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mercoledì 5 aprile 2017

La Grande Guerra in provincia di Macerata. Il 1915

di massimo coltrinari*

La provincia di Macerata, nel 1915, presenta suoi caratteri particolari nel contesto della Grande Guerra. La provincia si presenta molto chiusa in se stessa, con una popolazione dedita principalmente alle sue occupazioni, con una visione che non va oltre la stretta cerchia del luogo in cui si vive, con sporadici contatti con quelli limitrofi. La struttura economico-sociale è una buona chiave d lettura per comprendere come questa provincia, sostanzialmente amorfa rispetto ai grandi temi che agitavano il 1915, abbia poi partecipato senza battere ciglio ed in massa alla Guerra, ai suoi sacrifici, alle sue privazioni. L’economia della provincia era prevalentemente agricola di tipo mezzadrile, con artigianato diffuso e piccola impresa, segnata da un fortissimo radicamento alle tradizioni, al ritmo di vita sempre uguale, ove ancora sono presenti i segni di oltre quattro secoli di dominio pontificio; una economia che si appoggiava ai piccoli borghi, chiusi in se stessi, protetti e molto lontano da ogni vicenda politica di interesse nazionale. In pratica la provincia era ferma ad una realtà ottocentesca, gelosa delle proprie tradizioni, fiera custode del rispetto delle gerarchie sociali, fortemente rispettosa del nobilato locale, con il “Patrone” nella sua più ampia eccezione  che era la centro di ogni relazione, molto restia da ogni cambiamento. E pur vero che il capoluogo, Macerata, e qualche centro sul litorale erano animati da fermenti alimentati dalle forze politiche, cattoliche, repubblicane, socialiste, radicali che riflettevano i temi del momento, ma nella sostanza tutto era ovattato, marginalizzato, in un immobilismo ancorché fatalista apprezzato ed accettato. Iniziative non mancavano, la presenza di associazioni cooperative e società di mutuo soccorso movimentavano un quadro sociale che prometteva bene, ma la realtà socioeconomica alla dichiarazione di guerra era sostanzialmente ferma ai canoni sopra detti. Una provincia controllata ed ubbidiente, che rispetto alle altre della regione non preoccupava soverchiamente le Autorità.

Emerge in questo contesto il carattere peculiare della provincia: l’adesione totale alla guerra, una volta dichiarata e accettazione della guerra per tutta la durata della medesima. Furono richiamati, in linea con il dato regionale, oltre il 90% dei maschi in età militare, un dato che ha inciso profondamente nella realtà socio-economica. Ci si sarebbe aspettato una qualche forma di opposizione consistente, in una situazione che toglieva tutta la forza lavoro su cui si basava l’economia della provincia: invece l’adesione fu totale. Se si considera che la zona costiera era stata dichiarata zona di operazioni e quindi interdetta a tutte le attività non compatibili con le operazioni belliche ha visto il territorio della provincia spegnere diverse attività nella zona del litorale, mentre all’interno si diffondeva squallore, desolazione e miseria, depauperato come era dalla forza lavorativa principale. Una comunità fortemente rurale, la più mezzadrile d’Italia, che viveva in un isolamento fisico e culturale con il concetto di Patria e di nazione limitato alla propria collettività, che in pochi mesi vide cambiamenti radicali, diede una risposta univoca, di partecipazione ed adesione alla guerra in modo integrale. Il richiamo delle classi di leva, maggiormente quelle dal 1889 al 1897, si svolse in modo disciplinato e senza opposizioni di sorta. Non vi furono conseguenze ne contraccolpi durante tutta la guerra; li si ebbero nel primo dopoguerra, in cui questa società ribollì di aspettative deluse e di rancori, fino a sfociare nel fascismo che tutto incanalò nei suoi dettami per la presa del potere.

