Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

martedì 19 settembre 2017

Lo Scontro di Castelfidardo Anniversario

Alla presenza di autorità civili e militari, si è svolta a Castelfidardo (AN) nel piazzale antistante il sacrario-ossario dedicato ai caduti della battaglia del 18 settembre 1860, la celebrazione del 157° anniversario della battaglia.
A ricordare gli oltre seicento decorati della battaglia di Castelfidardo,  in prima fila era presente una delegazione del Nastro Azzurro Provinciale con il Presidente Mondaini. 
Dopo l'alzabandiera, l'inno nazionale e quello della regione Marche, sono intervenuti il Sindaco e la rappresentante del Prefetto D.ssa Calcagnini, il Commissario dell'Istituto di Storia del Risorgimento Italiano Dott.Tronca   e l'Assessore Pieroni dell'Ente Regione  per rimarcare l'alto significato della ricorrenza e ricordando che il Museo Risorgimentale di Castelfidardo è attualmente l'unico attivo nelle Marche.

Massimo Ossidi

martedì 23 maggio 2017

Ancona, 11 Giugno 2017 ore 17,30





L'Accademia di Oplologia e MIlitaria, 
 presenta, in occasione dei 90 anni di Padre Girolamo, 
Servo di Maria educatore, e assistente scout, di generazioni di anconetani
in suo omaggio
 presenta il volume di

 Felice Signoretti,

Scritti ed Interventi

Le esperienze di una vita dedicata alla educazione dei giovani attraverso la testimonianza di un vecchio scout

Ancona, 
 Museo della Città, Piazza del Plebiscito 1

Domenica 11 giugno 2017 ore 17,30

venerdì 5 maggio 2017

Incontro del 9 Giugno 2017


Il Programma
contattare 
Paolo Gigli  337 654.857
Paolo Bonfigli 349 6715159

Vederdì 9 Giugno. Parrocchia del Sacro Cuore Via Maratta ore 16.00


venerdì 21 aprile 2017

Comprendere la Grande Guerra

ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO
FRA COMBATTENTI DECORATI AL V.M.
Presidenza Nazionale
Centro Studi sul Valore Militare

                                                              INVITO
Giovedì 27 aprile 2017 ore 17
In occasione della Giornata del Decorato che si terrà ad Arezzo il 28-30 aprile 2017
Il Presidente Nazionale Gen. Carlo Maria Magnani
Ha l’onore di  invitare la S.V.
AL V INCONTRO CON L’AUTORE
Tommaso Gramiccia
Che presenterà il Volume
Comprendere la Grande Guerra
Dal Primo al Secondo anno di guerra 1915-1916
Atti del convegno in occasione della Giornata del Decorato
Salò 23-24 aprile 2016
Saranno presenti i Curatori, Massimo Coltrinari  e Giancarlo Ramaccia

ROMA
 Presidenza Nazionale Nastro Azzurro Sala Maggiore
Piazza Galeno 1 . V.le Regina Margherita

centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org


giovedì 20 aprile 2017

Saluto alla Reclute.




DISTRETTO DI RECLUTAMENTO DI ANCONA
La Nostra Grande Guerra 1915-1918.
Il saluto augurale del Comandante del Distretto alle Reclute partenti
Ancona Museo Civico Comunale


COL NOME FATIDICO D'ITALIA E DI ANCONA SULLE LABBRA E NEL CUORE, 
LA VITTORIA SARA' CON VOI E PER VOI
CON QUESTO AUGURIO, PARTITE!

 COL.........


Paritoclare. La folla delle reclute ascolta il discorso del 
Colonnello Comandante il Distretto Militare di Ancona


Cimelio esposto alla mostra
 "Ancona nella Grande Guerra"
Polveriera del Cardeto
 2015-2016

mercoledì 5 aprile 2017

La Grande Guerra in provincia di Macerata. Il 1915

di massimo coltrinari*

La provincia di Macerata, nel 1915, presenta suoi caratteri particolari nel contesto della Grande Guerra. La provincia si presenta molto chiusa in se stessa, con una popolazione dedita principalmente alle sue occupazioni, con una visione che non va oltre la stretta cerchia del luogo in cui si vive, con sporadici contatti con quelli limitrofi. La struttura economico-sociale è una buona chiave d lettura per comprendere come questa provincia, sostanzialmente amorfa rispetto ai grandi temi che agitavano il 1915, abbia poi partecipato senza battere ciglio ed in massa alla Guerra, ai suoi sacrifici, alle sue privazioni. L’economia della provincia era prevalentemente agricola di tipo mezzadrile, con artigianato diffuso e piccola impresa, segnata da un fortissimo radicamento alle tradizioni, al ritmo di vita sempre uguale, ove ancora sono presenti i segni di oltre quattro secoli di dominio pontificio; una economia che si appoggiava ai piccoli borghi, chiusi in se stessi, protetti e molto lontano da ogni vicenda politica di interesse nazionale. In pratica la provincia era ferma ad una realtà ottocentesca, gelosa delle proprie tradizioni, fiera custode del rispetto delle gerarchie sociali, fortemente rispettosa del nobilato locale, con il “Patrone” nella sua più ampia eccezione  che era la centro di ogni relazione, molto restia da ogni cambiamento. E pur vero che il capoluogo, Macerata, e qualche centro sul litorale erano animati da fermenti alimentati dalle forze politiche, cattoliche, repubblicane, socialiste, radicali che riflettevano i temi del momento, ma nella sostanza tutto era ovattato, marginalizzato, in un immobilismo ancorché fatalista apprezzato ed accettato. Iniziative non mancavano, la presenza di associazioni cooperative e società di mutuo soccorso movimentavano un quadro sociale che prometteva bene, ma la realtà socioeconomica alla dichiarazione di guerra era sostanzialmente ferma ai canoni sopra detti. Una provincia controllata ed ubbidiente, che rispetto alle altre della regione non preoccupava soverchiamente le Autorità.

Emerge in questo contesto il carattere peculiare della provincia: l’adesione totale alla guerra, una volta dichiarata e accettazione della guerra per tutta la durata della medesima. Furono richiamati, in linea con il dato regionale, oltre il 90% dei maschi in età militare, un dato che ha inciso profondamente nella realtà socio-economica. Ci si sarebbe aspettato una qualche forma di opposizione consistente, in una situazione che toglieva tutta la forza lavoro su cui si basava l’economia della provincia: invece l’adesione fu totale. Se si considera che la zona costiera era stata dichiarata zona di operazioni e quindi interdetta a tutte le attività non compatibili con le operazioni belliche ha visto il territorio della provincia spegnere diverse attività nella zona del litorale, mentre all’interno si diffondeva squallore, desolazione e miseria, depauperato come era dalla forza lavorativa principale. Una comunità fortemente rurale, la più mezzadrile d’Italia, che viveva in un isolamento fisico e culturale con il concetto di Patria e di nazione limitato alla propria collettività, che in pochi mesi vide cambiamenti radicali, diede una risposta univoca, di partecipazione ed adesione alla guerra in modo integrale. Il richiamo delle classi di leva, maggiormente quelle dal 1889 al 1897, si svolse in modo disciplinato e senza opposizioni di sorta. Non vi furono conseguenze ne contraccolpi durante tutta la guerra; li si ebbero nel primo dopoguerra, in cui questa società ribollì di aspettative deluse e di rancori, fino a sfociare nel fascismo che tutto incanalò nei suoi dettami per la presa del potere.

