica, nella Bacheca compariranno elementi iconografici e didascalici sullo
stesso argomento, creando una simbiosi che si integrano a vicenda. “Il Giornale
Murale”, sostenuto e ampliato dalla “La Meridiana” si va ad aggiungere alle
altre pubblicazione dell’Istituto, che sono il “Periodico”, bimestrale “ la
rivista I “Quaderni”, trimestrali, tutti e due su edizione su carta, i “Quaderni
on Line”, quotidiano, sulla rete, il sito (www.Istitutodelnastroazzurro,org”) e la Piattaforma Cesvam (www.cesvam.org).
Lunedi 25
aprile il primo numero del “Giornale Murale” sarà in bacheca dedicato al
partigiano combattente cattolico Teresio Olivelli, Medaglia d’Oro al Valore
Militare, ricordando questa data anniversaria con le parole di Ruggero Zangrandi
sulla crisi armistiziale del 1943: il comportamento di capi vili ed inetti
dovrà essere compensato dal sacrificio di milioni di uomini umili, i quali non
riceveranno nulla in cambio, nemmeno il ricordo del loro sacrificio. Teresio
Olivelli è uno di questi.
SOMMARIO
Anno LXXXII, Supplemento XX, 2021, n. 3,
20° della Rivista “Quaderni”
www.istitutodelnastroazzurro.it
centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
www.cesvam.org
CESVAM
REPORT. SETTEMBRE 2019 – AGOSTO 2021
1.
INTRODUZIONE
La necessità di un Report.
2.
STRUTTURA
DEL CESVAM
a.
Istituto
del Nastro Azzurro Ente Morale
Statuto;
Regolamento
b.
Lo
Statuto del CESVAM
c.
Il
Regolamento del CESVAM
d.
Il
Verbale costitutivo del CESVAM del
Consiglio Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro
3.
ATTIVITA’
DEL CESVAM
Editoria
a.
La
Emeroteca del CESVAM
b.
L’Archivio-Biblioteca
del CESVAM
c.
I
Progetti di Ricerca. La realizzazione e la finalizzazione
Ricerca
d.
Le
attività in essere.
e.
La
Rivista “Quaderni del Nastro Azzurro”
f.
I
“Quaderni On Line”
g.
I
Blog di carattere storico, estensione di ricerca
h.
I
Blog di carattere geografico, estensione di ricerca
i.
I
Blog di carattere associativo e divulgativo
j.
I
CESVAM Papers, collana “occasional” di pubblicazioni
k.
I
Libri della Collana del Nastro Azzurro”
Didattica
l.
L’Attività
didattica per Master di 1° e 2° Livello
m. L’Attività
didattica per Corsi di Formazione
Divulgazione
n.
Il
Sito dell’Istituto del Nastro Azzurro. Concorso alla Gestione
o.
La
Piattaforma del CESVAM. Lo strumento di divulgazione al passo con i tempi
p.
I
Convegni e le Conferenze
q.
Gli
“Incontri con l’Autore”
r. Collaborazione con
Enti, Istituti, Accademie, Università. Il Confronto
4.
CONCLUSIONE
.
Lineamenti per il futuro
5.
IL
PERIODICO “NOTIZIARIO DEL NASTRO AZZURRO
Nota redazionale:
Questo numero della Rivista
“QUADERNI” come si può notare, pur mantenendo la struttura base, non porta la
tradizionale suddivisione “Il mondo da cui veniamo: la memoria” e “Il mondo in
cui viviamo: la realtà d’oggi” e le relative rubriche. Questo per lasciare lo
spazio al Report del CESVAM, Questo Report, come ampiamente si è riportato nel
Report stesso, vuole essere una documentazione fattiva della risposta che la
Presidenza Nazionale ha voluto dare, con il Report pubblicato nel 2019 (N. 3°
della Rivista, Supplemento XIII, Luglio-agosto 2019) alla lenta crisi che aveva
attanagliato l’Istituto culminata, in chiave di retrospettiva storica, con
l’anno 2014, considerando il 2015 l’anno della svolta a cui tutti hanno dato un
ampio contributo. Questo numero della Rivista vuole essere la continuazione del
Report per il quinquennio settembre 2014 – agosto 2019, mantenendo la stessa
articolazione ed aggiornandone i contenuti per il periodo di riferimento. Si
vogliono fornire elementi di riflessione sulle scelte fatte, sui successi
ottenuti, sugli scostamenti da correggere, per proseguire, in vista degli anni
futuri, verso una affermazione dell’Istituto sempre più ferma e decisa.
(massimo
coltrinari)
I di Copertina: Lo stemma del CESVAM
Info:segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org
Il presente numero può essere
richiesto gratuitamente in formato digitale. Su carta (fino ad esaurimento copie ed addebito spese postali) previo
versamento di euro 5 a copia in bianco e nero e euro 10 a copia a colori da versare su conto
corrente postale n. 25938002 intestato ad Istituto del Nastro Azzurro oppure su C.C. Bancario BPER Banca Piazza Madonna
di Loreto 24 C.C.703202000000002122 IBAM IT 85P0 5387 0320 200000000 2122.
APRILE 2022
LA FRASE del MESE
Se tu hai una
mela e io ho una mela e ce le scambiamo,
abbiamo sempre una mela per uno.
Ma se tu hai
un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo,
allora abbiamo entrambi
due idee.
GEORGE BERNARD SHAW
Gent.me
Socie e Soci,
ecco
gli incontri previsti nel mese entrante.
Stiamo
promovendo, in particolare, il libro G. Mazzini, Dei doveri dell’uomo,
citato di seguito, e chiediamo a tutti i docenti di ogni ordine e grado della
penisola di ospitare il curatore o un nostro socio/a per dedicare un’ora
scolastica al tema; ovviamente doneremo alla classe una copia dell’opera, che
invieremo subito (basta una semplice richiesta alla casella di posta
associativa) al docente. Alcuni incontri si sono già tenuti, altri sono
previsti. Non mancate di sostenere questa iniziativa, a costo zero.
Cordiali
saluti.
Marco
Severini
Presidente ASC
2)
martedì 8 aprile, Ancona, Libreria Fogola, ore 18.30, presentazione della
nuova edizione (5a) del Dizionario biografico delle donne marchigiane
(1815-2022), a cura di L. Pupilli e M. Severini (Ed. Il lavoro editoriale,
2022). Presenta Simona Rossi. Intervengono i curatori e alcuni tra gli autori e
le autrici del volume.
3)
martedì 14 aprile, Senigallia, Sala Conferenze della Biblioteca
Comunale “Antonelliana”, presentazione del libro di
Andrea Pongetti, Non solo un gioco. Le Marche del calcio, Il lavoro
editoriale, 2019.
4)
mercoledì 27 aprile, Ancona, Archivio di Stato di Ancona (via
Maggini, 60), presentazione del libro G. Mazzini, Dei doveri dell’uomo,
a cura con introduzione di M. Severini, introduzione di A. D’Alessandro, Aras,
Fano 2022.
5)
venerdì
29 aprile, Ancona, ore 17.00, Libreria
Fogola, ore 18.30, presentazione del libro di
Marco Severini, Da Conte a Draghi. Problemi e scenari del biennio pandemico,
Ed. Aras, Fano 2022. Dialoga con l’autore l’avv.to-socio Michele Servadio.
6)
sabato 30 aprile, Macerata, Radio Nuova inblu, ore 12.00, Morena Oro
intervista Lidia Pupilli sul Dizionario biografico delle donne marchigiane.