Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

mercoledì 30 maggio 2018

1860. Difesa dello Stato Pontificio,


      Quando uno Stato rinuncia alle sue Forze Armate e si affida alla protezione di altri Stati o ad Alleanze, è destinato a subire le decisioni altrui.  Si presentano alcune note sullo Stato Pontificio nel 1860 a indicazione e studio.
       La Riflessione parte dalla constazione che oggi l'Italia è nella Nato, che la Superpotenza USA ha deciso di trasferire il centro dei suoi interessi in Asia.
(www.coltrinariatlantegeostrategico.blogspot.com e blog collegati)



1. Una serie di errori imperdonabili

La difesa di Ancona, seconda piazzaforte dello Stato e la città più viva ed attiva, dopo Roma, di tutte le provincie pontificie, fu l’ultimo atto della volontà di arrestare il progressivo sgretolamento della integrità territoriale iniziata l’anno precedente con la perdita di Bologna e delle Legazioni.
Ancona fu definitivamente persa, perché la Diplomazia, in particolare, e il Governo Pontificio, in generale, non compresero e non penetrarono nella loro esatta realtà e consistenza l’atteggiamento e gli interessi delle Grandi Potenze, in particolare quelli dell’Austria e, soprattutto, della Francia.
Dopo gli eventi del 1859[1], nonostante l’armistizio di Villafranca, non vi poteva essere intesa ed azione comune in Italia delle due Potenze Cattoliche, la Francia e l’Austria. E senza l’accordo diretto e fattivo tra Parigi e Vienna, tutto era possibile nella penisola, in quanto l’una ostacolava l’altra a favore di quello che a Roma veniva chiamato, “tout court”, “la rivoluzione” .
In tutti gli avvenimenti del 1860, il governo Pontificio credette che esistesse una intesa tra Francia ed Austria, e su questa base si contrastasse la “rivoluzione”  a favore dello Stato Pontificio, a difesa del Santo Padre e a salvaguardia del suo potere temporale, in nome della universalità della religione di Cristo. E questo fu il primo errore commesso.
Nel discorso della Corona del Gennaio 1860, la Regina Vittoria, sottolineando l’atteggiamento inglese, ebbe a sottolineare “….che appoggerebbe il principio di libertà negli Italiani di governarsi da loro”  a cui era seguito, a metà dell’anno, un altro significativo intervento, in cui si precisava che “…se niuna potenza straniera interverrà in Italia, la tranquillità degli altri Stati non correrà alcun pericolo di sorta”[2]
Parole dirette soprattutto a Vienna, la quale, a più riprese, aveva dichiarato a Parigi e a Londra, che non sarebbe intervenuta in Italia se le sue frontiere non fossero state minacciate. Era questa politica la risultante della situazione della Monarchia danubiana, che non aveva più forze per essere attiva sui suoi settori frontalieri, il nord verso la Boemia e, in generale, la Germania, l’est verso l’Ungheria, a sud-est, verso i Balcani e verso il sud, cioè l’Italia.[3] Questa politica difensiva non voleva dire che, in eventuale situazione favorevole determinatesi in Italia a fronte di smacchi o sconfitte da parte delle forze del Regno di Sardegna, non si cogliesse l’occasione per intervenire e ripristinare la situazione riconquistando i territori ceduti e rimettendo sul trono i regnanti filo austriaci. La possibilità di tentare colpi di mano reazionari era suffragata dalla ferma convinzione che si aveva a Vienna, che, se attuati, nessuna potenza si sarebbe mossa a difesa del Regno di Sardegna.
E questo fu il secondo errore commesso dal Governo di Roma. Sperare in un disastro delle forze nemiche, a fronte del quale si poteva avere la possibilità che l’Austria cogliesse l’opportunità di un colpo di mano reazionario significava veramente giocare d’azzardo, e gestire la situazione con fughe in avanti, basate su speranze ed illusioni.[4]
La Francia non poteva dimenticare i morti di Solferino e tutti i sacrifici fatti per estendere la propria influenza in Italia. Già l’intervento del 1849 a sostegno del ripristino del potere temporale dei Papi, dichiarato cessato dalla Repubblica Romana, di Armellini, Mazzini e Saffi, era costato troppo in relazione ai risultati ottenuti.
In pratica l’Austria, con un minimo sforzo,  era riuscita a mantenere la sua influenza su tutta l’Italia centro-settentrionale. Avergli strappato, nel 1859, la Lombardia e sottratto le Romagne alla sua influenza era già un gran passo. Ora occorreva gestire la situazione che si era determinata in modo che tutto questo si consolidasse. Ma, contemporaneamente, non si poteva vedere di cattivo occhio, il sorgere di eventi che limitassero  ulteriormente l’influenza austriaca in Italia.
Questo fu il terzo errore commesso dal Governo di Roma. La Francia non avrebbe preso nessuna iniziativa se azioni “rivoluzionarie” avessero sottratto ulteriori provincie allo Stato Pontificio. L’unica condizione che poneva era quella che al Papa non si doveva sottrarre il cosiddetto “Patrimonio di San Pietro”, ovvero l’odierno Lazio, territorio ritenuto necessario per esercitare liberamente il proprio potere di Capo della Chiesa Cattolica.
Al di là degli equivoci che si manifesteranno sul piano sia militare che diplomatico, e delle male interpretazioni di dispacci provenienti da Parigi e dall’Imperatore, questo di non aver capito che la Francia non si sarebbe opposta ad azioni che limitassero il predominio austriaco in Italia, fu veramente grave da parte del Governo di Roma.