Questo dato positivo di totale adesione alla guerra è ancora più interessante se si prende in considerazione il fatto che questa popolazione nei mesi precedenti la dichiarazione di guerra era, nella sua stragrande maggioranza, neutralista, indifferente se non ostile nei confronti di un conflitto come quello europeo che non si sentiva proprio, distante dai propri interessi. Lo scontro tra neutralisti ed interventisti si svolse per lo più nel capoluogo e nei principali centri, mentre le campagne erano intente alle loro occupazioni. L’attacco dell’Austria alla Serbia, anche nella provincia innescò tensioni e confronti che erano allo stato latente, iniziando a spostare gli equilibri politici locali. Scrive Irene Massi:

In parziale antitesi con quanto emerso nel resto della regione, l’area maceratese vide l’emergere di tendenze nazionaliste ed irredentiste che finirono per avvicinare sia la parte liberale tendenzialmente filo-giolittiana, con una tendenza anomala rispetto al resto del territorio regionale, che quella radical-democratica, che vedeva nel conflitto l’occasione per abbattere il deprecato sistema giolittiano, unendo quindi, al suo interno, soggetti portatori di visione politiche differenti e sostanzialmente contrapposte, unite da una comune febbre bellica. Posizioni a cui si contrapponeva il neutralismo del movimento cattolico, che preferì nel tempo accostarsi alla linea politica del governo, e da una parte i socialisti, divisi, a Macerata, tra la componente riformista di Lamberto Antolisei, che aderì al fascio interventista e divenne in seguito presidente del locale Comitato di Mobilitazione civile, e quella massimalista di Concetto Machella, ancorata su rigide posizioni pacifiste.”[1]   

Queste contrapposizioni si evidenziarono in vari eventi e manifestazioni pubbliche, come quella del dicembre 1914 in cui a Macerata fu fortemente contestato Cesare Battisti. Mentre a Roma, i rappresentanti maceratesi si adeguavano alla politica del governo senza se e senza ma, a livello locale emersero figure interessanti, in quella meta del 1915, che danno un po’ di colore alla vita politica maceratese. Figure che ebbero  modo di esprimersi attraverso i giornali locali[2], che in gran parte crearono il clima favorevole per giustificare ed allo stesso tempo motivare il superamento della neutralità,  come quella di Arturo Mugnoz e Vincenzo Cento.[3]

Arturo Mugnoz è il prototipo di giovani borghesi, intellettuali, che volevano la guerra per risolvere i problemi del momento. Lasciate le posizioni neutraliste, era giunto a criticare fortemente il sistema politico giolittiano; la guerra, secondo la sua idea, era lo strumento idoneo per il superamento della crisi politico-istituzionale che paralizzava la politica italiana; strumento che avrebbe permesso di completare il processo risorgimentale e la attuazione di quelle idealità che erano alla base. Un impegno che combatteva il sistema trasformista che impediva all’Italia una reale crescita politica e culturale. La sua attività fu emblematica per avere una idea del clima che si era andato formando nella primavera del 1915 nella provincia.

Alla immediata vigilia del conflitto si era costituto a Macerata, e subito se ne costituì un altro a Pollenza, Il Comitato di mobilitazione civile, che avevano come attività principale la promozione dell’arruolamento volontario, l’attività a prevenire l’azione di spie e collaboratori nemici, i primi passi per l’assistenza ai militari al fronte. Grazie anche a questi Comitati che la notizia della dichiarazione di guerra fu accolta con entusiasmo. I giornali riportano, nei giorni successivi alla dichiarazione di guerra, le cronache delle manifestazioni popolari che si svolsero, oltre che nel capoluogo, anche nei centri della provincia, promosse dai Comitati di mobilitazione civile. Queste manifestazioni si ebbero, oltre che a Macerata, a San Ginesio, Tolentino, Treia, Porto Recanati, Caldarola, Civitanova Marche, San Severino, Monte San Giusto. Manifestazioni che oltre ad esaltare le virtù patrie promuovevano raccolta fondi per i combattenti, serate di beneficenza, attività varie tutte volte a dare una immagine di una comunità che accettava la guerra e credeva nella sua breve e trionfale vittoria.
La notizia del bombardamento di Porto Potenza Picena, quindi nel territorio della provincia, fu accolta con ferma virilità, non produsse, insieme a quelle del bombardamento delle altre città delle Marche, gli effetti che gli Austriaci si aspettavano, ovvero di rivolta e contrapposizione tra popolazione ed autorità, ma suscitarono l’effetto contrario, ovvero determinazione per arrivare ad una vittoria che in molti credevano imminente.
Sui muri delle varie cittadine comparvero, oltre ai manifesti di mobilitazione, anche quelli inneggianti ai valori patri, alla sicura certezza della vittoria, all’unità ed alla concordia, oltre che a riferimenti ben chiari al Risorgimento nazionale, che si doveva completare con la guerra appena dichiarata.
I Consiglio Comunali divennero le tribune di questo desiderio di unità. Il Sindaco di Macerata, nella prima seduta dopo la dichiarazione di guerra non esitò a proclamare che si doveva accettare ogni cosa, anche quelle che non si comprendevano; si sarebbe discusso a guerra terminata e vittoria conseguita. La deputazione Provinciale.

Arturo Mugnoz, non poteva non essere coerente con se stesso, arruolatosi volontario, al momento di andare al fronte,  in un editoriale di commiato, pubblicato su “La Preparazione” del 6 giugno 1915 dal titolo “Dalla penna al fucile” scrisse “ “Avremo fatto il nostro dovere se fra qualche mese potremo die di aver saputo usare il fucile così bene come la penna.”

Il clima creato dagli interventisti non poteva, come nelle altre provincie delle Marche, avere dei rivolti contro i nemici interni, alle presunte spie ai disfattisti. “La Preparazione” si lancio nei mesi successivi alla dichiarazione di guerra, in una campagna veramente violenta contro tutto quello che si riferiva all’Austria ed alla Germania. Si arrivò anche a forme che sfioravano il razzismo, come la proposta di rispedire in Germania ed in Austria i professori che insegnavano lingua tedesca. Accanto a queste forme i sospetti erano alimentati nei confronti dei sacerdoti, in genere accusati di neutralità e di aderenza alle idee vaticane favorevoli alla cattolica Austria.