Questo dato positivo di totale adesione alla guerra è ancora più interessante se si prende in considerazione il fatto che questa popolazione nei mesi precedenti la dichiarazione di guerra era, nella sua stragrande maggioranza, neutralista, indifferente se non ostile nei confronti di un conflitto come quello europeo che non si sentiva proprio, distante dai propri interessi. Lo scontro tra neutralisti ed interventisti si svolse per lo più nel capoluogo e nei principali centri, mentre le campagne erano intente alle loro occupazioni. L’attacco dell’Austria alla Serbia, anche nella provincia innescò tensioni e confronti che erano allo stato latente, iniziando a spostare gli equilibri politici locali. Scrive Irene Massi:

In parziale antitesi con quanto emerso nel resto della regione, l’area maceratese vide l’emergere di tendenze nazionaliste ed irredentiste che finirono per avvicinare sia la parte liberale tendenzialmente filo-giolittiana, con una tendenza anomala rispetto al resto del territorio regionale, che quella radical-democratica, che vedeva nel conflitto l’occasione per abbattere il deprecato sistema giolittiano, unendo quindi, al suo interno, soggetti portatori di visione politiche differenti e sostanzialmente contrapposte, unite da una comune febbre bellica. Posizioni a cui si contrapponeva il neutralismo del movimento cattolico, che preferì nel tempo accostarsi alla linea politica del governo, e da una parte i socialisti, divisi, a Macerata, tra la componente riformista di Lamberto Antolisei, che aderì al fascio interventista e divenne in seguito presidente del locale Comitato di Mobilitazione civile, e quella massimalista di Concetto Machella, ancorata su rigide posizioni pacifiste.”[1]   

Queste contrapposizioni si evidenziarono in vari eventi e manifestazioni pubbliche, come quella del dicembre 1914 in cui a Macerata fu fortemente contestato Cesare Battisti. Mentre a Roma, i rappresentanti maceratesi si adeguavano alla politica del governo senza se e senza ma, a livello locale emersero figure interessanti, in quella meta del 1915, che danno un po’ di colore alla vita politica maceratese. Figure che ebbero  modo di esprimersi attraverso i giornali locali[2], che in gran parte crearono il clima favorevole per giustificare ed allo stesso tempo motivare il superamento della neutralità,  come quella di Arturo Mugnoz e Vincenzo Cento.[3]

Arturo Mugnoz è il prototipo di giovani borghesi, intellettuali, che volevano la guerra per risolvere i problemi del momento. Lasciate le posizioni neutraliste, era giunto a criticare fortemente il sistema politico giolittiano; la guerra, secondo la sua idea, era lo strumento idoneo per il superamento della crisi politico-istituzionale che paralizzava la politica italiana; strumento che avrebbe permesso di completare il processo risorgimentale e la attuazione di quelle idealità che erano alla base. Un impegno che combatteva il sistema trasformista che impediva all’Italia una reale crescita politica e culturale. La sua attività fu emblematica per avere una idea del clima che si era andato formando nella primavera del 1915 nella provincia.