[1] Il Regno di Sardegna, con la politica del suo primo Ministro, Cavour, che nel 1856, al Congresso di Parigi a cui aveva il diritto di presenziare a pieno titolo in quanto aveva preso parte con un corpo di spedizione alla guerra di Crimea combattuta, da una parte da Francia, Impero Ottomano ed Inghilterra, e dall’altra la Russia, Congresso in cui riuscì a porre alla attenzione del concerto europeo il problema della unità d’Italia, nonostante la forte opposizione di Vienna. Con abilità sia politica che diplomatica nella primavera del 1859, in virtù di un trattato difensivo, Cavour riesce a provocare l’Austria costringendola a dichiarare guerra; ciò provoca l’intervento della Francia di Napoleone III, decisa, dopo gli eventi del 1849, a limitare l’influenza austriaca in Italia estendendone la propria.  Scesi nella pianura lombarda  i Francesi, la guerra si sviluppa attraverso battaglie, la prima a Magenta, dopo la quale viene liberata Milano, e poi soprattutto Solforino e San Martino, dove gli Austriaci, sconfitti, sono costretti ritirarsi nel Veneto. In questi frangenti cadono gli Stati filoaustriaci dell’Italia centrosettentrionale in virtù di moti popolari di orientamento nazionale che danno vita ad una Lega dell’Italia Centrale, ma con l’intento di unirsi il prima possibile al Regno di Sardegna. Lo Stato Pontificio, in questi frangenti, perde le cosiddette Legazioni, le provincie dell’Emilia e della Romagna. Napoleone III, dopo Solferino, pressato anche dal forte partito Cattolico e soprattutto dalle elevate perdite sofferte sul campo di battaglia e da altri motivi contingenti, improvvisamente e senza consultare né Cavour né il Re di Sardegna, chiede all’Imperatore d’Austria un armistizio, che fu subito accettato dagli Austriaci. Il Cavour si dimette, ma nelle successive trattative diplomatiche scattano i patti già conclusi. In cambio di Nizza e Savoia, la Francia, che l’aveva precedentemente avuta dall’Austria, cede la Lombardia al Regno di Sardegna, mentre la Lega Centrale si orienta sempre più verso Torino. Un Congresso per la pace è tenuto  nel 1859 a Zurigo per regolare ogni questione, ma tutte le parti coinvolte in questi avvenimenti ritengono la situazione non soddisfacente e si preparano a nuove eventi, convinti di cambiare la situazione acquisitasi per favorire i loro interessi.
[2] Genova di Revel A., Da Ancona a Napoli. Miei Ricordi., Milano, Fratelli Dumolard, 1892, pag. 24
[3] Questa debolezza si paleserà nel 1866 quanto la Germania, avviato il suo processo di unificazione, attaccherà l’Austria e la sconfiggerà a Sedowa, costringendola tra, l’altro, a rinunciare al Veneto a favore dell’Italia; l’anno successivo l’Ungheria, per rimanere nell’Impero, chiederà ed otterrà di essere un Regno con un ampia autonomia politico-amministrativa. L’Impero sarà non più d’Austria, ma d’Austria-Ungheria.
[4] Per fronteggiare questa situazione il Comando Sardo aveva predisposto un piano di difesa estremamente robusto. Senza dare nell’occhio  aveva schierato il I Corpo d’Armata (al comando del De Sonnaz) ed il III Corpo d’Armata (Durando) a difesa della linea del Po da Ferrara a Casalmaggiore, ed il II Corpo d’Armata (Lamarmora) a difesa di quella del Mincio dal Po al Lago di Garda. Inoltre erano stati organizzati numerosi battaglioni mobili di Guardia Nazionale, i quali erano orientati a presidiare e mantenere l’ordine pubblico. In totale a metà del 1860 oltre 150.000 soldati erano schierati per fronteggiare l’Austria. Inoltre, tutto il piano di invasione delle Marche e dell’Umbria era incardinato su questo piano generale di difesa. Nel caso che l’Austria, dopo l’inizio dell’invasione avesse mosso guerra, il IV Corpo d’Armata (Cialdini) che agiva lungo la litoranea adriatica, ed era il più consistente, avrebbe invertito la marcia e si sarebbe attestato a riserva e sostegno delle forze schierare da Ferrara a Casalmaggiore, mentre il V Corpo d’Armata (Morozzo della Rocca), avrebbe, si conquistato l’Umbria, ma avrebbe, come poi fece, anche passato gli Appennini e posto l’assedio ad Ancona. Per questi aspetti vds. Coltrinari M., Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009., in particolare la parte introduttiva. Vds anche dello stesso autore, L’investimento e la Presa di Ancona, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2010. Con l’avvertenza indicata nella nota 1 della Premessa.  


Nessun commento:

Posta un commento