Il clima di euforia ed esaltazione patriottica non poteva però in quei mesi del 1915 nascondere la realtà. I primi sintomi della crisi dell’agricoltura dovuta alla partenza dei contadini richiamati già si fece sentire con la vendemmia del 1915; la sospensione della pesca in Adriatico mise in crisi San Benedetto del Tronto.


*centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

[1]              Manzi I., Il Maceratese, in Piccinini G. (a cura di), Le Marche e la Grande Guerra. 1915-1918, Ancona, Assemblea Legislativa delle Marche, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Comitato Provinciale di Ancona, 2008, pag. 159.
                 
[2]              Qui si possono citare “La Partecipazione”, interventista e “L’Energia”, pur interventista, “L’Unione” espressione dei liberali locali, “Il Cittadino”, di tendenze conservatrici ed ispirazione cattolica. Accanto a questi periodici, come fonte per avere dato riguardanti questo periodo  vi sono gli “Atti del Comitato di Mobilitazione Civile di macerata”, atti custoditi presso l’Archivio di Stato di Macerata.
[3]              Interessante notare che in vari giornali, ma soprattutto su “la Preparazione” apparvero scritti di epoca risorgimentale contestualizzati alla realtà contingente. Lettere di Giuseppe Verdi scritte al tempo della guerra franco-prussiana furono utilizzate per creare odio verso l’Austria e la Germania; il Centenaro ella battaglia di Tolentino, che cadeva nel 1915, ed i moti del 1817, furono utilizzati per giustificare una scelta, quella interventista ritenuta non solo utile ma necessaria.

martedì 4 aprile 2017

93° Reggimento fanteria: la partenza da Ancona per il fronte

Alberto Recanatini riguardo la partenza da Ancona del 93° Reggimento fanteria così scrive:

“Molti giovani della provincia ( di Ancona, n.d.a) e sopratutto i paesi limitrofi della città, ricevuta la cartolina di mobilitazione, furono avviati alla caserma del 93° (Reggimento fanteria) e cucirono sulla loro giubba la mostrina del Reggimento che era gialla con due righe rose. Qualche giorno prima della dichiarazione di guerra, una mattina presto del maggio 1915, i tre battaglioni del 93°, completi nei ranghi, uscirono, una compagnia dietro l’altra, dalla porta principale della caserma Villarey e dal passo carraio verso via Cardeto; poi percorrendo via Indipendenza, attraversarono la città addormentata e si avviarono verso la stazione. Il quartiere era ormai abituato al passo cadenzato dei soldati, ma quella mattina, sotto il peso dello zaino affardellato e con l’equipaggiamento di guerra, esso era particolarmente greve. Quelli che ancora dormivano si svegliarono e corsero alle finestre per guardare quel fiume interminabile di gioventù che andava  a morire. 

Molti hanno raccontato che si commossero per il silenzio grave  che c’era  in quel corteo, interrotto solo dai comandi secchi degli ufficiali che camminavano a lato delle compagnie e dei plotoni. Sembrava che andassero ad una parata militare, come tante altre volte; sembravano i preparativi per la sfilata della prossima festa dello Statuto che ricorreva il due giugno, ma tutti capirono che non era una parata dal tascapane gonfio di bombe, dalle giberne straboccanti di caricatori, dalle vanghette di traverso degli zaini per scavare le trincee, dagli occhi smarriti delle reclute. Portavano la morte negli zaini. Portavano la  morte nel cuore e “nella gola il pianto dell’ultimo addio”.

Da questo si riconosce un reggimento che va in guerra più che dai trepiedi della mitraglia sopra gli zaini dei puniti. E portavano la loro bandiera di guerra in testa al corteo. Quella che di solito sta nella stanza del Colonnello Comandante il quale la custodisce come il vestito per un giorno di festa per poi tornare a riporta tutta sgualcita e strappata.

Tra questi soldati che marciavano zaino in spallate taluni con il fucile  più lungo di loro, tanti ce n’erano di Camerano. C’era Spadari Mario che morirà il 30 giugno alla Rocca di Monfalcone, c’era Simonetti Clemente che cadrà il 4 agosto, c’era Scandali Ciriaco che morirà appena rientrato dalla prigionia, c’era Lucesole Amedeo che morirà all’Ospedale Militare di Verona il 3 gennaio 1916. 

E c’era Recanatini Raimondo, col destino della sua “prima pallottola”, un destino che si sarebbe compiuto il 10 giugno 1915 tra pochi giorni appena.

Alcuni di quelli di Ancona, che passavano presso le loro case guardavano per l’ultima volta verso le finestre: il viso delle madri teso a cercare tra i tanti, tutti uguali, il figlio suo. Il volto serio e composto del padre. La gabbiola del canarino attaccata alla persiana. I panni stesi ad asciugare, il vaso dei gerani pericolosamente in bilico sul davanzale. La finestra chiusa della ragazza del cuore. (Accidenti se glielo avessi detto che l’amavo adesso avrei meno tristezza. Le scriverò). Qualche passante si ferma in istrada a guardare. Passa il Novantreesimo. Parte il Novantatreesimo con in gola il piano dell’ultimo addio.

Raggiunge la stazione dove si sta formando la tradotta. Una locomotiva ansimante in testa ad un lungo interminabile treno di vagoni. La voce che il reggimento parte si è sparsa per la città e molti familiari corrono alla stazione. Alcuni soldati che sono già sul treno saltano giù per l’ultimo abbraccio, questa volta senza armi e senza zaino, ma nella stretta dei corpi le giberne piene di caricatori fanno dolore. Alcuni sergenti gridano di risalire sui vagoni; altri fanno finta di non vedere e con gli occhi cercano anche loro qualcuno tra la gente. I reali carabinieri cercano di impedire che la folla si avvicini al treno, ma più ci riescono i mucchi di materiale di guerra del reggimento ammassati sul marciapiede pronti da caricare sui vagoni di coda. I preparativi per la partenza sono lunghi ed estenuanti, poi con un acuto fischio e getti di vapore della locomotiva il treno si muove con sussulti che sembrano scrollare dall’anima ogni malinconia. Molti salutano dai finestrini, ma i più preferiscono non guardare fuori  e ricacciano in gola la tristezza dell’addio. 