Alla immediata vigilia del conflitto si era costituto a Macerata, e subito se ne costituì un altro a Pollenza, Il Comitato di mobilitazione civile, che avevano come attività principale la promozione dell’arruolamento volontario, l’attività a prevenire l’azione di spie e collaboratori nemici, i primi passi per l’assistenza ai militari al fronte. Grazie anche a questi Comitati che la notizia della dichiarazione di guerra fu accolta con entusiasmo. I giornali riportano, nei giorni successivi alla dichiarazione di guerra, le cronache delle manifestazioni popolari che si svolsero, oltre che nel capoluogo, anche nei centri della provincia, promosse dai Comitati di mobilitazione civile. Queste manifestazioni si ebbero, oltre che a Macerata, a San Ginesio, Tolentino, Treia, Porto Recanati, Caldarola, Civitanova Marche, San Severino, Monte San Giusto. Manifestazioni che oltre ad esaltare le virtù patrie promuovevano raccolta fondi per i combattenti, serate di beneficenza, attività varie tutte volte a dare una immagine di una comunità che accettava la guerra e credeva nella sua breve e trionfale vittoria.
La notizia del bombardamento di Porto Potenza Picena, quindi nel territorio della provincia, fu accolta con ferma virilità, non produsse, insieme a quelle del bombardamento delle altre città delle Marche, gli effetti che gli Austriaci si aspettavano, ovvero di rivolta e contrapposizione tra popolazione ed autorità, ma suscitarono l’effetto contrario, ovvero determinazione per arrivare ad una vittoria che in molti credevano imminente.
Sui muri delle varie cittadine comparvero, oltre ai manifesti di mobilitazione, anche quelli inneggianti ai valori patri, alla sicura certezza della vittoria, all’unità ed alla concordia, oltre che a riferimenti ben chiari al Risorgimento nazionale, che si doveva completare con la guerra appena dichiarata.
I Consiglio Comunali divennero le tribune di questo desiderio di unità. Il Sindaco di Macerata, nella prima seduta dopo la dichiarazione di guerra non esitò a proclamare che si doveva accettare ogni cosa, anche quelle che non si comprendevano; si sarebbe discusso a guerra terminata e vittoria conseguita. La deputazione Provinciale.

Arturo Mugnoz, non poteva non essere coerente con se stesso, arruolatosi volontario, al momento di andare al fronte,  in un editoriale di commiato, pubblicato su “La Preparazione” del 6 giugno 1915 dal titolo “Dalla penna al fucile” scrisse “ “Avremo fatto il nostro dovere se fra qualche mese potremo die di aver saputo usare il fucile così bene come la penna.”

Il clima creato dagli interventisti non poteva, come nelle altre provincie delle Marche, avere dei rivolti contro i nemici interni, alle presunte spie ai disfattisti. “La Preparazione” si lancio nei mesi successivi alla dichiarazione di guerra, in una campagna veramente violenta contro tutto quello che si riferiva all’Austria ed alla Germania. Si arrivò anche a forme che sfioravano il razzismo, come la proposta di rispedire in Germania ed in Austria i professori che insegnavano lingua tedesca. Accanto a queste forme i sospetti erano alimentati nei confronti dei sacerdoti, in genere accusati di neutralità e di aderenza alle idee vaticane favorevoli alla cattolica Austria.

Il clima di euforia ed esaltazione patriottica non poteva però in quei mesi del 1915 nascondere la realtà. I primi sintomi della crisi dell’agricoltura dovuta alla partenza dei contadini richiamati già si fece sentire con la vendemmia del 1915; la sospensione della pesca in Adriatico mise in crisi San Benedetto del Tronto.


*centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

[1]              Manzi I., Il Maceratese, in Piccinini G. (a cura di), Le Marche e la Grande Guerra. 1915-1918, Ancona, Assemblea Legislativa delle Marche, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Comitato Provinciale di Ancona, 2008, pag. 159.
                 
[2]              Qui si possono citare “La Partecipazione”, interventista e “L’Energia”, pur interventista, “L’Unione” espressione dei liberali locali, “Il Cittadino”, di tendenze conservatrici ed ispirazione cattolica. Accanto a questi periodici, come fonte per avere dato riguardanti questo periodo  vi sono gli “Atti del Comitato di Mobilitazione Civile di macerata”, atti custoditi presso l’Archivio di Stato di Macerata.
[3]              Interessante notare che in vari giornali, ma soprattutto su “la Preparazione” apparvero scritti di epoca risorgimentale contestualizzati alla realtà contingente. Lettere di Giuseppe Verdi scritte al tempo della guerra franco-prussiana furono utilizzate per creare odio verso l’Austria e la Germania; il Centenaro ella battaglia di Tolentino, che cadeva nel 1915, ed i moti del 1817, furono utilizzati per giustificare una scelta, quella interventista ritenuta non solo utile ma necessaria.

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