Altri ostentano indifferenza, giocando a carte. Il treno lasciò la stazione pesante ed ansimante. La gente, non più trattenuta dai carabinieri, irruppe sul marciapiede e lo guardava allontanarsi lento lungo il binario: si augurava che non arrivasse  mai alla frontiera e che almeno fosse finita la guerra prima che vi arrivasse. Poi lentamente tornò in città. In fondo a via Indipendenza il portone della caserma era rimasto spalancato sul cortile vuoto. Come la casa di un morto per chi ritorna dal camposanto dopo l’accompagno”[1]



[1] Recanatini A., Di che brigata sei? La mia ha i colori di Camerano. Storie e racconti di soldati cameranesi nella Prima Guerra Mondiale. 1914-1918, Camerano, Comune di camerano Biblioteca di Camerano, 1994. 

sabato 1 aprile 2017

La Grande Guerra in Provincia di Ancona 1915




Nella provincia di Ancona[1] la guerra si presentò senza alcun ritardo, immediatamente , con il bombardamento  che la Flotta austriaca effettuò all’alba del primo giorno di guerra, il 24 maggio 1915[2]. I Centri colpiti della provincia furono, oltre Ancona, Senigallia e Porto Potenza Picena, e fu attaccato da idrovolanti l’aeroscalo di Jesi. Ancona subì i danni maggiori. L’attacco austriaco, eseguito senza preavviso o segni premonitori e con straordinaria tempestività, colsi di sorpresa la città in moto totale, anche perché era stata dichiarata “città indifesa” in base alla Convenzione dell’Aja del 1907. Anche per questo Ancona la notte dell’attacco aveva tutte le luci accese e non vi era alcuna disposizione per l’oscuramento, cosa che diede adito ad equivoci ed isterie, come vedremo più avanti.

Un attacco che fu portato al cuore della Regione con il preciso intento di provocare una rivolta della popolazione contro le autorità sia locali che nazionali, rivolta che avrebbe ostacolato e non poco la mobilitazione in atto e che poteva estendersi in modo incontrollato mettendo l’Italia in gravissima difficoltà fin dai primi momenti di guerra. Un attacco contro una popolazione che ancora ignorava compiutamente la nuova situazione di guerra, ma che il nemico sapeva nei dettagli che in gran parte era ostile alla Monarchia, al Governo alle Istituzioni, come gli eventi della “settimana rossa” dell’anno precedente facevano ben comprendere. Un attacco le cui conseguenze furono di notevole portata, poche materiali, morali e psicologiche in una popolazione impreparata alla guerra, ma non tali da tradursi in aperta e palese ribellione armata.
La popolazione marchigiana, ed in particolare quella di Ancona, fu scioccata e sgomenta da tanta inaspettata violenza e questo senso di sgomento perdurò molto nel tempo; fu una brutale doccia fredda, una brusca e concreta presa di coscienza ella nuova realtà della guerra, che nessuno immaginava così reale e repentina, dopo tante esaltanti parole ed entusiasmi collettivi. Gli effetti non materiali del bombardamento li si ebbero anche nei paesi dell’immediato retroterra e nell’area collinare e montana. A Jesi, al centro della provincia, l’azione degli idrovolanti austriaci nella stessa mattina del 24 maggio, che avevano come obiettivo l’aeroscalo dei dirigibili, produsse nella popolazione jesina gli stessi effetti di quella di Ancona, così come quella di Senigallia  e Porto Potenza Picena, colpite da fuoco nemico.
La reazione all’attacco andò nella direzione opposta a quella che si aspettavano gli Austriaci. In Ancona la sera stessa del 24 maggio si diede vita ad una partecipata manifestazione patriottica a cui parteciparono migliaia di persone che diedero vita ad un lungo corteo che si sviluppò tra l’Albergo della Vittoria, che ospitava il comando militare distrettuale e le sedi consolari. Può essere considerata questa manifestazione la risposta all’azione nemica, ed anche il punto di partenza di quella mobilitazione civile, sostenuta in prima fila dai repubblicani, che nella città e nella provincia fu particolarmente ampia e le donne si segnalarono per la partecipazione in massa al confezionamento degli indumenti militari al punto che la provincia di Ancona risultò negli anni di guerra la terza provincia d’Italia per numero di capi confezionati.

A Falconara, dieci chilometri a nord di Ancona, all’alba del 24 maggio si udirono sordi rumori provenienti da Ancona. Subito la popolazione capì che Ancona era sotto attacco, ed alcuni avevano scorto torpediniere appostate proprio al largo di Falconara. La reazione della popolazione fu improntata alla paura: i giovani e gli anziani si radunarono nel prado dove oggigiorno si trova il cosiddetto Balcone del Golfo, mentre i padri di famiglia e le donne con i figli più piccoli fuggirono verso le campagne. Immaginavano quello che stava accadendo senza il riscontro di una comunicazione ufficiale di qualsiasi tipo. “Sarà Masseria, il fattore, a dare la notizia della dichiarazione di guerra fra l’Italia e l’Austria, per mezzo di un cartello affisso al portone della propria abitazione, sita in via Leopardi 6, oggi via Pier Battista Farinelli.”[3]
Come prima reazione a questa situazione, il Comune decise di colorare di blu tutte le lampadine dell’illuminazione pubblica, per favorire l’oscuramento nel timore di nuovi attacchi nemici.

Ad Osimo, venticinque chilometri all’interno, il bombardamento di Ancona fu accolto con sgomento e costernazione in quanto nessuno aveva mai sentito in vita sua il tuono di un cannone nemico. Osimo aveva visto militari durante la “settimana rossa dell’anno precedente, quando una compagnia di alpini arrivò da Bologna e piazzò mitragliatrici nei punti nodali di Osimo. Ben presto la situazione torno alla calma e dopo una quarantina di giorni gli alpini rientrarono nella loro sede, ma la cittadina visse giorni inquieti a seguito di denunce, arresti ed imputazioni a carico di 11 indiziati. Gli echi di quegli avvenimenti non si era ancora spenta che anche in Osimo si accende sempre più lo scontro tra neutralisti ed interventisti. Il prof. Romiti lascia la direzione della “Sentinella delle marche”, il giornale di Osimo, che passa sotto il controllo degli interventisti, mantenendo la sua linea anticlericale a sfondo massonico. Nonostante tutto, la censura colpisce il giornale in vari momenti e spesso esce con ampi spazi bianchi. Secondo Mons. Grillantini, storico osimano,

l’aria, sino dagli inizi dell’anno, si fa greve: le grida di “Abbasso l’Austria” e di “Viva la Francia” si fanno sentire anche nell’aula delle sedute consigliari…. Nelle piazze le manifestazioni si svolgono anche di sorpresa, purché se ne presenti l’occasione. Ricordiamo noi di esserci trovati presenti ad una di queste, durante un servizio bandistico per la festa della Pietà e di aver visto degenerare le cose in un tafferuglio, nel quale intervenne la forza pubblica, che arrestò alcuni tra i più scalmanati e tra essi il geom. Mario Ionna, ufficiale di complemento.”[4]

Questa situazione, che è comune nella gran parte dei centri della provincia, non è la migliore per affrontare la realtà della guerra. Ed Osimo né un esempio lampante.  Apprese sommarie notizie, a sera si diffonde per tutta la cittadina un senso di euforia collettiva, per essere stata diffusa la voce che la squadra austriaca che aveva attaccato Ancona era stata attaccata, battuta e mal ridotta da unità della nostra Flotta, che l’aveva attesa in alto mare. Grillanti così riporta quella sera del 24 maggio ad Osimo:

Fuori le bandiere! Fu un grifo solo. Suono di campane, corteo, grida, discorsi da trionfatori. Il rettore del “Campana” (noto collegio di studio di Osimo, n.d.a) prof. Fenici che è restio ad esporre la bandiera, osservando che sarebbe opportuno aspettare la conferma ufficiale, è obbligato a piegarsi alle non garbate imposizioni. Il mutismo dei giornali del mattino seguente gli diede ragione. Ma, come da un lato si iniziò quella nuova aura di accuse di neutralismo, o peggio di austriacantismo, così dall’altra si cercò di minare la posizione del Fenici, accusato di intesa con i tedeschi. Il Fenici domandò un’inchiesta; e, per quanto il Comune ed il Provveditore ne lo sconsigliassero, insiste presso il Ministero. Risultò che il Fenici aveva tenuto corrispondenza con qualche letterato tedesco solo per ragioni di studio; e si trattava di corrispondenza di vecchia data, e nient’altro. Avuta la sua soddisfazione e garantita la sua onorabilità, il Rettore, che altra volta aveva avuto offerte dal Collegio Nolfi di Fano, e ora le aveva sollecitate, piantò in asso Collegio e Osimani, e dopo un Rettorato provvisorio del Collegio Nazionale di terni, andò ad assumere il rettorato del Nofi, né più lo vedemmo”[5]
Gli effetti del bombardamento radicalizzarono tante situazioni che la vita civile e sociale ne fu segnata per tutta la durata della guerra.
A Senigallia, l’attacco austriaco[6]  inflisse un duro colpo alla indifesa popolazione: morirono 21 persone di cui 12 militari del 135° Battaglione della Milizia territoriale in movimento su una tradotta militare diretta a Chieti colpito poco prima che entrasse nella stazione senigalliese. LA reazione a questo attacco fu incontrollata e numerosi contadini iniziarono a sfollare verso l’interno ritenuto più sicuro ed anche in località extraregionali[7] , con alcuni episodi di panico collettivo, sintono evidente della paura e dell’angoscia  che attanagliava la popolazione. Il 26 maggio  1915, la situazione era così grave a Senigallia, il sindaco, il repubblicano Aroldo Belardi, faceva predisporre ed affiggere  il seguente manifesto:

Cittadini,
Una voce strana e maligna, non si sa come diffusa, va serpeggiando per la città, recando l’annuncio che l’acqua dell’acquedotto delle Selve sia stata avvelenata. Questa notizia, malamente escogita allo scopo di diffondere l’allarme nella popolazione, è assolutamente falsa e insussistente. Bastano a provarlo due fatti di evidenza palmare: il primo, che una quantità rilevantissima di persone ha bevuto da ieri sera, (25 maggio 1915 , n.d.a.) , a stamane quell’acqua senza risentirne il menomo disturbo; il secondo, che le chiusure tanto da presa alla sorgente, quanto del Serbatoio di S. Gaudenzio sono state verificate completamente intatte, in guisa da rendere impossibile qualsiasi attentato criminoso.”  

La situazione nella cittadina non era tranquilla se “il giorno dopo l’affissione di questo manifesto (27 maggio 1915), il sindaco rincarava la dose e ne firmava un altro di forte intonazione patriottica con il quale ricordava che allo sfogo della “barbarie nemica” sulla “ tranquilla ed inerme” replicavano i gloriosi combattimenti dei soldati italiani sulla “ frontiera orientale”, che il “grave dovere” da compiere come cittadini in quei difficili momenti consisteva nel mantenersi “calmi e tranquilli” poiché la patria aveva bisogno non solo della “forza delle armi” e del “ coraggio dei petti”, ma anche la “forza degli animi” e della “disciplina degli spiriti”, che i cittadini dovevano riprendere “le loro occupazioni”, rientrando negli opifici, riaprendo i negozi e tornando ciascuno “in una parola al suo posto”; che era necessario placare l’esasperazione, senza raccogliere “false notizie” su pericoli e “nemici immaginari” che avrebbero solamente gettato nel panico la popolazione e che, infine, le autorità civili e militari avevano ed avrebbero disposto misure tempestive peer la tutela della “incolumità pubblica”.[8]

Anche se non direttamente minacciate nel resto della popolazione il senso di sgomento e di paura e di costernazione si radicò ben presto. In tutta la provincia, per decenni successivi, le fonti orali ricordavano il senso di sgomento e di angoscia che calò su tutti gli abitanti, indistintamente. Ognuno percepiva la paura, non si sentiva protetto abbastanza, vedeva che poco o nulla era stato fatto per contenere e respingere gli attacchi nemici e, passo molto breve, si accusavano le Autorità sia civili ma soprattutto militari di non essere state in grado di organizzare difese adeguate, dopo aver voluto la guerra a tutti i costi. L’accusa, non tanto velata, che aleggiava in ogni dove era rivolta agli interventisti, accusati di avventatezza, esaltazione e incoscienza. In parte queste accuse venivano da coloro, vicini a coloro che non volevano la guerra o veri e propri neutralisti che questa irresponsabilità, di cui si stava già cominciando a pagarne il costo, stava mettendo a repentaglio l’esistenza della stessa Nazione, solo per “liberare” Trento e Trieste.


massimo coltrinari
(centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org


[1]        Per un quadro generale della provincia vds. Anselmi S. (a cura di), La Provincia di Ancona. Storia di un territorio, Bari, Laterza , 1987.
[2]        Una ampia descrizione di questo evento è stata riporta nel volume precedente. Cfr. Coltrinari M., Le Marche e la Prima Guerra Mondiale. 1915.Tanto interventiste quanto indifese, Roma, Società Editrice Nuova Cultura, 2016, pag. 155 e segg.
[3]        Campana G., Marinelli G., Dal Borgo alla Marina. Settant’anni della Cassa Rurale ed Artigiana di Falconara, Falconara, Cassa Rurale ed Artigiana Falconare, Editoriale del falco, 1982, pag. 20 e segg. Vds inoltre Campana G., Marinelli L., Marinelli G., Sabbatini A., Vecchia Falconara, Falconara, Foto Club Falconarese, Comune di Falconara, 1975.
[4]        Grillantini C., Storia di Osimo. Vetus Auximon, Pinerono, Scuola Tipografica Cottolengo, 1969 Vol. II, pag. 904.
[5]        Ibidem
[6]        Ibidem
[7]        Amatori F., L’interventismo anconetano 1914-1915 in L’imperialismo italiano e la Jugoslavia, Atti del convegno italo-jugoslavo, Ancona 14-16 ottobre 1977, Anglia, Urbino, 1974, pag. 174.
[8]        Severini M., L’Anconetano,  in Piccinini G. (a cura di), Le Marche e la Grande Guerra. 1915-1918, Ancona, Assemblea Legislativa delle Marche, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Comitato Provinciale di Ancona, 2008.

venerdì 31 marzo 2017

Brigata Marche 55° e 56 Reggimento Fanteria. Estate 1915. Documentazione iconografica


Area di Operazioni della "Brigata Marche" nell'estate del 1915


I Fanti del 55° Reggimento della Brigata marche divelgono il cippo di confine
 al Passo Tre Croci Cortina


Hotel Tre Croci Cortina



Ufficiali del 55° Reggimento Fanteria Marche II Battaglione

Maggio 1915


Base logistica della Brigata marche a Nord di Auronzo di Cadore Estate 1915


Monte Piana. Trincee austriache su Monte Piano


Ufficiali della Brigata Marche in Val Ansiei


Soldati del 56° Reggimento della Brigata Marche divelgono il cippo di confine alla testa della valle Ansiei 

Fante del 55° Reggimento Fanteria Marche momentaneamente ai lavori agricoli



Cadorna al Comando del IX Corpo d'Armata a Santo Stefano di Cadore

9 Agosto 1915. Funerale di un Ufficiale italiano Caduto sul Monte Piana


 Reticlati austriaci a nord di Fiammes, sopra Cortina per la strada di Alemagna



















info: centrostudicesvam@istituonastroazzurro. org

giovedì 30 marzo 2017

La Grade Guerra a Pesaro e provincia 1915-1916

 di Massimo Coltrinari
Università La Sapienza - Scienze Politiche
(studentiecultori2009@libero.it)

La provincia di Pesaro, e Pesaro in particolare, vissero l’anno della neutralità, il 1914, in un clima di contrapposizione ed in mezzo ad aspri dissidi tra le componenti politiche locali, apertamente in contrasto su posizioni rigide e inconciliabili. Coerenti con le contrapposizioni di scala nazionale, da una parte vi erano repubblicani e socialisti, convinti antimilitaristi e antimonarchici, dall’altra liberal-democratici, cattolici e conservatori in genere. I giornali locali riflettevano questa divisione e questa impostazione politica, ed alimentavano polemiche e divisioni, il più delle volte anche inconsistenti, scivolando spesso su particolarismi e minuzie di campanile.[1] Nelle elezioni amministrative, dopo amministrazioni comunali che avevano lasciato strascichi e molta insoddisfazione, nel marzo 1915 fu eletto il sindaco Recchi, sostenuto da una coalizione di liberali, socialisti e nazionalisti, i cosiddetti partiti “costituzionali”, amministrazione che avrebbe dovuto affrontare i duri anni di guerra. Già in quella primavera del 1915 erano affiorati i sintomi negativi della guerra europea, quali il crescente carovita, il rientro degli emigrati, per lo più diseredati e disoccupati, il blocco delle locazioni, che poi verranno definitivamente congelati il 24 maggio alla dichiarazione di guerra, ed altre turbative socio economiche. La giunta Recchi doveva anche misurarsi con lo scontro tra neutralisti ed interventisti che si andava via via sempre più rafforzando dall’inizio dell’anno; in particolare a Pesaro, i Repubblicani, che avevano il loro leader in Giuseppe Ranganeschi, erano in apertissima polemica, come su scala nazionale, con i socialisti, i cattolici ed i conservatori liberali. La polemica era di altissimo tono e Ranganeschi la alimentava di giorno in giorno, facendo leva anche sull’interventismo garibaldino in Francia giungendo a dichiarare apertamente che i repubblicani avrebbero rinunciato alla pregiudiziale antimonarchica a favore della guerra e si dichiararono pronti a prestare giuramento al re e a combattere sotto le sue bandiere pur di     combattere il nemico ereditario, l’Austria. Una dichiarazione che impressionò molto la cittadinanza in genere in quando andava contro a decenni di contrapposizione e di lotte. Era l’interventismo risorgimentale che collegava i temi dell’Unità nazionale del Risorgimento con la politica attuale e che sparigliava tutte le carte. I socialisti erano in difficoltà persistendo ancora nei temi della difesa delle classi più deboli e del proletariato, mentre i cattolici erano molto più prudenti e con posizioni alquanto defilate.
Nel maggio 1915 una serie di manifestazioni a favore della guerra segnarono al vita cittadina. Alla Pallacorda, mentre si teneva una conferenza su Aurelio Saffi, l’oratore, Giuseppe Meoni, fu interrotto da ovazioni ad ogni accenno alla Francia ed alla guerra all’Austria. Il 13 maggio 1915, nel clima generale che si era andato instaurando nel paese, una grossa manifestazione percorse le vie cittadine, al grido di “Abbasso l’Austria!” “Abbasso gli assassini del Belgio!” “Abbasso Giolitti!” “Viva Trento e Trieste.” “ La Sveglia Democratica” nel riportare la cronaca della manifestazione ne esaltava i termini ed i contenuti scrivendo “Ecco la voce entusiastica e concorde d’una fiumana di popolo reclamante dei supremi poteri dello Stato una politica veramente nazionale”….Quanti si sentono Italiani nella mente, nel cuore, nel braccio non disertino le piazze. La protesta deve essere immanente. O Guerra allo straniero o rivoluzione”[2]
La versione del “Il Progresso”, naturalmente era di opposto segno: la manifestazione fu insignificante, con qualche centinaio di repubblicani, studenti e scalmanati, intenti solo a fare chiasso e confusione per le vie della città, provocando alterchi ed incidenti con i cittadini e con qualche soldato richiamato.
 Una manifestazione indettata dai neutralisti qualche giorno dopo, non ebbe successo.  I cattolici, come detto erano più defilati e prudenti, con un occhio al futuro. Al momento della dichiarazione di guerra il messaggio che si fece passare era chiaro: i cattolici avrebbero fatto il loro dovere, fino in fondo, ma nessuno poteva accusarli di aver voluto, provocato o desiderato la guerra e di aver trascinato l’Italia in un flagello di cui non si sapeva ancora le proporzioni; era la premessa alla frase del papa, due anni dopo, della “inutile strage”, che contraddistingue il modo cattolico, incapace di fermare le violenze umane, per denunciandole e condannandole.

La notizia della dichiarazione di guerra in via ufficiosa giunse a Pesaro il 23 maggio a sera, non confermata e subito il clima politico cambiò. Chiunque si fosse opposto alla guerra o non vi avesse partecipato era ormai considerato un “traditore” e si diffuse un clima di tensione e sospetto dalle conseguenze imprevedibili. Si diffusero le notizie più inverosimili, alimentate, sotto l’etichetta del “si dice”,  dalla fantasia eccita del popolo, . Una studentessa austriaca del conservatorio di musica “ si dice, sia stata arrestata per spionaggio; un dirigibile austriaco aveva sorvolato la città[3] , ceramiche ed opere d’arte si stavano imballando presso il Museo civico per essere trasportate in luogo sicuro, al riparo di attacchi nemici che si credevano imminenti, agenti germanici ed austriaci stavano sabotando la linea ferroviaria, ed altre notizie incontrollate che trovavano gran credito presso la popolazione. Sui muri della città apparvero finalmente i manifesti che annunciavano lo stato di guerra, finalmente una notizia ufficiale e precisa.

Così “Il Progresso” descrive l’alba del 24 maggio a Pesaro:

La mattina del 24 maggio, poche ore dopo la dichiarazione di guerra, i pesaresi sono stati svegliati dal violento, se pur lontano, rombo del cannone….Molti concittadini si precipitarono sulle vie ed accorsero alla marina dove si sentiva più violento il cannoneggiamento dalla parte di Senigallia ed Ancona”[4]  La popolazione vive i momenti come festa ed eccitazione pubblica ed anziché trovare riparo o protezione, si dirige verso dove proveniva il rombo del cannone, cioè del pericolo. Nella giornata del 24 si sparse la voce che la Flotta austriaca aveva bombardato Ancona, ma che i treni lungo la linea adriatica continuavano a viaggiare regolarmente; in molti pensarono che la linea ferroviaria, che nell’area pesarese, corre parallela e a ridosso della spiaggia, era ed è un ottimo bersaglio per il nemico.  La giornata del 24 maggio fu passata con la popolazione in piazza e nelle vie, che formava capannelli, tutta tesa ad avere notizie e indiscrezioni, ma soprattutto in attesa della pubblicazione dell’ordine di mobilitazione. Il massimo dell’entusiasmo fu raggiunto, quando fu distribuito un giornale di Ancona, probabilmente “L’Ordine-Il Corriere delle Marche”, che lo pubblicava. A questa esaltazione segui immediatamente la pretesa dei più eccitati di pretendere la esposizione della bandiera nazionale in tutti i palazzi pubblici e in gran parte delle case  private.
Il decreto di mobilitazione fu affisso con manifesto domenica 25 maggio 1915, dando vita ad altre manifestazioni di giubilo.
Il Prefetto, conseguente alle disposizioni ricevuto, iniziò a mettere la città in stato di guerra: ordinò, con le prime disposizioni, l’oscuramento, dal tramonto all’alba, per contrastare attacchi nemici dal mare, vietò ogni manifestazione pubblica, come comizi, assembramenti, processioni e privata che avessero le stesse modalità. Iniziò a date disposizioni di carattere economico-sociale, mentre la mobilitazione civile iniziava mettersi in moto.
La mobilitazione militare coinvolse, naturalmente, tutta la provincia di Pesaro e di Urbino. Tutti i  Comuni ne furono coinvolti e le classi richiamate incisero molto di più sulle comunità rurali che non nei centri urbani, e questo impoverimento della forza lavoro in agricoltura non poteva avere conseguente nell’immediato futuro, anche se nelle prime settimane la partenza dei richiamati fu vista più come una festa che come un risvolto negativo, tutti convinti che la guerra, sull’onda del “maggio radioso” si sarebbe conclusa in poche settimane. Presente a Pesaro il fenomeno del volontariato. Fra tutti emerse la figura dell’on. Ruggero Mariotti, notabile di Fano, che ripetutamente chiese di partire volontario e infine la sua domanda fu accolta ed arruolato come tenente nel 94° Reggimento fanteria, che, come detto, aveva sede proprio a Fano.

E’ facilmente comprensibile che le classi richiamate erano per la gran parte composte da richiamati dalle campagne, dei contadini che, in percentuale erano la maggioranza rispetto alle altre classi sociali. Per molti di loro era la prima volta che lasciavano la terra che li aveva visi nasce nei due decenni ed oltre della loro vita, al massimo avevano visto e frequentato il paese di riferimento, qualcuno era stato, per fiere o altro, accompagnando i più anziani nel capoluogo, ma niente di più. Era la prima volta che lasciavano la loro terra, la lor regioni. Per molti fu anche l’ultima. Un dato è stato rilevato:[5] il peso del dolore e della morte di giovai vite, che erano la speranza ed il futuro, non si distribuì in modo omogeneo tra la campagna e la città, ma incise in modo profondo e spesso crudele sulla prima, ed in misira tale della più o meno estensione della comunità rurale. I maggiori centri urbani ebbero perdite minori, su scala proporzionale, rispetto alle piccole comunità rurali.

L’esempio dello studio che è stato portato a questa affermazione, avendo come riferimento il censimento del 1911, è la provincia di Pesaro. A mano a mano che dalla costa si risaliva verso l’entroterra vi è un aumento del peso percentuale dei caduti a mano a mano che dalla costa si risaliva verso l’ entroterra: se Saltara, Gradara, San Giorgio di Pesaro si mantennero intorno al 4% , alcuni dei comuni a ridosso degli Appennini, come Maiolo, Sant’Agata Feltria, Talamello, Belforte all’Isauro, Piandimileto e Cantiano presentano dei valori tra il 5,8 e l8.1%.
Alla fine del conflitto, il Comune di Mombroccio ebbe 66 Caduti, tra cui molti dispersi; Il Comune di Montecerignone ne avrebbe avuti 37; Frontino 16; Talamello 32; Orciano ne avrebbe ricordati 38; Lunano 39; Gradara 44 ( di cui 24 “per ferite” 3 “dispersi” e 17 per malattie. Pesaro ebbe 414 Caduti.


Una delle prime notizie che si apprese in città fu la istituzione di sei ospedali militari di riserva, con la requisizione di scuole, e edifici pubblici. Tanto era carente la protezione della città da offese aere, che la Società del Tiro a Segno si offerse  e predispose una squadra di tiratori scelti, da porre su altane costruite sui tetti, per contrastare azioni aeree nemiche; una sorta di contraerea privata, meglio di niente data la assoluta assenza di ogni organizzazione difensiva. Si crearono vari comitati, tutti frutto del fervore patriottico che aveva invaso la città. Si creò un comitato pesarese per la raccolta dei fondi per l’assistenza alle famiglie dei richiamati, che il 31 dicembre 2015 aveva raccolto 37038, 20 lire, con il corollario di iniziative di vari gruppi ed associazioni per l’invio al fronte di pacchi contenti viveri, ed indumenti di vestiario e generi vari.  Un comitato fu creato per curare la corrispondenza tra le famiglie e di militari al fronte, tenendo presente che nelle Marche del 1915 l’analfabetismo era sull’ordine del 50% della popolazione, come aveva sottolineato il censimento del 1911; in pratica si avviava la pratica di persone di buona volontà che sapevano leggere e scrivere che si mettevano a disposizione della famiglia, analfabeta, del richiamato; questi, a suo volta analfabeta, si avvaleva per la lettura e la risposta o di ufficiali subalterni di buon volere, o per lo più del cappellano militare e suoi assistenti, o, in misura minore, di commilitoni. Questo fenomeno non fu solo presente nella provincia di Pesaro, ma in tutte le provincie italiane, dando origine ad un fenomeno collettivo che concorse, con altri della stessa portata,  costruzione del senso di appartenenza e di identità nazionale.[6]
La  mobilitazione civile dei primi mesi di guerra ebbe anche caratteristiche peculiari di Pesaro.
Odoardo Giansanti, il celebre cantastorie dialettale che con le sue strofe esprimeva i sentimenti popolari biasimando il caroviveri  e fustigando gli imboscati
( Specialment sti sbarazeren
Ch’ià fatt tante l muscarden
Pel passed a fè cagnera
Urland fort viva la guera)
Nel riutilizzare vecchie canzoni ne espunse parole come “coscritti”, che in passato aveva impiegato nel doppio senso di soldato di leva e di grullo. Il bagno di sangue non consentiva più facili ironie.”[7]  

Occorre rilevare che Pesaro, nella primavera del 1915 era in piena espansione edilizia iniziata già da qualche anno, con nuovi quartieri progettati, in parte costruiti, che aveva superato la vecchia cinta muraria ottocentesca, in gran parte abbattuta per avere spazio all’ampliamento progettato. Tutto questo processo di espansione inevitabilmente ebbe a frenare e a contrarsi nel corso della guerra ed i primi sintomi li si ebbero proprio all’indomani della dichiarazione di guerra. Il settore edilizio entrò in crisi per la carenza di manodopera specializzata, in grandissima parte reclutata per il fronte e quella rimanente assorbita dalle esigenze militari. Carenze gravi via via si produssero nel settore del legname, dei mattoni e del marmo e dei loro derivati. Accanto a quello della edilizia, entro in crisi, comune a tutte le Marche, il settore della pesca, per le imposizioni restrittive imposte dalle autorità militari e dalle oggettive condizioni come la presenza di campi di mine, sgombero per esigenze militari, fermo pesca prolungato, divieti di determinati tipi di pesca ecc. Tutto quello che ruotava intorno al settore ittico entrò in crisi e si fermò. Il Comando Supremo aveva dichiarato il litorale adriatico “ in stato di guerra” con le relative conseguenze.
Interessante notare che disposizioni restrittive  e proibitive colpirono anche il settore della caccia alla vigilia della stagione venatoria, soprattutto per il ferreo controllo che le autorità militari posero sulle armi, sulle munizioni e sul loro impiego. Per far fronte anche alla carenze di sostentamento, nel corso ella guerra ai cacciatori fu permesso di cacciare con l’uso delle reti.

Il clima di partecipazione, euforia e grande spirito patriottico che fu alla base delle numerose iniziative che caratterizzarono la mobilitazione civile, via via, si andò smorzando venendo ad affermarsi sempre più la realtà della guerra.
Già nelle settimane di giugno iniziarono ad arrivate le notizie dei primi caduti al Fronte, tra cui il tenente colonnello Alberto Spada, decorato di medaglia d’Argento al Valor Militare, caduto il primo giorno, il 23 giugno 1915,  della I battaglia dell’Isonzo, sul Gobna.
Accanto alle notizie provenienti dal Fronte Pesaro dovette fronteggiare il 18 giugno un attacco austriaco dal mare: un incrociatore e due torpediniere austriache, da 3.000 metri dalla costa, aprirono il fuoco, dopo aver superato il campo minato frettolosamente posto,  e presero di mira la linea ferroviaria, la stazione e le  attrezzature portuali, ma i danni furono limitate, anche se la paura fu grande, anche se non ci fu l’effetto sorpresa come quelli del primo giorno di guerra. Il Comune, ancora sull’onda del fervore patriottico, intitolò una strada parallela al mare in costruzione  “Viale Trento”, dando per assicurata la vittoria finale della guerra che si stava combattendo.[8] Nel luglio successivo, anche Fano fu attaccata dal mare, anche qui con obiettivo la stazione ferroviaria; i danni furono pochi, anche se la Chiesa di san Francesco fu colpita in quanto si trovava sulla linea di tiro.
Nella provincia di Pesaro i mesi che passarono riportarono tutti alla realtà. Svanito il sogno o l’illusione che la guerra sarebbe stata guerra, mentre il Municipio si affannava a perfezionare misure per prevenire attacchi dal mane, con sempre nuove disposizioni e la difesa costiera iniziava a prendere corpo, la guerra reale si rilevò per quello che era: una realtà comune alle altre provincie marchigiane. Una guerra che era molto diversa da quella immaginata delle accese discussioni dei caffè e dei circoli, invocata nelle manifestazioni come soluzione a tutti i problemi, urlata nei comizi, con tutte le aggettivazioni iperboliche dettate dalla esaltazione sia del singolo che della collettività. I primi sei mesi di guerra anche a Pesaro e provincia ebbero questa parabola: dalla illusione alla tragica realtà.
 


[1]        Vi erano: “L’Idea”, giornale cattolico, “Il progresso”, periodico socialista, “La Sveglia Democratica”, di orientamento repubblicano con venature massoniche; a Fano si stampava “La Concordia”, di orientamento cattolico. Da ricordare che il giornale delle Marche, a livello regionale, era “L’Ordine – Il Corriere delle Marche”, che si stampava in Ancona.
[2]           “La Sveglia democratica”, 15 maggio 1915. Citato in Ugoccioni P.R., Il Pesarese, in Piccinini G. (a cura di), Le Marche e la Grande Guerra. 1915-1918, Ancona, Assemblea Legislativa delle Marche, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Comitato Provinciale di Ancona, 2008.

[3]        Molto probabilmente qualcuno a Pesaro aveva scorto a cavallo della mezzanotte tra il 23 ed il 24 maggio 1915 il dirigibile italiano “Città di Ferrara” che da Jesi si era levato in volo verso Pola, in missione di guerra, ma non lo aveva riconosciuto come italiano.
[4]        “Il Progresso”, 29 maggio 1915. Citato in Ugoccioni P.R., Il Pesarese,, cit., pag. 116
[5] Ugoccioni P.R., Il Pesarese, in Piccinini G. (a cura di), Le Marche e la Grande Guerra. 1915-1918, Ancona, Assemblea Legislativa delle Marche, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Comitato Provinciale di Ancona, 2008. Pag. 119

[6]        Ugoccioni P.R., Il Pesarese,cit., pag.117 e segg.
[7]        Ugoccioni P.R., Vita di Odoardo Giansanti detto “Pasqualon”, Pesaro, Nobili, 1991. Cfr. inoltre: Balducci S., ( a cura di), Orlando Giansanti. Poesie, Pesaro, Nobili & Pieraccini Ed., 1966
[8]        Un anno dopo, il 31 luglio 1916, a venti giorni dalla impiccagione nel fossato del Castello del Buon Consiglio, una strada più a monte, fu intitolata a  Cesare Battisti.